lunedì 1 marzo 2021

Come mangiamo? Ordine e disordine del comportamento alimentare

Alimentarsi, di per sé, è la cosa più naturale di questo mondo, eppure non è cosa scontata avere con il cibo un rapporto adeguato, ordinato, forse perché il cibo ha anche valore simbolico, oltre che culturale.
Cosa, come, quanto e quando mangiamo fa la differenza. Le possibili problematiche legate all’assunzione di alimenti non riguardano solo quelle adolescenti e giovani convinte che magrezza coincida con bellezza, ma coinvolgono sempre più spesso bambini come adulti, e non solo di genere femminile. 

Si dispone ormai di un’ampia letteratura e di numerosi studi, ad esempio, sull’anoressia e bulimia nervose, sull’alimentazione incontrollata, su chi adotta diete drastiche fino al digiuno prolungato, su chi soffre di attacchi di fame, su chi si svuota forzatamente lo stomaco. 

Anche i media parlano frequentemente di disturbi del comportamento alimentare, di dipendenza da cibo e delle conseguenti implicazioni sulla salute, mentre la sanità, sia pubblica che privata, se ne fa carico attraverso campagne di informazione, percorsi di rieducazione, centri di cura specializzati. Ed esistono, inoltre, gruppi di mutuo autoaiuto, come ad esempio OA (Overeaters anonymous), che offrono programmi di accompagnamento e recupero a persone con disturbi alimentari di diverso tipo. 

Ma cosa c’è dietro il rifiuto del cibo, o la sua ricerca ossessiva? Renate Göckel, psicologa e autrice di Donne che mangiano troppo e di Finalmente liberi dal cibo, afferma che si tratta sempre di segnali di allarme, che mostrano come una persona, per motivi che variano a seconda dei casi, non sia in armonia con se stessa. L’autrice riporta diverse testimonianze e i percorsi di guarigione di persone da lei incontrate. Si tratta di storie molto diverse tra loro, tuttavia alcuni tratti si presentano con frequenza. 

Prima ancora di un rapporto faticoso con uno o entrambi i genitori, ritorna infatti, in diversi casi, il senso di vuoto esistenziale e di solitudine (che con il cibo si cerca di colmare), l’incapacità gestire lo stress, la fatica a metabolizzare una sofferenza (il cibo qui funge da anestetico e il grasso che si accumula diventa una corazza difensiva), una bassa autostima o una scarsa auto-accettazione, la mancata elaborazione di stati d’animo come rabbia, senso di impotenza, vergogna o senso di colpa, il rifiuto del proprio aspetto per principio, la paura di essere disapprovati…


Che cosa spinge a modificare un comportamento alimentare compulsivo? Dipende. Può trattarsi del superamento di un certo limite o di un evento a forte impatto emotivo, in ogni caso, a un certo punto la persona decide che è tempo di cambiare rotta, in un certo senso, sceglie di rinascere

In questa fase è fondamentale avere un supporto in un percorso terapeutico, soprattutto per non scoraggiarsi di fronte alle ricadute e non cadere in dipendenze o comportamenti diversi ma ancora dannosi per la persona (bere alcolici, assumere sonniferi o altre sostanze, fumare, fare acquisti compulsivi, ecc.), per ricevere forza da chi già ce l’ha fatta, per riacquistare fiducia in se stessi, e recuperare il proprio equilibrio e la gioia di vivere. 

Non è una chimera, è possibile! Prova ne è il fatto che molti,  una volta terminato un programma di aiuto, sono in grado di affiancare e supportare altre persone in percorsi analoghi.

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