sabato 9 gennaio 2021

La difficile arte di educare


Siamo la civiltà più istruita della storia, abbiamo a disposizione un mare di dati e nozioni, testi, corsi di formazione, guide di esperti, e il campo dell’educazione e della pedagogia non fa eccezione. Tant'è, c’è chi parla di eccesso di cognitività. 

Di fatto, però, siamo anche la civiltà più fragile e insicura, e genitori ed educatori non hanno mai faticato tanto a fare il loro mestiere. Forse perché si corre più facilmente il rischio di sostituire l’azione educativa con la teoria, almeno nella misura in cui ci si limita ad enunciare principi e regole senza agire conseguentemente e congruamente.

Allora partiamo da un’ovvietà neanche tanto ovvia. Un conto è allevare un figlio, altra cosa è ben-educarlo. Da tempo si denuncia un generale stato di carenza o, peggio, di emergenza educativa. Non si entra nel merito, né si mette in discussione il bene che ogni genitore vuole ai e per i propri figli. Ma possiamo chiederci semmai quali comportamenti educativi questo bene deve innescare, perché le due cose non sempre vanno assieme.

Alla domanda “Cosa significa educare un figlio?” i più dotti citerebbero l’origine etimologica del termine e-ducere, vale a dire tirar fuori le loro risorse personali, qualcuno tirerebbe in ballo la trasmissione dei valori, altri assocerebbero l’educazione alla libertà, altri ancora porrebbero l’accento sull’importanza dei desideri dei figli, pochi forse sottolineerebbero l’importanza di educare al sacrificio e ad affrontare le difficoltà della vita.

Vediamo solo qualche aspetto.

L’azione educativa nei confronti dei figli non può ridursi alla trasmissione dei valori sul piano cognitivo. Tutti siamo d’accordo sulla bellezza e bontà dei valori, il genitore però è chiamato ancor prima a trasmettere con l’esempio le virtù, che sono la concretizzazione di ciò che è buono e giusto, offrendo contemporaneamente ai figli occasioni per tradurre i valori in comportamenti corrispondenti

Se manca questo passaggio, anche il più assiduo bombardamento verbale di ciò che è doveroso, buono, giusto risulterà scarsamente efficace, sul piano educativo. In pratica, i figli devono allenarsi, esercitarsi a fare il bene, vedendo che i genitori fanno lo stesso.

Se parliamo poi di educare alla libertà, è opportuno accordarsi sul suo significato, tutt’altro che univoco. Sì, perché la libertà non può essere intesa solo come spontaneità (la sua estremizzazione porterebbe al comportamento animale), o come arbitrio decisionale (giacché non si può prescindere dalle conseguenze del proprio agire), o come autodeterminazione (ogni scelta va sempre ricondotta alla relazione con gli altri). Non che queste dimensioni non siano componenti della libertà, ma essa ha una connotazione ben più profonda.

La libertà va intesa, infatti, come capacità di scegliere tutto ciò che corrisponde al bene, proprio e altrui, a partire dal riconoscimento della dignità dell’essere umano. E qui andrebbe aperta una parentesi sull’educazione al rispetto di ogni persona e di ciò che lo circonda

Educare non può prescindere poi dal concetto di limite. La pratica del disagio giovanile lo dimostra: laddove non c’è stato un accompagnamento all’accettazione - e anche alla frustrazione del limite - tutto per il figlio diventa lecito, indifferentemente opzionale, nel bene e anche nel male. 

E, infine, non serve sottolineare la differenza tra genitore autoritario e genitore autorevole, sappiamo che solo quest’ultimo ha chance di centrare il bersaglio educativo: è infatti colui che sa dire, senza bisogno di urlare, dei sacrosanti e salvifici no, ed è anche colui che per primo vi si sottomette. 

Tutto questo allo scopo di aiutare il figlio a governare al meglio i propri desideri e a saper scegliere ciò che davvero nella vita merita la sua scelta.