martedì 27 ottobre 2020

Risanare l'amore ferito

Continuiamo la nostra riflessione sulla guarigione interiore seguendo L’arte di guarire, di Fabio Rosini. Egli afferma che ciò che in primis va curato in noi è l’amore ferito. Ma da dove inizia la guarigione? 

E' paradigmatica la vicenda dell’emorroissa, che troviamo nel Vangelo di Marco. Si tratta di una donna che soffre di emorragia da anni, che ha speso tutto con guaritori incompetenti, e che decide di toccare Gesù, avendo fede di essere da Lui guarita. Notiamo che la sua guarigione inizia dall’ascolto: “…udito parlare di Gesù…”. Strano, ma non illogico. Il cuore è intessuto di quelle parole che uno si porta dentro. Le parole possono contaminarmi, danneggiarmi, ferirmi se sono menzogne e se dicono il non-amore, oppure sanarmi, edificarmi, se sono di verità e veicolano amore autentico. 

Certo, non è facile distinguerle, filtrarle, siamo costantemente bombardati di parole e messaggi. Ecco allora l’importanza di fare anzitutto silenzio. Silenzio nella mente e nel cuore, così da poter prendere distanza dai miei sillogismi o ragionamenti, perché se resto in balia del mio know-how rimarrò sempre nella stessa buca. 

Atto intelligente è aprirmi ai nuovi input che mi dà la Parola più alta, quella che mi rivolge Gesù, persona viva, per guarire il mio cuore e la mia storia. Come avviene questo? Pian piano. Anzitutto prendendo coscienza di tutto il bene e della bellezza di cui sono portatore. Ed è proprio la Parola che aiuta a farli brillare nuovamente, a rimetterli in circolo. Si può iniziare, ad esempio, dalle parole del Credo. Credo in Dio Padre… 

Molti dei nostri problemi affettivi derivano dal vivere cercando di darci un’identità da soli, tentando di guadagnarci il diritto di esistere sulla base delle nostre qualità, aprendo così la porta sulla voragine delle nostre insufficienze. E viviamo così da orfani

Se tu sapessi che Dio Padre ha un piano di salvezza su di te… c’è qualcosa di bello che Dio Padre vuole fare con te!” Non siamo stati creati e voluti da un estraneo orologiaio massonico o da uno Zeus minaccioso, ma dal Padre. Questa è la prima Parola da far entrare nel silenzio del cuore. 

Non c’è da chiedersi se siamo amati, ma da lasciarci amare, da accettare di essere amati tanto poveri. E’ a noi che fa problema, non a Lui, afferma Rosini.

Di fatto, lo avremo sentito milioni di volte, Lui è amore e non è compatibile con la nostra paura, che diventa sistema di pensiero, visione religiosa, modo di vivere, regola delle relazioni (specie in questo tempo), lettura del futuro, precomprensione di ogni atto altrui. 

Credo nel Signore nostro Gesù Cristo… Qui val la pena fare un check, giusto per vedere se sono altri signori nella nostra vita che spadroneggiano, per capire chi o cosa comanda nella nostra esistenza, magari è quel che pensano gli altri di noi. Può essere che incensiamo idoli vari che ci rubano la libertà. Di fatto, Gesù è il solo che vuole la nostra libertà, che pensa solo bene di noi. Ed è disposto ad essere nostro, a manifestarsi a noi. E lo fa non asfaltando la nostra anima, ma amandoci.

Credo nello Spirito Santo... E' colui che ha il potere di visitare la nostra storia (come ha fatto con Maria) e portarci dentro Cristo. Val la pena dirgli: “Vieni, ti accolgo”, perché sa trasformare ciò che rifiutiamo di noi, gli sbagli, le ingiustizie subite, anche i peccati, in luogo benedetto. 

Questa è una tappa fondamentale del nostro percorso di guarigione. 

venerdì 28 agosto 2020

Guarigione, sintomi e paure. C'è correlazione?

In L’arte di guarire Fabio Rosini affronta il tema della guarigione con quello sguardo e quello stile trasversali che gli sono propri, e lo fa a partire dall’episodio evangelico dell’emorroissa, una donna che soffre da 12 anni di perdite continue di sangue e che, dopo aver speso tutto e invano per curarsi, cerca di toccare Gesù per essere da Lui guarita.

È interessante il percorso che, pagina dopo pagina, l’autore ci porta a compiere. Un viaggio che, di fatto, è una discesa nella nostra interiorità: ci invita a metterci in ascolto di eventuali sintomi, del nostro dolore, così da individuare il male da cui scaturiscono, con l’obiettivo di arrivare fino alle sue radici.

E’ possibile compiere fruttuosamente da soli questo viaggio in noi stessi per guarire da ciò che ci affligge? Pare di no. Dobbiamo tenere la mano a Qualcuno, dobbiamo proprio toccarlo, fissando senza paura il nostro sguardo nel Suo.

Ma prima di far questo, è bene fare alcune premesse. Rosini afferma: “… nella vita di una persona ci possono essere degli aspetti isolati che girano bene, ma questo non significa che tutto funzioni. Si può essere lavorativamente affermati, e magari il resto è grigio e senza sapore. Ci sono persone con una salute di ferro e una vita infelice. … Tante volte ci si può ingannare continuando a farsi il trailer delle cose riuscite per cercare di sopravvivere alle zone vuote.

Perché? Forse perché come la donna sanata, abbiamo delle zone della nostra vita che non hanno mai smesso di sanguinare. Si tratta di ferite intime, legate al nostro mondo affettivo, relazionale. Che sintomi possono dare? Diversi. Insoddisfazione, vergogna di sé, chiusura, possessività, ricerca di compensazioni, manipolazione degli altri, violenza, permalosità, vittimismo, bisogno di sedurre, aggressività, diffidenza, esibizionismo, solo per dirne alcuni.

L’importante è comprendere che si tratta appunto di sintomi, non del male che li scatena. Questo male, al livello più profondo, è sempre riconducibile a un’unica discriminante fondamentale: la paura, come realtà interiore opposta all’amore.

Non abbiamo altro problema e altra soluzione che l’amore. Tutto dipende dall’amore: se siamo amati davvero o per finta. Se l’amore è mancato nella nostra infanzia, tutto ne è stato segnato. Se abbiamo fatto un gesto di amore vero, gratuito, tutta la vita ne è illuminata. Allora i miei sintomi sono riconducibili a una sola malattia: tutto l’amore che mi manca o che non ho dato. ...E il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura.”

Le paure sono sempre frutto del proprio vissuto, vale a dire hanno una loro logica, un loro contenuto. Facciamo qualche esempio. La paura di deludere, normalmente alimentata dalla superbia, genera chiusura e diffidenza, porta a non aprirsi o a non sbilanciarsi mai, fa evitare i conflitti, impedisce di manifestarsi per ciò che si è realmente.
La paura di perdere il controllo è sorella dell’avarizia e rende irascibili, insicuri, possessivi, ossessionati per la propria incolumità.
La paura di non essere perfetti rende incapaci di chiedere aiuto, suscettibili alle critiche, porta a “vendere” una immagine falsa di sé, ad invidiare gli altri.
La paura di non avere importanza è alimentata dal proprio orgoglio e induce a entrare in competizione, a denigrare gli altri, a manipolare i racconti, a pavoneggiarsi dei propri successi, fa temere enormemente le umiliazioni.
La paura di soffrire fa cadere in alcune dipendenze, spesso da cibo e/o da sesso, porta a esorcizzare il dolore cercando il piacere, e rende avidi, ingordi.

La paura è convinzione di qualcosa. Le persuasioni contenute nelle paure sono fortissime in noi”.  Il problema è che non corrispondono a verità, sono sganciate dalla realtà. Il brano biblico in Genesi 3 del dialogo tra Eva e il serpente e la trasgressione che ne segue, è un paradigma calzante, perché rivela che il male – in ogni sua forma - lavora insinuando delle falsità al pensiero; questo si traduce in scelte e atti che producono una paura distruttiva e assolutizzante, che diventa a sua volta patologia nelle relazioni.

Come riconoscere questi pensieri neri? Beh, normalmente sono tristi, autocommiserativi perché – ecco la menzogna più subdola del serpente - ci inducono a credere che “diventerete come Dio”, vale a dire che dovremmo e potremmo essere altro da noi stessi. E si insinua la falsa convinzione che allora siamo imperfetti, incompiuti, che c’è di meglio, e “si pianta nell’anima la vergogna, l’insoddisfazione verso di sé” assieme all’aspettativa assurda di deificare noi stessi.

Ma torniamo all’emorroissa. Prima di rivolgersi a Gesù aveva speso tutti i suoi averi rivolgendosi a molti medici, che, anziché guarirla, ne avevano aggravato le sofferenze. Questo capita anche oggi: ci si affida a “esperti”, con poderosa dispersione di tempo e risorse fisiche, mentali e pecuniarie, inseguendo l’illusione di trovare strategie risolutive per i nostri mali, salvo poi ritrovarci depauperati e peggiori di prima.

Questo, ad esempio, è ciò che accade a chi si affida ai guru del salutismo, del guarire mangiando, del corpo-che-non-avrai-mai. Molto o tutto si è disposti a sacrificare su questi altari, salvo poi accorgersi, a volte troppo tardi, dell’entità del prezzo pagato, in senso stretto e in senso lato.

Queste convinzioni si rivelano soluzioni fuori mira, hanno il volto delle tre tentazioni classiche. La prima è edonistica, porta a credere di poter trasformare le pietre in panini: è l’ansia di appagamento, di assumere, di assimilare qualcosa, portando a una “infinita fase orale esistenziale”. La seconda è legata al possesso, al potere, che implicano penosi compromessi, perdita di libertà, laceramento delle relazioni fondamentali. La terza è idealistica, narcisista, e ottunde la mente, induce a pensare che ci si salva grazie ai propri progetti, alle proprie pianificazioni.

È a questo punto che possiamo farci qualche domanda, magari mettendola nella preghiera:

Ho seguito qualche strategia sbagliata? 
Di quali “esperti” mi sto fidando? 
Quanto mi sta costando?

Se nel rispondere mi irrigidisco, scalpito e mi arrabbio, questo è un buon segno rivelatore.
È da queste risposte che inizia la guarigione vera.

(continua...)

martedì 21 luglio 2020

Filologia familiare

Cari amici,
intanto vi auguriamo una buona estate, senza distanziamenti, almeno del cuore.
E, se mai ce ne fosse bisogno, vi auguriamo anche di tenere sempre viva la consapevolezza che la famiglia che abbiamo, ovviamente non perfetta, a volte caotica a volte troppo silenziosa, resta comunque la nostra più grande ricchezza, la nostra risorsa, fosse solo per imparare ad amare sul serio.

Così vi dedichiamo una poesia della giovane Veronica Làzzari (clicca qui per ascoltarla recitata da lei).

Filologia familiare

Famiglia: che cos’è
io ancora non l’ho capito
famiglia è una mano
tu sei il dito
famiglia un giardino
tu il fiore
famiglia un orologio
tu le ore
famiglia un tavolo
sempre apparecchiato
tu a volte cuoco
a volte invitato

famiglia che ferisce
famiglia che guarisce
famiglia che sostiene
anche quando non capisce

famiglia come un filo
che non si taglia
che non ho scelto
a volte un nodo largo
a volte un nodo stretto

è un filo misterioso
tutto aggrovigliato
a volte mi ci aggrappo
a volte toglie il fiato

eppure collega tutti
anche se diversi
anche se lontani
anche se dispersi

perché lungo questo filo
ci si può venire incontro
a proprio modo, a proprio tempo
quando uno si sente pronto

perché l’amore muove
è questa la meraviglia
l’amore cammina
fa chilometri
fa miglia.

venerdì 26 giugno 2020

Esiste un rapporto tra attaccamento dell’infanzia e legame di coppia?

Che il legame sviluppato nella prima infanzia con la madre (o con altra figura di accudimento) sia determinante per ogni persona - almeno da quando John Bowlby, intorno agli anni ’30, ha formulato la teoria dell’attaccamento - è cosa risaputa e comunemente accettata nella comunità scientifica. Che il tipo di attaccamento sviluppato nei primi anni di vita possa estendersi alla relazione di coppia è argomento supportato da numerosi studi di settore. 

Ma facciamo un passo alla volta. Cosa si intende per attaccamento? È la tendenza a cercare e mantenere contatto anche affettivo con la persona di riferimento. L’attaccamento implica la ricerca della vicinanza fisica, fornisce benessere e sicurezza, produce ansia da separazione.

Secondo Bowlby, il bambino nei primi anni di vita sviluppa uno specifico stile di attaccamento, che dipende dal comportamento e dalla modalità di cura dell’adulto di riferimento e, conseguentemente, dal tipo di rapporto che si instaura con esso.

Esiste un attaccamento sicuro. E’ quello, ad esempio, del bambino cresciuto con una madre sensibile e disponibile: egli sviluppa autostima, ha fiducia negli altri, costruisce aspettative positive nei confronti delle relazioni interpersonali.  Esistono però anche stili di attaccamento insicuri (ambivalenti, evitanti o disorganizzati). Sono quelli dei bambini che hanno avuto a che fare con figure di accudimento incerte, incostanti o inadeguate. Questi bimbi sviluppano un’autostima limitata o discontinua, la sfiducia negli altri e aspettative negative nei confronti delle relazioni interpersonali.

E da adulti? In effetti, le persone adulte spesso ricercano partner che replichino gli stili relazionali che hanno interiorizzato da bambini.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento sicuro diventano adulti fiduciosi, in grado di stabilire rapporti significativi, sono pronti all’impegno, all’accettazione dell’interdipendenza reciproca. Sanno edificare relazioni basate sull’empatia, con confini appropriati. Se entrambi i partner si sentono sicuri, godranno della reciproca compagnia e sapranno comunicare con onestà. Si sentiranno a proprio agio nel condividere pensieri, sentimenti e spazi, ma sapranno agire anche separatamente.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento evitante diventano adulti distaccati, insofferenti rispetto alle relazioni troppo strette e alla possibilità di interdipendenza. Instaurano relazioni rigide e distanti, spesso caratterizzate da mancanza di fiducia ed inflessibilità. Per le coppie evitanti l’intimità è vissuta come un rischio e c’è una forma di paura nella relazione (si sentono esposti e vulnerabili). Temono il conflitto. Lasciano spesso che sia il partner a prendere decisioni e rinunciano ad esprimere i loro desideri. Tendono a non condividere le proprie emozioni e a sentirsi soli.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento ambivalente diventano adulti preoccupati di non essere amati, incerti, ansiosi e manifestano il desiderio di fondersi con il partner. Vivono relazioni ansiose ed insicure, basate su comportamenti controllanti ed imprevedibili (es. incolpare o accusare). Una persona con attaccamento ambivalente può cercare di cambiare l’altro partner, controllare le sue azioni o persino i suoi pensieri (con chi parla, cosa fa, come passa il suo tempo, ecc).

I bambini dall’attaccamento disorganizzato da adulti vivono relazioni ansiose, insensibili, caotiche ed esplosive (un po’ come se la relazione fosse bipolare). La persona con attaccamento disorganizzato mostra caratteristiche simili a quelle di attaccamento evitante ed ambivalente combinate insieme. Infatti, in queste relazioni ci sono di solito molti alti e bassi e si sperimenta una quota elevata di angoscia.

A questo punto possiamo chiederci: Lo stile di attaccamento è immutabile o può variare nel tempo? Può cambiare. Ciò che favorisce il processo di cambiamento è partire da noi stessi, evitando di gettare addosso al partner le nostre aspettative. Possiamo, ad esempio, provare a gestire diversamente i conflitti, ponendoci delle domande, provando a parlarne con la persona amata.
  • Tendiamo ad evitare il conflitto?
  • Diventiamo facilmente aggressivi o cerchiamo di avere sempre ragione?
  • Riusciamo ad ascoltare o tendiamo a sovrastare la conversazione senza lasciar terminare?
  • Individuiamo motivi profondi che ci portano a reagire in un certo modo?

Può giovare al benessere della coppia anche un aiuto esterno, qualora le competenze ordinarie della coppia si rivelino inefficaci o insufficienti.

martedì 7 aprile 2020

I nostri auguri per questa Pasqua

Il nostro augurio e il nostro pensiero in questo tempo di Passione, ma anche di Risurrezione, vanno

a chi se ne è andato senza la vicinanza delle persone care,

a chi è rimasto a dover gestire un vuoto affettivo e l'incertezza del domani,

a chi a casa ci vede rimanere da solo, per tanti motivi, mentre vorrebbe condividere queste giornate di immobilità con qualcuno,

a chi in casa soffre a causa di un conflitto permanente o per la tristezza dell'indifferenza subita,

a chi vive in pochi metri quadri essendo in troppi,

a chi - malgrado tutto - rimane un indomito portatore di gioia e la fonda in Gesù Cristo, che ha fatto trionfare la Vita sconfiggendo la morte,

a chi alimenta la speranza intorno a sè, perchè sa che torneranno i momenti leggeri e quelli di festa

A tutti voi, buona Settimana Santa e Buona Pasqua di Risurrezione!


Vi regaliamo questo canto dalla pagina FB di Fernando Barcia

https://www.facebook.com/fernando.l.barcia/videos/10221629251138000/

daniela e marco

giovedì 26 marzo 2020

Pandemia, isolamento e criticità familiari

Da ogni parte e da diverse fonti giungono esortazioni a trasformare questo tempo - in cui la pandemia detta le regole della nostra quotidianità - in un’opportunità, per curare le relazioni familiari, dedicarci ai nostri interessi, coltivare la spiritualità, ecc.

Ad esempio, è bello pensare alle famiglie cristiane che si riscoprono “piccole chiese” recuperando la dimensione della preghiera in comune che magari era andata perduta, soffocata dalle tante incombenze – e forse dispersioni - domestiche.

E’ bello e giusto. Come è giusto mantenere uno sguardo positivo e propositivo sul futuro, che prima o poi ci restituirà alle nostre abitudini e ai nostri trantran.

Ma non tutte le famiglie hanno risorse spirituali e psicologiche tali da trasformarsi in sereni luoghi di preghiera e di amorevole reciprocità.

Allora oggi il nostro pensiero va proprio a queste famiglie che convivono giornalmente con criticità legate ad uno o più membri del contesto domestico.

A causa della pandemia, queste situazioni familiari, già difficili di per sè, possono ulteriormente aggravarsi.
La precarietà lavorativa, una disabilità grave, la dipendenza di un figlio, la malattia di un genitore, il comportamento violento del coniuge… sono realtà strutturali che richiedono già normalmente un impiego di energie fisiche e psichiche tale da necessitare di supporti esterni. In tempo di restrizioni e isolamento queste difficoltà rischiano di acuirsi.

Chi sbarca il lunario lavorando a cottimo o saltuariamente in queste settimane non ha entrate. Chi si prende cura di persone disabili vede mancare sia il sostegno di soggetti competenti che la presenza fisica di quelle persone amiche che sanno infondere coraggio e forza per andare avanti. Chi ha un figlio dipendente da sostanze o altro in questo tempo deve gestire crisi di astinenza, comportamenti aggressivi. Chi assiste un malato cronico sa quanto sia importante poter uscire di casa almeno un poco, per staccare la spina e riacquistare forze, soprattutto psicologiche. Chi ha un coniuge o un compagno violento oggi fatica a rivolgersi ai centri di aiuto, per via della coabitazione ininterrotta... la lista potrebbe continuare.

A tutte queste realtà familiari va il nostro pensiero, la nostra preghiera, perché il Padre doni a chi ne ha bisogno rinnovata forza e la consolazione nel cuore.

giovedì 19 marzo 2020

San Giuseppe - Un pensiero per tutti i papà


Siamo ormai tutti consapevoli che il ruolo paterno incide in maniera significativa - anzi determinante - nella vita di ogni figlio, e ancor più, di ogni figlia. Ma oggi, festa di San Giuseppe, possiamo pure sorriderne! Grazie a Giovanni Scifoni e prole!

lunedì 9 marzo 2020

La Quaresima ai tempi del coronavirus

Capitello della peste - Alto Adige
Gli anziani dicono che le epidemie ci sono sempre state. Dicono anche che si affrontavano in vari modi: si bruciava ciò che era verosimilmente infetto, si disinfettavano, più o meno efficacemente, gli ambienti, ma soprattutto ci si riuniva in preghiera. Non a caso, sul territorio italiano, sono disseminati capitelli e chiese votive eretti in memoria della battaglia contro questa o quella pestilenza, per chiedere a Dio la grazia di far trionfare la vita.

Ma veniamo all’oggi. La chiusura di parte dei luoghi pubblici (scuole, cinema, palestre, musei, locali ecc.) rappresenta un provvedimento atto a proteggere la popolazione dal propagarsi del contagio, come pure la recente limitazione alla circolazione delle persone al di fuori delle zone rosse, se non per motivi necessari, e l’obbligo di evitare occasioni di aggregazione in spazi chiusi e aperti.

Per ogni cittadino si tratta di limitazioni a forte impatto emotivo, affettivo, psicologico, economico.

Per il cittadino credente, ancor più, questa situazione - quasi surreale - tocca profondamente l’esperienza e la dimensione di fede, giacché impedisce di attingere alle fonti stesse della comunione con Dio e con i fratelli: le celebrazioni comunitarie, l’Eucaristia, le relazioni, pregiudicate dall’isolamento e dalla distanza forzata. Il nemico ha di che gioire, direbbe qualcuno. Ma non disperiamo, il Signore ci insegna e ci sostiene nel trasformare anche questo tempo in un kayròs, un tempo propizio per Dio.

La Quaresima, lo sappiamo, è tempo di digiuno, astinenza, preghiera, opere di carità. Per chi crede, la liturgia, le celebrazioni previste in questo tempo “forte” rappresentano normalmente il sostegno a un cammino di conversione che porta a unirci più intimamente al Padre e ai fratelli.

Il fatto – inedito - di non poter partecipare alla S. Messa, di vivere il digiuno eucaristico e una prolungata astinenza dalla dimensione ecclesiale comunitaria, da un lato rappresenta un’esperienza di spoliazione che fa comprendere ancor più la preziosità di queste realtà di fede, dall’altro spinge a guardare all’essenziale della nostra vita e a scoprire che ciò che comunque non ci viene tolto è il rapporto con Dio nella preghiera, attraverso la Parola, le Sacre Scritture.

Per la Chiesa, questo, è un periodo di deserto concreto, reale, in cui è facile ascoltare la voce del Signore che si rivolge a noi con la sua tenerezza costitutiva, per attirarci a sé, come si legge in Osea “La attirerò a me e parlerò al suo cuore”.

Questo tempo è occasione, dunque, per restituire ad ogni dimensione di fede la sua grandezza, la sua forza vitale, e per accorgerci anche del valore non scontato delle nostre relazioni, a partire da quelle familiari e amicali.

Questa Quaresima ci porta infine, inevitabilmente, a recuperare la coscienza della nostra condizione creaturale, di più, filiale, della nostra condizione di indigenza umana, vale a dire del nostro limite, e – contemporaneamente – della potenza dell’amore del Padre, che ci tiene sul palmo della sua mano, e, come dice il salmo, ci solleva sulla rupe, ci tiene al riparo e all’ombra delle sue ali. Basta affidargli il nostro mondo, la nostra vita e, già che ci siamo, anche quella degli altri.

giovedì 16 gennaio 2020

La memoria della vita come amore

Tomáš Špidlík sosteneva che la vita dell’uomo è mossa dalla memoria, e questa ha due livelli. Esiste, infatti, una memoria cronologica, che riporta, più o meno fedelmente, momenti dell’esistenza in successione temporale, ed esiste anche una memoria della vita come amore. E quest’ultima rimane viva, attiva, elabora e custodisce tutto ciò che la persona percepisce come amore, o mancanza di amore, e questo - incredibilmente! - a partire dal concepimento.

L’esperienza che facciamo dell’amore, del sentircene o meno destinatari, in famiglia anzitutto, sarà un costante riferimento, anche inconsapevole, nelle nostre relazioni, specie in quelle affettive. In gran sintesi, chi si è sentito amato, amerà a sua volta. Chi è stato ferito o deluso nelle sue aspettative d’amore, farà molta più fatica a manifestare i propri sentimenti d'affetto, in alcuni casi coltiverà addirittura risentimento, rabbia, aggressività latente.

E’ importante sottolineare che il cuore registra nel nostro profondo ciò che viene percepito in termini di amore ricevuto, e fin dalla fase prenatale. E’ vero, però, che la percezione può anche differire dalla realtà oggettiva.

Ricordo un caso riportato da una psicoterapeuta. Una giovane donna si era recata da lei per un problema relazionale con il padre, che non era mai riuscita a sbloccare e risolvere. La ragazza sentiva una sorta di chiusura, anzi vero e proprio rifiuto nei suoi confronti, sentimento vissuto fin dall’infanzia, anche se non c‘erano ricordi o episodi nel passato che potessero giustificare un tale atteggiamento interiore. Secondo la psicoterapeuta, quel disagio era riconducibile all’epoca prenatale, momento in cui la giovane poteva essersi in qualche modo sentita rifiutata dal padre. Quando la ragazza ne parlò con la madre, quest’ultima le riportò un dettaglio, che poi si rivelò significativo. Nel giorno in cui la madre diede notizia al padre di essere incinta di lei, il padre si girò di scatto voltandole le spalle.

Eccolo, il gesto di rifiuto percepito. La madre però continuò: “Pensa che tuo padre, per la grande emozione provata, era scoppiato a piangere, ma si vergognava di farsi vedere da me, così si voltò, e solo dopo essersi ricomposto, venne ad abbracciarmi”. Dopo quella condivisione, la giovane iniziò ad aprirsi alla relazione col padre, che mai in cuor suo l’aveva realmente rifiutata.

In ambito familiare, si sa che ogni genitore ama i propri figli enormemente, nella maggior parte dei casi più della propria vita. Tuttavia, in questa prospettiva, diventa fondamentale manifestare l’amore, il bene provato nei confronti dei figli in ogni modo possibile.

E forse val la pena ricordare che ciascuno sviluppa un proprio linguaggio dell’amore. Come afferma Gary Chapman, c’è chi esprime l’amore provato - e conseguentemente legge l’amore degli altri - soprattutto con il codice verbale, chi con quello del contatto fisico, chi con quello dei doni dati e ricevuti, chi con i gesti di servizio, e chi attraverso i momenti speciali, vissuti in esclusiva con l’amato.

Il figlio che sviluppa prevalentemente il linguaggio del contatto fisico, ad esempio, si sentirà amato - e amerà a sua volta - se ricorderà di esser stato preso in braccio, di aver ricevuto baci e carezze, di esser stato abbracciato nei momenti di sconforto. Parimenti, quel figlio resterà particolarmente ferito da ogni gesto fisico che non esprime amore.

Ma più in generale, guardandoci intorno, quante possono essere le persone che nella loro vita sono state ferite nell’amore? Quanto bene può fare, quanto può sanare, un nostro gesto o una parola di affetto nei loro confronti?

E nella prospettiva cristiana, Špidlík affermava che ogni gesto d’amore viene registrato nella memoria umana, ma anche, ovviamente, nella memoria divina, perché “il vero bene è opera della collaborazione dell’uomo e dello Spirito Santo; si realizza quindi nel tempo e insieme possiede un carattere eterno”.