giovedì 5 settembre 2019

Da cittadina europea, da madre

Sinceramente, non posso non restare sconcertata di fronte all’omissione silente rispetto a quanto ormai da tempo accade nelle carceri libiche (chi ne esce testimonia visibilmente torture, trattamenti brutali, violenze gratuite) mentre i campi di accoglienza, come quelli in Grecia, sono al collasso.

La comunità internazionale, ma ancor prima l’opulenta Europa praticamente tace, non si muove, sembra fare una gran fatica ad accogliere, redistribuendole, qualche centinaia di persone. Mi chiedo, a livello di coscienza collettiva, che differenza c’è tra l’attuale situazione e quella delle deportazioni avvenute nel secondo conflitto mondiale?

Al di là degli avvicendamenti politici interni, da cittadina di un’Europa dichiaratamente emancipata ed evoluta, quindi garante dei fondamentali diritti umani, mi aspetto da tempo prese di posizioni coerenti e fattive.

Non posso sposare l’idea che in Europa si incentivi la libera circolazione delle merci e del danaro, e certo, anche delle persone - ma solo quelle di un certo rango, vale a dire di un certo status sociale, di una certa provenienza. Non posso sposare l’idea che si classifichino persone di serie A, di serie B, e anche di serie C.

E non sto ragionando da cristiana, ovviamente, che il salto sarebbe eccessivo forse per alcuni e implicherebbe ulteriori considerazioni. Parlo da semplice madre. Se ci fosse uno dei miei figli, in carcere in Libia o in uno dei tanti campi di accoglienza disseminati sul territorio internazionale, mi tremerebbero le vene ai polsi.

Del resto, se fossimo nati in una zona di guerra o, ad esempio, nell’area subsahariana, dove le prospettive di vita sono basse, dove la vita è minacciata e vale poco, auspicherei senz’altro per i nostri figli la possibilità di sopravvivenza prima, e di realizzazione poi. Senza grandi pretese, solo che potessero vivere in pace e dignitosamente. Desidererei per loro che trovassero altre persone che non li facessero sentire soli al mondo, che li facessero sentire, se non benvoluti, quanto meno accolti, rispettati. Farei di tutto, per offrire loro questa opportunità.

E di fatto molte madri, molte famiglie ci provano, lo sappiamo. Con grandi sacrifici raccolgono tutto il denaro che possono, per far arrivare i propri figli nella terra che notoriamente garantisce pace e rispetto dei diritti fondamentali. Sarebbe l’Europa, nel loro immaginario.

Da cittadina europea, da madre, da cristiana, vorrei che a quei figli non venisse negata la vita e che il valore di quest’ultima fosse riconosciuto come universale, a-territoriale, senza condizioni.

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