venerdì 4 gennaio 2019

Figli in ostaggio affettivo


Che non sia facile essere buoni genitori, si sa. Che i genitori amino straordinariamente ciascuno dei propri figli, è cosa altrettanto nota, pure è nell’esperienza comune di mamme e papà alternare gioie e soddisfazioni a smarrimenti ed errori educativi, anche se sempre animati da amorevoli intenti. Teniamo poi conto del fatto che correnti e teorie pedagogiche hanno condizionato nel tempo, più o meno efficacemente e assennatamente, il comportamento di intere generazioni di genitori. 

Attualmente, ad esempio, spopola la teoria che punta il focus sulla mistica dell’allattamento, incentivato ben oltre l'età dello svezzamento, fino a due, tre anni e oltre, come sublimazione e al di là del nutrimento, in quanto fonte di benessere e piacere sia per la madre che per il bambino; o sul co-sleeping, termine che definisce la pratica di dormire insieme al bambino fin che questo lo richieda, da alcuni considerato naturale perché così fanno animali e alcuni popoli della terra. Sulle sue conseguenze nel tempo, però, ci sono pareri assai contrastanti.  Di fatto, madre e figlio desiderano naturalmente stare, e quindi anche dormire, insieme, ma c‘è chi sostiene che ciò non corrisponda propriamente all’oggettivo bene del figlio.

Il piacere fusionale espresso da entrambi si manifesterebbe “come una forma ipnotica che chiede di essere costantemente ripetuta”. In quanto tale, questo tipo di rapporto mamma-bimbo non aiuta a crescere psichicamente il figlio, che ha semmai bisogno di sviluppare una progressiva autonomia, raggiunta anche attraverso un distacco fisico ed emotivo dalla madre (con l’aiuto del padre). E non si rivelerebbe una scelta vincente neppure per quest’ultima, e non solo fisicamente, giacché la madre può ritrovarsi, tra le altre cose, a proiettare il proprio desiderio sul figlio, piuttosto che sul partner. Non si contano i padri che lamentano di sentirsi esclusi, tagliati fuori dal rapporto ermetico madre-figlio, non più da partner ma da spettatori.  

Ma qual è il vero volto della famiglia attuale, premesso che ne esistono diverse varianti? Oggi molte giovani famiglie pare siano caratterizzate dalla tendenza a sviluppare un rapporto con la prole esclusivo,  definito claustrofìlico. Si riproduce in pratica la realtà del nido chiuso, in cui le relazioni interne bastano a sé stesse: qui la diversità, la differenza, faticano a trovare spazio, perchè vengono percepite come minaccia. 

Secondo la psicanalista Laura Pigozzi, si tratta di un modello pervasivo e tossico, specie per il figlio, perché non educa al sociale, al confronto, ai legami con gli altri; genera piuttosto insane dipendenze, e non solo dalla madre (il co-sleeping, secondo Pigozzi, autrice del libro Mio figlio mi adora, ha un ruolo significativo nell’alimentarne l'insorgere). Questa prima dipendenza dalla madre genera in seguito la sua ripetizione nostalgica in altri oggetti: cibo, stupefacenti, gioco compulsivo, sesso, computer. Contemporaneamente, una famiglia così organizzata fa percepire gli altri non solo come diversi da sé, ma alieni, antagonisti, pericolosi (insegnanti compresi), "a meno che non riproducano fedelmente i valori familiari interni". 

È un tipo di legame, quello claustrofìlico, che sembra non educhi il figlio alla relazione, e nemmeno all’amore per la vita, giacché ne soffoca la creatività e il desiderio, saturati, questi ultimi, più che dalle abitudini, che offrono apparente sicurezza, dall’adesiva vischiosità delle relazioni interne, di fatto anestetizzanti. Questi figli crescono passivi, pigri, senza un progetto personale, senza passioni non perché ottusi, ma perché bloccati da un rapimento psichico e prigionieri in un ostaggio affettivo che smorza gli slanci di indipendenza e realizzazione.

Ci chiediamo: Perché mai la famiglia oggi si ritroverebbe sbilanciata sul figlio, anziché sul legame di coppia? C'è chi trova risposta nel fatto che gli adulti sono mossi in tanti casi, oltre che dal bisogno emotivo di assicurarsi per sempre l’affetto di qualcuno, anche da quello di avere i figli come sostegno alla propria fragilità.

Nella percezione comune ora più che mai il legame coi figli offrirebbe maggiori garanzie affettive rispetto a quello con l’altro genitore. Il problema è che il figlio, se investito dell'innaturale ruolo di “partner” per la vita, non può portare questo peso senza conseguenze: percependo di dover occupare simbolicamente un posto in un incerto confine tra figlio e “amante inconscio”, difficilmente riuscirà, ad esempio, a vivere relazioni sessuali-affettive con la necessaria libertà interiore, imbrigliato in sensi di colpa e senso del dovere verso il genitore dominante.

Ma esistono famiglie alternative a quelle sopra descritte? Guardandoci intorno a noi pare di sì, sono quelle in cui le mamme allattano semplicemente fin che c'è latte, quelle in cui si sta a volte coi figli sul lettone, ma si custodisce e alimenta al contempo, giorno dopo giorno, il rapporto di coppia, senza abdicare al ruolo di moglie/marito. Sono quelle in cui si ricorda che le madri non sono chiamate ad essere solo madri. 

Sono le tante famiglie che promuovono volutamente, consapevolmente, con amore, la progressiva autonomia - sia psicologica che affettiva – dei figli, attivando quelle dinamiche che favorisco l'accoglienza e l'integrazione della diversità che le relazioni esterne offrono come ricchezza, accettando il rischio della fatica che può derivarne. Sono le famiglie che creano intelligentemente qualche vuoto, una qualche mancanza intorno al figlio, per offrirgli spazi di libertà da poter riempire.

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