mercoledì 18 luglio 2018

Quinto giorno: la vita, niente di meno

Dunque, dopo aver scisso, come nei giorni della Creazione, la luce di ciò che ci fa bene dalle tenebre di ciò che ci disturba, identificato le priorità separandole dal facoltativo, dopo esserci riappacificati con i nostri limiti e aver scelto di assecondare le ispirazioni, scartando senza tanti complimenti le suggestioni, eccoci al quinto giorno, in cui appare la vita, con la multiformità delle specie viventi, coronata dalla benedizione di Dio: “Siate fecondi e moltiplicatevi”.

La vita di cui si tratta è nientemeno che la nostra. Può sembrare un’inutile ovvietà, tuttavia non sono pochi coloro che riscaldano per decenni un minestrone di aspettative, proiezioni, ipotesi, assenze, senza mai accettare, e quindi gustare, il reale di ciò che sono e che hanno. Tanti cercano di modificare il loro materiale umano adattandolo a modelli o parametri di ogni tipo, col risultato di passare dalla frustrazione alla rabbia, dal senso di fallimento a giustificazioni consolatorie per ritrovarsi infine insoddisfatti e inappagati.

Il quinto giorno insegna una cosa: la mia vita non è un evento fortuito, ha una dignità e un valore enorme, è il dono che Dio in persona mi ha fatto. Non solo, Egli questa mia vita l’ha benedetta e continua a benedirla affinché sia feconda e generi altra vita.

Allora in questo giorno sono chiamato a fermarmi per guardarla per intero, come in un film, per cogliere i segni di questa benedizione che mi ha accompagnato fin dal mio concepimento. Coloro che riescono a far questo si ritrovano senza sforzo pieni di gratitudine e di gioia. E spesso non sono quelli che godono di moltissime cose e doni, ma chi ha umanamente molto poco.

Pensiamo al sorriso a tutta mostra dei bambini africani, magari poverissimi, ma pieni di gioia di vivere e pensiamo all'annoiata tristezza di tanti giovani occidentali, straripanti di cose, ma incapaci di vedere la bellezza e il bene della e nella loro esistenza.

Nel riconoscere la trama della benedizione divina dentro la nostra storia, dall’infanzia al presente, dovremmo riuscire a identificare una costante, perché, come dice Rosini in L'arte di ricominciare, “c’è un modo che Dio ha per salvarmi, che ha una sua coerenza. Mi prende in genere per una linea di grazia, per una chiave di salvezza”. Ogni linea è unica perché tale è ogni storia.

Ricordo quella di una giovane donna dall'infanzia piuttosto triste, che da ragazza, per non lasciarsi andare, ha iniziato a ballare. Solo ballando si sentiva viva. Ha iniziato ad andare in discoteca, ha fatto la cubista. Poi a un certo punto si è aperta al trascendente. Ha aperto una scuola di danza, dopo essere entrata in un Ordine di religiose! A guardarla oggi è l’emblema della gioia. Si chiama Anna Nobili.
Per ciascuno Dio ha un modo per salvarlo dall'infelicità e dalla morte, diverso da quello di un altro. Ecco la specie!

Se guardo in dietro, posso riuscire a capire che Dio ha sempre rispettato le mie pieghe, ha tenuto conto delle mie forze, del mio passo, del canto del mio cuore, e non mi ha mai mollato, non è mai venuto meno alla sua benedizione. A me, ora, sta solo riconoscerlo.

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