giovedì 14 giugno 2018

Terzo step nell’arte di ricominciare: l’accettazione del limite

Continuiamo il nostro percorso per imparare l'arte di ricominciare, a partire dal testo di Fabio Rosini che ricorre al paradigma dei giorni della Creazione per identificare le tappe, o meglio le scelte più opportune per resettare il registro della nostra vita e farla ripartire, qualora ci si accorga che non la stiamo “cantando” sulle note giuste.

Così, nel primo giorno avviene la separazione della luce dalle tenebre, vale a dire di quel che ci giova, ci fa bene, da ciò che ci inquina palesemente. Nel secondo giorno spunta il firmamento, che divide le acque buone, che vengono dal cielo, da quelle pericolose, che stanno al di sotto. Cosa rappresenta il firmamento con le sue stelle fisse? Le priorità della nostra vita, quelle a cui dare precedenza, che sono ben distinte dalle urgenze (raramente vitali), ma anche dalle cose buone ma non imprescindibili.

Cosa accade nel terzo giorno? Viene creato l’asciutto, vale a dire un territorio in cui poter vivere. Compaiono dunque i confini, gli argini, i limiti. Essi rappresentano quei sì e quei no che contornano la mia identità e senza i quali sarei un crocevia caotico per tutte e per nessuna direzione. 
Il terzo giorno, insomma, mi pone davanti alla cruciale questione del mio rapporto col limite.

“Accettare o rifiutare il limite orienta drammaticamente le mie attività, l’intelligenza, i sentimenti”. Il rifiuto del limite, l’assenza di contenimento, genera insoddisfazione quando va bene, e disastri esistenziali in tutti gli altri casi.

Le trasgressioni ai divieti, all’etica, alla morale, sono il più elementare esempio di tale rifiuto.
Ma il limite più decisivo, esistenzialmente parlando, è il margine di creatura, che presuppone, va da sè, un Creatore. Il desiderio/delirio di onnipotenza, l’autodeterminazione solipsistica, l’autoglorificazione ne sono le manifestazioni classiche.

Ma il mito dell’uomo attuale, che si riscatta da solo da questo e da ogni altro limite, è destinato a “svaporare in stato gassoso”. Perché? Perché cozza contro la profonda angoscia di non essere niente e nessuno, senza quei limiti che lo definiscono. Cosa può liberare da questo stallo? Nessun oggetto, ha questo potere. Nemmeno il più costoso. È solo l’altro, colui che mi sta davanti o a fianco, e ancor più l’Altro, con la A maiuscola. 

La relazione, dunque, con gli altri e con Dio, è la variabile determinante. Quella che stana i miei e altrui limiti, certo, ma che rivela anche la bellezza che ho dentro, intorno e esternamente a me, che è nelle persone e in molteplici forme nel Creato.
Il limite allora non è necessariamente una realtà negativa. Mi fa capire di non essere bastante a me stesso e mi fa accorgere di aver bisogno degli altri - a partire dai miei familiari, la cui presenza do a volte per scontata.

Il limite mi fa anche prender coscienza che quella solitudine esistenziale che genera ansia e mi imbraga l’anima non è la verità ultima di me, giacché posso considerare il fatto di essere da sempre amato dall’Altro. L’Altro è Colui che amandoti ti lascia libero, ma che col tuo permesso “mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento” (Sal 147,14).

Nel limite posso dunque rilassarmi e percepirmi semplicemente figlio amato, diventare terra buona, delimitata sì, ma che dà frutto, a beneficio mio e di chi mi circonda.

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