sabato 30 giugno 2018

Quarto giorno: tra suggestioni e ispirazioni

Nel nostro percorso interiore per far ripartire la nostra vita con migliori presupposti, abbiamo proceduto a tappe, sulla scia dei sei giorni della Creazione, così come suggerisce il libro di Fabio Rosini L’arte di ricominciare.  Così nella prima tappa abbiamo separato le nostre tenebre dalla luce, corrispondenti a ciò che ci fa bene da ciò che inquina la nostra vita; poi, come nel secondo giorno, abbiamo stabilito il firmamento tra le acque buone e quelle minacciose con le stelle fisse delle nostre priorità, e in terzo luogo abbiamo accettato di far pace coi limiti della nostra vita, che a ben vedere sono utili, perché danno forma alla nostra identità e ci rendono concretamente capaci di produrre frutto.

Il quarto giorno corrisponde al momento in cui vengono creati il sole e la luna affinché “siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni”. Interessante. Il buon Dio stabilisce che la misura primaria dell’esistenza siano le feste. A dire, ciò che scandisce la mia vita è ciò che festeggio, ciò che ha un particolare significato. Di fatto, i giorni non sono tutti uguali. Quell’incontro inaspettato, quel fatto di cui conservo ancora memoria a distanza di tanti anni, quel dolore che mi ha fatto capire alcune cose...

Forse è utile ricordare che le feste, per Israele, erano, e rappresentano tutt’oggi, momenti di forte intensità, di comunione del popolo col suo Dio. È la storia di una relazione: nella festa si fa memoria di ciò che Dio ha operato nel corso del tempo. Insomma, niente a che vedere con la Sagra delle rane di Santa Lucia di Piave.

Tornando a noi, ciò che corrisponde alle nostre feste è sempre qualcosa che viene a illuminare in modo particolare il mio sguardo. E se è vero che l’occhio è lo specchio dell’anima, nel momento in cui una luce entra in me posso iniziare a leggere la realtà avvicinandomi di più al vero e crescere nella capacità di riconoscere le luminose ispirazioni, identificabili con il sole, dalle oscure suggestioni, corrispondenti alla luna.

Perché è importante distinguerle? Perché nella selva dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, ve ne sono alcuni, le ispirazioni, che vengono da Dio e altri, le suggestioni, che hanno opposta natura. Non è sempre facile individuarle. Bisogna innescare dei processi di sapienza.

In generale, le suggestioni hanno lo scopo nefasto di allontanarci dalla verità sospingendo i nostri pensieri e sentimenti verso quel mysterium iniquitatis che chiamiamo male. Le si riconosce dal fatto che suscitano paure indefinite, si mischiano coi sensi di colpa, fanno partire ragionamenti contorti e complicati, generano aggressività, ansia, tensioni con gli altri.

Le ispirazioni, per contro, abitano pensieri lineari, semplici, ci lasciano sostanzialmente in pace. Non forzano la nostra interiorità, semmai alleggeriscono, liberano interiormente, perché corrispondono alla logica dell’amore e alla volontà di Dio per noi.  Oltretutto, poiché hanno una loro naturalità, tendono a realizzarsi da sé.

Altra cosa che le contraddistingue è che le ispirazioni restano stabili nel tempo, forse perché portano in sé un briciolo di eternità, mentre le suggestioni sono fluide e ambigue, non delineabili con chiarezza e spingono una certa rigidità di pensiero, ottundono, ci rendono incapaci di inserirci in un confronto dialettico.

Distinguere con chiarezza sole e luna. Ispirazioni buone, da suggestioni negative. Vagliare i propri pensieri e i propri sentimenti significa mettersi nelle condizioni di riuscire ad assecondare le une e allontanare le altre.

giovedì 14 giugno 2018

Terzo step nell’arte di ricominciare: l’accettazione del limite

Continuiamo il nostro percorso per imparare l'arte di ricominciare, a partire dal testo di Fabio Rosini che ricorre al paradigma dei giorni della Creazione per identificare le tappe, o meglio le scelte più opportune per resettare il registro della nostra vita e farla ripartire, qualora ci si accorga che non la stiamo “cantando” sulle note giuste.

Così, nel primo giorno avviene la separazione della luce dalle tenebre, vale a dire di quel che ci giova, ci fa bene, da ciò che ci inquina palesemente. Nel secondo giorno spunta il firmamento, che divide le acque buone, che vengono dal cielo, da quelle pericolose, che stanno al di sotto. Cosa rappresenta il firmamento con le sue stelle fisse? Le priorità della nostra vita, quelle a cui dare precedenza, che sono ben distinte dalle urgenze (raramente vitali), ma anche dalle cose buone ma non imprescindibili.

Cosa accade nel terzo giorno? Viene creato l’asciutto, vale a dire un territorio in cui poter vivere. Compaiono dunque i confini, gli argini, i limiti. Essi rappresentano quei sì e quei no che contornano la mia identità e senza i quali sarei un crocevia caotico per tutte e per nessuna direzione. 
Il terzo giorno, insomma, mi pone davanti alla cruciale questione del mio rapporto col limite.

“Accettare o rifiutare il limite orienta drammaticamente le mie attività, l’intelligenza, i sentimenti”. Il rifiuto del limite, l’assenza di contenimento, genera insoddisfazione quando va bene, e disastri esistenziali in tutti gli altri casi.

Le trasgressioni ai divieti, all’etica, alla morale, sono il più elementare esempio di tale rifiuto.
Ma il limite più decisivo, esistenzialmente parlando, è il margine di creatura, che presuppone, va da sè, un Creatore. Il desiderio/delirio di onnipotenza, l’autodeterminazione solipsistica, l’autoglorificazione ne sono le manifestazioni classiche.

Ma il mito dell’uomo attuale, che si riscatta da solo da questo e da ogni altro limite, è destinato a “svaporare in stato gassoso”. Perché? Perché cozza contro la profonda angoscia di non essere niente e nessuno, senza quei limiti che lo definiscono. Cosa può liberare da questo stallo? Nessun oggetto, ha questo potere. Nemmeno il più costoso. È solo l’altro, colui che mi sta davanti o a fianco, e ancor più l’Altro, con la A maiuscola. 

La relazione, dunque, con gli altri e con Dio, è la variabile determinante. Quella che stana i miei e altrui limiti, certo, ma che rivela anche la bellezza che ho dentro, intorno e esternamente a me, che è nelle persone e in molteplici forme nel Creato.
Il limite allora non è necessariamente una realtà negativa. Mi fa capire di non essere bastante a me stesso e mi fa accorgere di aver bisogno degli altri - a partire dai miei familiari, la cui presenza do a volte per scontata.

Il limite mi fa anche prender coscienza che quella solitudine esistenziale che genera ansia e mi imbraga l’anima non è la verità ultima di me, giacché posso considerare il fatto di essere da sempre amato dall’Altro. L’Altro è Colui che amandoti ti lascia libero, ma che col tuo permesso “mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento” (Sal 147,14).

Nel limite posso dunque rilassarmi e percepirmi semplicemente figlio amato, diventare terra buona, delimitata sì, ma che dà frutto, a beneficio mio e di chi mi circonda.