sabato 26 maggio 2018

Seconda tappa dell’arte di ricominciare: le pacate priorità

Proseguiamo la nostra riflessione che prende spunto dal libro di Fabio Rosini L’arte di ricominciare, sulla possibilità di fare un reset nella nostra vita, qualora dovessimo accorgerci di esser fuori fase, lontani dal vero e dal meglio di noi.

Un cambiamento in meglio normalmente parte da un “fresco spiffero interiore di coraggio, di voglia di riprovare” che ci spinge a far chiarezza, a separare - come nel primo giorno della Creazione - la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, ciò che ci fa bene da ciò che ci danneggia in modo evidente.

Nel secondo giorno della Creazione, apprendiamo dalla Genesi che Dio crea il firmamento in mezzo alle acque, per separare quelle che stanno sopra da quelle poste al di sotto. La simbologia qui si gioca sulla morfologia duale dell’acqua. C’è infatti l’acqua dolce, la pioggia, che ci dà vita e c’è un’acqua salata, il mare, che per il popolo d’Israele rappresentava pericolo, minaccia di morte.  Dio dunque crea il firmamento per distinguerle. Che significa per noi? Che nella vita possono coesistere sorgenti cristalline e acque minacciose. Atti costruttivi e atti distruttivi. Dinamiche vitali e logiche di morte.

Se la prima fase, corrispondente al primo giorno, impone di fare un discernimento primario, ora si tratta di scendere un po’ più in profondità, capendo anzitutto che cosa rappresenta il firmamento.  Potremmo definirlo come l’ordine, o le imprescindibili regole della vita, a cui la vita stessa mi chiede rispetto e obbedienza, se voglio campare bene. Se mi ingozzo di schifezze, non posso illudermi che il mio fisico non ne risenta. Se cedo alla dittatura del mio ego, che mi illude di poter scegliere solo ciò che mi piace e che ho deciso, verrò presto o tardi travolto dalle acque salate, per tornare al nostro paradigma.

Nel firmamento individuo i punti fermi su cui sintonizzarmi, il ritmo al quale “cantare” la mia vita di modo da non stonare, la velocità a cui posso andare, così da non vivere a casaccio la mia esistenza.

Il firmamento, insomma, mi porta a focalizzare le mie pacate priorità, che si oppongono alle emergenze, per loro natura ansiogene, disordinanti, dittatoriali. Si badi che il più delle volte le emergenze non sono cattive in sé, ma non possono che venire dopo le priorità. Se non resto fermo sulle priorità finisco per vivere a pezzi, schizzando da un'interruzione all'altra, per poi scontentare tutti, me compreso.

Nell'ambito familiare le priorità toccano le relazioni interne: l’attenzione al figlio, la presenza al coniuge, il tempo dedicato a chi mi ritrovo accanto. Certo, le priorità possono portare a scegliere tra due cose buone: il problema non  è se è lecito passare un pomeriggio con una mia carissima amica, ma che non vado da un secolo a trovare mio padre in casa di riposo. Il problema non è essere multifunzionali nella mia associazione di volontariato, ma che non dedico una serata a mia moglie o mio marito per parlare di quella cosa in sospeso da tempo. Sarà pure bella la cena coi coscritti, ma anche no, perché non fa parte dei bisogni primari rimescolare periodicamente il brodo delle mie conoscenze.

A ben pensarci, non è liberante riconoscere che tante cose che non rientrano nelle mie priorità posso lasciarle tranquillamente perdere?

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