lunedì 19 marzo 2018

La conclamata crisi della virilità

C'è ormai una folta letteratura a confermarlo: la crisi dell’uomo, in quanto maschio, è uno dei fenomeni che caratterizzano l’epoca postmoderna. Il maschio oggi sembra essere insicuro, rinunciatario, delegante, solo, intristito. Si percepisce spesso sostanzialmente inadeguato, inutile, sia in famiglia che tra i pari, ed ha un’autostima piuttosto bassa. Le ricerche attestano che sono in aumento l’impotenza e l’infertilità maschili.  Ansia, depressione, sociofobia pure sono in crescita tra la popolazione maschile.

Possiamo dunque parlare di crisi di virilità, se per virilità intendiamo la disponibilità a rischiare la vita per salvare quella altrui, per l’onore, per la fedeltà ai propri valori. La virilità è dunque una virtù, in quanto sinonimo di assertività, coraggio, forza interiore. Nulla a che vedere con i tratti del maschio violento di cui parlano con triste frequenza le cronache.

La crisi della virilità è una crisi di identità, ed è inedita per la storia dell’umanità. Alla domanda: “Chi sono e che posto ho nella società e nel mondo?” l’uomo fino a ieri sapeva cosa rispondere, e senza grossi tentennamenti.

Ma adesso? Essere uomo oggi non è semplice, ad esso viene chiesto di abdicare almeno in parte alla sua essenza, alla sua natura: deve essere “morbido” anziché risoluto, attento ai sentimenti più che agli obiettivi, depilato, profumato, prima metrosexual, ora übersexual... In due parole, non virile.

Del resto, c’è un magma culturale che va in questa direzione: in Svezia, i bambini sono obbligati a fare pipì seduti, anziché in piedi, perché questa postura è considerata “antiigienica, volgare e evidentemente maschilista”,  in Inghilterra sono state proibite espressioni come “Comportati da uomo”, perché ritenute offensive. E c’è l’industria pubblicitaria che alimenta la sua immagine di consumatore di prodotti tipicamente femminili: cosmetici, trattamenti di bellezza, chirurgia estetica.

Eppure l’uomo, così come la donna, ha bisogno più che mai del recupero di quella virilità che attualmente viene percepita come inopportuna. Ne hanno bisogno ancor più i figli, rispetto ai quali si parla da tempo di complesso di Telemaco (il figlio di Ulisse che guardava ogni giorno verso il mare aspettando il ritorno del padre).

I figli necessitano di avere come riferimento un padre “virile”; il suo ruolo educativo, così come quello della madre, è fondamentale, non sostituibile, non surrogabile. Ne va dell’equilibrio, dell’assetto identitario del figlio, specie se maschio, ne va della sicurezza di quest’ultimo, del suo coraggio nell'affrontare la vita, perché se la madre insegna al figlio a vivere, il padre è chiamato ad insegnare a morire, dopo aver dato uno scopo e quindi un senso alla propria vita.

Se consideriamo l’assenza di regole di cui tanti bambini sono in balìa, alla fragilità e al nichilismo che annientano tanti adolescenti e giovani, intuiamo che è forte il bisogno non corrisposto di una figura paterna ferma, autorevole, interiormente forte, capace di trasmettere coraggio, senso del sacrificio, amore per gli altri.

La virilità insomma, lungi dall'essere un orpello culturale da cui liberarsi, è il dono specifico, quella nobile virtù di cui ogni uomo dispone a vantaggio della donna, dei propri figli, della società tutta. È quel dono da recuperare, da custodire, da trasmettere alle nuove generazioni.

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