giovedì 29 marzo 2018

Duello tra la morte e Cristo



Da sola ho vinto molti e ora l’Unigenito cerca di vincermi. Ho portato via profeti, sacerdoti ed eroi. Ho vinto i re con le loro schiere, i giganti con le loro cacce, i giusti con le loro buone azioni, fiumi pieni di cadaveri io butto nello sheol, che resta assetato per quanti io ve ne getti. Per quanto un uomo ne sia vicino o lontano, l’esito finale lo conduce alla porta dello sheol.

Ho respinto l’argento quando si trattava dei ricchi, e i loro regali non sono riusciti a pagarmi. Proprietari di schiavi non mi hanno mai convinto a prendere uno schiavo al posto del suo padrone, o un povero al posto di un ricco, o un vecchio per un bambino.

Ora chi è questo? Il figlio di chi? E di che famiglia é quest’uomo che mi ha vinto? Il libro delle genealogie è qui con me. Ho iniziato e mi sono presa il disturbo di leggere tutti i nomi a partire da Adamo e nessuno dei morti mi scappa: tribù dopo tribù, sono tutti scritti sulle mie membra. É per te, Gesù, che ho intrapreso questo conto, proprio per mostrarti che nessuno scappa alle mie mani. Ci sono due uomini, non devo imbrogliare, i cui nomi, nello sheol, sono perduti: Enoch ed Elia. Non sono venuti da me. Io li ho cercati nell'intera creazione, sono perfino discesa dove discese Giona e li cercavo a tentoni, ma essi non c’erano. E quando ho pensato che potessero essere entrati in paradiso e scappati, c’era il terribile cherubino posto a guardia. Giacobbe vide una scala; forse fu con questa che essi raggiunsero il cielo.

Ma sono io che ho fatto ogni sorta di predatore in terra e in mare; le aquile del cielo vengono a me, e cosí fanno i dragoni nell’abisso, gli esseri che strisciano, uccelli e bestie, vecchi, giovani e bambini... tutti questi dovrebbero persuaderti, figlio di Maria, che il mio potere su tutte le cose é sovrano. Come può la tua croce vincermi se era attraverso il legno che io all’inizio ho vinto? (il legno dell’albero dell’Eden).

Io non prometto come te cose “nascoste ai semplici” dicendo che ci sarà una risurrezione. Quando – domando - quando? Se tu sei così forte! Allora dài subito un pegno, così che si possa credere alla tua promessa lontana”.

La morte aveva finito il suo beffardo discorso e la voce di Cristo risuonò fragorosamente nello sheol aprendo ogni tomba, una per una.

Terribili spasimi afferrarono la morte nello sheol. Dove la luce non era mai stata, raggi brillarono dagli angeli che erano entrati per fare uscire i morti a incontrare il Morto che ha dato vita a tutto. I morti andarono avanti e la vergogna coprì i vivi che avevano sperato di aver vinto Colui che dá la vita a tutto.

M: “Potessi tornare ai tempi di Mosè...egli mi fece una festa, perché l’agnello in Egitto mi dette le primizie di ogni casa; mucchi su mucchi di primogeniti furono ammassati per me alle porte dello sheol. Ma questo Agnello della festa, ha depredato lo sheol prendendo la sua decima dei morti e portandoli lontano da me. Quell'agnello riempì le tombe per me; questo vuota le tombe che erano state riempite.

La morte di Gesù é un tormento per me. Vorrei adesso averlo lasciato vivo... sarebbe stato meglio per me che la sua morte.

Qui c’é un morto la cui morte trovo detestabile. Alla morte di ogni altro io gioisco. Ma la sua morte mi tormenta e aspetto che ritorni alla vita. Durante la sua vita Egli ha fatto rivivere e portato di nuovo alla vita tre morti. Ora, attraverso la sua morte, i morti che sono venuti di nuovo alla vita mi calpestano alle porte dello sheol quando vado per trattenerli. Correrò e chiuderò le porte dello sheol davanti a questo morto la cui morte mi ha rapinato.

Chi sentirà ciò si meraviglierà della mia umiliazione perché sono stata sconfitta da un morto, venuto da fuori. Tutti i morti vogliono andare fuori e lui insiste per entrare. Un farmaco di vita é entrato nello sheol e ha riportato indietro i suoi morti  alla vita.

Bisogna che domandi e che ottenga da lui i suoi ostaggi e se ne vada nel suo Regno. Non imputare a me o buon Gesù le parole che ho detto. Ho il mio orgoglio davanti a te. Chi, vedendo la tua croce potrebbe dubitare che sei veramente uomo? Chi, quando vede il tuo potere, mancherebbe di credere che sei anche Dio? Da queste due indicazioni io ho imparato a confessarti insieme uomo e Dio.

Ascendi ora e regna su tutto e quando io ascolterò il suono della tua tromba, con le mie stesse mani condurrò i morti alla tua venuta”.                                                                                           

...Siamo stati nella tomba e abbiamo assistito al duello tra la morte e  Gesù Cristo. Con Cristo, essa diventa il passaggio alla Vita.
                                                                                              Efrem il Siro

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!
daniela e marco


lunedì 19 marzo 2018

La conclamata crisi della virilità

C'è ormai una folta letteratura a confermarlo: la crisi dell’uomo, in quanto maschio, è uno dei fenomeni che caratterizzano l’epoca postmoderna. Il maschio oggi sembra essere insicuro, rinunciatario, delegante, solo, intristito. Si percepisce spesso sostanzialmente inadeguato, inutile, sia in famiglia che tra i pari, ed ha un’autostima piuttosto bassa. Le ricerche attestano che sono in aumento l’impotenza e l’infertilità maschili.  Ansia, depressione, sociofobia pure sono in crescita tra la popolazione maschile.

Possiamo dunque parlare di crisi di virilità, se per virilità intendiamo la disponibilità a rischiare la vita per salvare quella altrui, per l’onore, per la fedeltà ai propri valori. La virilità è dunque una virtù, in quanto sinonimo di assertività, coraggio, forza interiore. Nulla a che vedere con i tratti del maschio violento di cui parlano con triste frequenza le cronache.

La crisi della virilità è una crisi di identità, ed è inedita per la storia dell’umanità. Alla domanda: “Chi sono e che posto ho nella società e nel mondo?” l’uomo fino a ieri sapeva cosa rispondere, e senza grossi tentennamenti.

Ma adesso? Essere uomo oggi non è semplice, ad esso viene chiesto di abdicare almeno in parte alla sua essenza, alla sua natura: deve essere “morbido” anziché risoluto, attento ai sentimenti più che agli obiettivi, depilato, profumato, prima metrosexual, ora übersexual... In due parole, non virile.

Del resto, c’è un magma culturale che va in questa direzione: in Svezia, i bambini sono obbligati a fare pipì seduti, anziché in piedi, perché questa postura è considerata “antiigienica, volgare e evidentemente maschilista”,  in Inghilterra sono state proibite espressioni come “Comportati da uomo”, perché ritenute offensive. E c’è l’industria pubblicitaria che alimenta la sua immagine di consumatore di prodotti tipicamente femminili: cosmetici, trattamenti di bellezza, chirurgia estetica.

Eppure l’uomo, così come la donna, ha bisogno più che mai del recupero di quella virilità che attualmente viene percepita come inopportuna. Ne hanno bisogno ancor più i figli, rispetto ai quali si parla da tempo di complesso di Telemaco (il figlio di Ulisse che guardava ogni giorno verso il mare aspettando il ritorno del padre).

I figli necessitano di avere come riferimento un padre “virile”; il suo ruolo educativo, così come quello della madre, è fondamentale, non sostituibile, non surrogabile. Ne va dell’equilibrio, dell’assetto identitario del figlio, specie se maschio, ne va della sicurezza di quest’ultimo, del suo coraggio nell'affrontare la vita, perché se la madre insegna al figlio a vivere, il padre è chiamato ad insegnare a morire, dopo aver dato uno scopo e quindi un senso alla propria vita.

Se consideriamo l’assenza di regole di cui tanti bambini sono in balìa, alla fragilità e al nichilismo che annientano tanti adolescenti e giovani, intuiamo che è forte il bisogno non corrisposto di una figura paterna ferma, autorevole, interiormente forte, capace di trasmettere coraggio, senso del sacrificio, amore per gli altri.

La virilità insomma, lungi dall'essere un orpello culturale da cui liberarsi, è il dono specifico, quella nobile virtù di cui ogni uomo dispone a vantaggio della donna, dei propri figli, della società tutta. È quel dono da recuperare, da custodire, da trasmettere alle nuove generazioni.

lunedì 5 marzo 2018

Dove cercare la stabilità e il per sempre?


Le cronache più recenti confermano che molti sono disposti a fare grossi sacrifici e a lottare per conservare e dare stabilità al proprio lavoro.  La consideriamo una priorità assoluta. Il lavoro, del resto, è necessario: non solo consente di procurarci il necessario per vivere, ma ci dà dignità e, almeno idealmente, permette di esprimere i talenti personali, di trovare in esso realizzazione. Ancora, ci consente di stare in relazione con gli altri, in modo diretto o indiretto.

Ma non si potrebbe dire lo stesso della famiglia? Se sì, allora fa riflettere il fatto che alla stabilità, al “per sempre” della famiglia, non si riconosca automaticamente uguale importanza.

Forse perché, nel sentire comune, aleggia la convinzione che la famiglia non sia parimenti fonte di vita, luogo di realizzazione, di relazione autentica almeno quanto il lavoro?  Certo, dipende da che cosa l'individuo pone al vertice della propria scala di valori, cosa vi fa seguire in successione, quanto e cosa sceglie di investire, in termini di risorse, qualità personali, tempo, ecc.

Che ci sia bisogno di recuperare una chiarezza riguardo al significato, prima che al ruolo, che la famiglia ha concretamente nella vita di ognuno? La famiglia è il luogo naturale in cui soddisfare la sete di relazione che ci abita istintivamente; ed è ancora la famiglia che può rispondere, per vocazione, al bisogno di sentirsi accolti e al sicuro, di ricevere incoraggiamento e fiducia. Ben prima e meglio che il posto di lavoro, che, alla fine, nella vita di tanti, è un campo di battaglia, un luogo di frustrazione.

La famiglia è inequivocabilmente significativa nella vita di ognuno. Basti pensare a quanto e come sia facile entrare in sofferenza nella misura in cui la nostra famiglia vive il conflitto o, peggio, si disgrega. O a quali segni indelebili lasci ogni vicenda ed esperienza vissute dentro l’alveo familiare, nel bene e nel male. E non c'è corrente culturale, pronta a convincerci del contrario, che tenga. 

Allora, se è vero che abbiamo bisogno di un impiego stabile, non è forse vero che abbiamo parimenti bisogno di coniugarlo con una famiglia parimenti stabile, “per sempre”, da  riconoscere come meritevole della nostra cura, delle nostre risorse migliori, del nostro sacrificio e del nostro amore?