giovedì 13 dicembre 2018

Che sia un buon Natale

Ci avete fatto caso? Nelle chiese, in tempo di Avvento, troneggia una massiva cartellonistica, (variamente centrata nel suo intento) frutto della sorgiva creatività dei catechisti.
Gli esercizi e i centri commerciali tracotano di luminarie, abeti finti, creazioni plastiche innevate, oltre ai babbinatale, s'intende.
Le strade cittadine, e le case che vi si affacciano, occhieggiano con decorazioni, luci appese, presepietti.

Chissà se anche in voi, in mezzo a tanto sfavillìo, nasce il bisogno di recuperare un attimo di quiete, di silenzio, magari per la consapevolezza che sta per rinnovarsi l'incontro che è al centro della storia, quello tra cielo e terra..

Allora vi facciamo dono di una semplice poesia, sperando possa risultare gradita.

Mentre il silenzio fasciava la terra
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.

La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.

E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest'unico verbo
che ora parla con voce di uomo.

A te Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell'uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l'amore che canta in silenzio.

David Maria Turoldo


Di cuore, buon Natale a tutti!

lunedì 12 novembre 2018

Contemplare l’amore

Ricorre proprio oggi il nostro 25° anniversario di matrimonio e vorremmo in questa occasione provare a raccogliere qualche pensiero. Abbiamo voluto ringraziare per questi anni insieme e  chiedere nella messa, a Colui che ha consacrato il nostro amore, di continuare a benedire le nostre vite, quelle dei nostri figli, dei nostri amici, e di tutti coloro che abbiamo incrociato nel nostro cammino da quando ci siamo sposati fino ad oggi.

Sono un po' più numerosi rispetto a quelli presenti al momento di festa organizzato due giorni fa. Si sa, il cuore è più capiente di una sala parrocchiale. Ma ci ha dato tanta gioia che fossero tutti rappresentati dallo sparuto gruppo dei parenti più stretti e di alcuni amici di vecchia (e nuova) data nonché di varia provenienza, dagli amici con cui abbiamo condiviso momenti e scelte importanti, dalle coppie giovani con i loro bambini, da quelle ricche di anni di matrimonio e … dai nostri amati figli, che ci hanno commosso con le loro sorprese e il loro amore manifestato.

Sarà che gli anni portano a commuoversi più facilmente, ma è scesa in mezzo ai sorrisi più di qualche lacrima. Forse perché il bene esplicitato e condiviso arriva con semplicità dritto al cuore.  Forse perché fino ad oggi – trascinati dal quotidiano vivere – non ci eravamo resi conto di quante relazioni importanti sia ricca la nostra vita. Ognuna di esse è un dono autentico per noi. Possiamo senz'altro dire, la cosa più importante.

A ben pensare, non ci è mai importato essere ricchi, o visibili, o popolari, nemmeno agli occhi dei nostri figli, quando si trattava di affermare quel che era il bene per loro. Né abbiamo cercato altro consenso che quello del buon Dio, se nel Suo caso di consenso si può parlare. Non ci siamo allineati acriticamente, in alcun contesto, forse per quello spirito un po’ anarchico che abita entrambi.
Quanto a noi due, all'amore che ci lega, abbiamo seguito indubbiamente un percorso. Per lo più inconsapevolmente.

Solo adesso, guardando indietro, ne cogliamo i tratti.  Inizialmente eravamo proprio acerbi in amore, forse ingenui, sicuramente proiettati su noi stessi e sulle personali aspettative, più che sul “noi” da edificare e sul bene dell’altro. C’è voluto tempo, un lungo tratto di strada, per scoprire che stavamo sbagliando i verbi del nostro vivere; che dovevamo sostituire il cercare, il cambiare, il forgiare, il convincere, con il più umile accogliere. Accogliere l’altro, anzitutto, e poi tutti gli altri.

Tra le gioie più grandi c’è stata senz'altro quella di accogliere la vita. Prima quella di Sarah. Uno di noi due per la gioia ha pianto tre giorni. Poi è arrivato Mario, che per il primo mese abbiamo stretto tra noi ogni notte, con la scusa che era freddo, ma forse più perché toccare la vita è sempre un’esperienza che rigenera l’uomo, rivelandogli ciò a cui è chiamato: trasmetterla.

Non senza stupore, abbiamo percepito che la nostra piccola comunità di vita ci ha regalato giornalmente un’eccedenza che, con tutti i nostri limiti, abbiamo cercato di condividere con gli altri. Diciamo spesso alle coppie che si preparano al matrimonio che il nostro amore è “povero”, ed è ancora così, ma il buon Dio lo ha comunque sempre fatto bastare, come i 5 pani e 2 pesci moltiplicati per dar da mangiare a chi aveva fame. Ecco, questo forse è il vero miracolo della vita, di cui siamo stati più spettatori che attori: un amore più grande di noi che ci ha avvolto e accompagnato in tutti questi anni e che ha esondato sorprendentemente su altri, al di là delle nostre povertà e resistenze, accontentandosi ogni volta di un semplice sì.

Grazie a tutti coloro che in questi 25 anni hanno condiviso un tratto di strada con noi.

sabato 6 ottobre 2018

Adulti Vs. giovani?

Proprio in questi giorni si sta svolgendo a Roma il Sinodo dei Vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. L’evento sta passando per lo più sotto il silenzio mediatico, ma già dal documento preparatorio, l’Instrumentum Laboris, e da testi come quello di Armando Matteo, Tutti giovani, nessun giovane, edito da Piemme, emerge una realtà sostanziale e autoevidente: gli adulti, fuori e dentro la Chiesa, non si interessano sensibilmente ai giovani e in molti contesti questi ultimi vengono recepiti come veri e propri antagonisti.

Nella nostra società, conclamata da tempo come postmoderna, la figura dell’adulto rivela tratti quantomeno emblematici, agli occhi dei giovani interpellati dai padri sinodali attraverso un questionario online. L’adulto postmoderno, e possiamo dire anche postcristiano, "ha nel cuore la squadra di calcio, l’auto dei sogni, il bisogno sempre maggiore della disponibilità di danaro", la ricerca ossessiva di restare un sempiterno giovane biologicamente, e sessualmente costantemente attivo, l’apertura acritica alle novità tecnologiche, il desiderio di tenere i figli con sé (e bambini) per sempre, l’estraneità da ogni esperienza di fede, l’oblio della propria vocazione generativa, l’attaccamento al proprio spazio lavorativo. Certo, non tutti gli adulti coltivano queste prerogative. Grazie a Dio.

Tuttavia un mondo adulto con queste caratteristiche percepite riscuote comprensibilmente una scarsa attrattiva nei giovani, che faticano comunque a trovare modelli di riferimento che valga la pena seguire. E a ben guardare, questo mondo adulto quale mondo giovanile ha generato? Tra i primi dati emergenti - si legge nel documento sinodale - c’è l’ateismo e l’incredulità, i giovani cioè hanno imparato a vivere senza Dio e senza la Chiesa, cercando, non senza fatica, strade e modi per autodefinire la propria identità, per avere uno spazio e un qualche riconoscimento nel mondo.

Ciò non deve sorprendere. Da un lato c'è l’eclissi della trasmissione domestica e familiare della fede, dall'altro c'è una Chiesa che i giovani percepiscono come lontana anni luce dal loro vissuto, autoconservativa, preoccupata più di trasmettere la dottrina che di far sperimentare l’amore di Dio Padre, che si rivolge con buona pace e preferibilmente solo a bambini e vecchi.

Questo è ciò che i giovani colgono del mondo ecclesiale, ma non dimentichiamo le GMG, questo stesso Sinodo, e - più ordinariamente - tante attività di pastorale che mirano a coinvolgere e promuovere proprio i giovani.

In generale però i giovani hanno ragione: l’adulto cristiano con una chiara identità umana, con una passione educativa e generativa autodecentrante, che potrebbe testimoniare la gioia, la bellezza, l’intelligenza di una vita radicata nella fede, fatica a emergere nella società.

I giovani desiderano da un lato una Chiesa che faccia sperimentare, assieme all'abbraccio di Cristo, la propria vocazione all'accoglienza e alla difesa degli ultimi, senza la paura di rinnovarsi, dall'altro degli adulti che scelgano di riscoprire in se stessi la propria parte migliore.

Adulti in grado di recuperare la propria dimensione profonda, ove risiede la capacità di discernere tra bene e male, tra sorgenti positive e acque mortifere, così da comunicare ai giovani la capacità di assumere la propria esistenza pienamente e responsabilmente, godendo di tutto ciò che è vero, buono e bello.

venerdì 31 agosto 2018

Non è solo questione di violenza di genere


Non passa ormai giorno che non ne venga denunciato uno. Stiamo parlando dei casi di violenza sulle donne. Indifferentemente su compagne, mogli, madri, ragazzine, giovani, anziane. Ogni delitto è una ferita inflitta all'intero corpo sociale. Ma, parallelamente, duole anche il modo in cui questi episodi delittuosi vengono etichettati e velocemente archiviati. Si fa la conta, come un mantra scaramantico, dei femminicidi. Tuttalpiù si indugia con dovizia di dettagli sulla modalità con cui questi crimini vengono commessi.

Ci chiediamo: perché non si azzarda una riflessione un po’ più ampia? Che so, ad esempio sullo stereotipo femminile - ampiamente diffuso e sostenuto dai media e che da decenni ancora imperversa -  che riduce la donna, o meglio, il suo corpo, a semplice ornamento, quando va bene, o a oggetto di piacere sessuale nei pressoché restanti casi. Sono così rare le eccezioni in cui si mette in risalto il genio femminile!

Ed è chiaro che – dal momento che la donna viene presentata come oggetto – come oggetto può essere trattata. Su un oggetto si esercitano diritti: può essere comprato, posseduto a piacimento, venduto. Un oggetto si può rompere, gettare via, sostituire con un altro simile o diverso.

L’opinione pubblica è ancora assai lontana, anche idealmente, dal riconoscere alla donna la sua autentica dignità, in quanto persona, prima ancora che come appartenente al genere femminile. E non introduciamo nemmeno il principio di quella dignità regale, che deriva dall'essere figlia di Dio, concetto che verrebbe compreso da pochi.

Spicca poi l'assordante omissione sul contesto in cui spesso vengono perpetrati i femminicidi, vale a dire la famiglia, che per lo più non si nomina, quasi fosse un tabù. Si ignora ormai scientemente il fatto che la famiglia normo-costituita sia da sempre il genoma, la cellula base di ogni realtà sociale, e che, in quanto tale, rappresenti il suo elemento costitutivo, il presupposto del suo futuro.

La famiglia, nell'attuale contesto sociale, è evidentemente realtà ormai fragilissima, relazionalmente parlando. E tuttavia se ne tacciono le criticità, le sofferenze, non solo economiche. Forse perchè significherebbe dover risalire alle cause che hanno portato a renderla tale, e ammettere di poter spendere risorse, anche qui non solo economiche, per sostenerla, per rafforzarne le basi e il percorso vitale.

E, guardando ancor più dentro alla questione, forse, a livello mediatico, si potrebbe spendere una riflessione anche sulla persistente emergenza educativa. Non una parola sul fatto che una ragazzina di 15 anni, violentata, possa tranquillamente aggirarsi da sola alle cinque del mattino lungo una spiaggia. Questo sembra essere placidamente accettato. Non una riflessione sull'autorità genitoriale, sul dovere di custodia sulla vita dei figli, sulla capacità di dire i no che possono salvarli.

Certo, non esistono ricette facili per ripristinare quel rispetto che garantirebbe a ogni donna non solo l’incolumità, ma anche la valorizzazione, il riconoscimento di ciò che è, che può dare e fare per il bene dell’intero consorzio umano.

Esistono comunque la scelta e la responsabilità personali di creare nuova mentalità, di trasmettere uno sguardo sulla donna – e, aggiungiamo, sulla famiglia di cui è spesso il cuore - che ne contempli, senza sciuparla, la vera bellezza.

domenica 12 agosto 2018

Sesto giorno: l’uomo è cosa molto buona!

Il racconto della Creazione e del percorso di revisione della nostra vita, di cui questa è la sesta tappa, culmina con la comparsa di un soggetto: l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, e – non a caso – è maschio e femmina. Dunque si tratta di me.

A dire che solo dopo aver compiuto un itinerario interiore di separazione tra luce e tenebra, smistamento tra priorità e cose facoltative, di definizione e accettazione dei limiti, dopo aver rinunciato alle suggestioni, e accolto la mia vita così com’è, prendendo coscienza delle benedizioni di cui è costellata, può finalmente emergere la bellezza e la verità di me!

Uno può pensare: “Non nel mio caso, ne ho combinate troppe” oppure “La mia vita è troppo incasinata”. Figuriamoci. Dio è l’artefice di tutto ciò che esiste, può creare cose sempre nuove, anche dentro la mia vita. Ricordiamo che il sesto giorno è quello in cui la terra – di per sé inerte – produce vita. Ecco, lo stesso può fare Dio con me. Basta dargli l’OK, basta permettergli di aiutarci a fare ordine, così da far ripartire il bene per noi e riportare a lustro la nostra bellezza.

Dove porta tutto ciò? A scartare il falso io (quello - per capirci - che preferisce le tenebre alla luce di ciò che mi fa bene, non adempie alle sue priorità ma butta via tempo in ciò che è inutile, che non accetta i limiti del proprio stato, che asseconda le suggestioni e ignora le ispirazioni, che non fa caso alle benedizioni della vita), per far emergere quello vero, che invece si impegna a fare il contrario.
Ma qual è la verità di me? E’ che sono persona in relazione, con il Padre, anzitutto. Ho cioè la natura di figlio, a immagine e somiglianza di Dio Padre, che – fatalità - è amore.

Quindi non solo sono amato in quanto figlio, ma sono anche chiamato ad amare, così come fa Lui. Ecco la mia matrice essenziale, il mio peso specifico, la mia forza.

Sono chiamato ad amare la mia vita, a condividere con gli altri ciò che ho e che sono, a partire dalle mie specificità, dalle mie benedizioni. E non devo dimenticare che c’è un bene che posso fare solo io, persone che posso amare solo io, parole che posso dire solo io.

mercoledì 18 luglio 2018

Quinto giorno: la vita, niente di meno

Dunque, dopo aver scisso, come nei giorni della Creazione, la luce di ciò che ci fa bene dalle tenebre di ciò che ci disturba, identificato le priorità separandole dal facoltativo, dopo esserci riappacificati con i nostri limiti e aver scelto di assecondare le ispirazioni, scartando senza tanti complimenti le suggestioni, eccoci al quinto giorno, in cui appare la vita, con la multiformità delle specie viventi, coronata dalla benedizione di Dio: “Siate fecondi e moltiplicatevi”.

La vita di cui si tratta è nientemeno che la nostra. Può sembrare un’inutile ovvietà, tuttavia non sono pochi coloro che riscaldano per decenni un minestrone di aspettative, proiezioni, ipotesi, assenze, senza mai accettare, e quindi gustare, il reale di ciò che sono e che hanno. Tanti cercano di modificare il loro materiale umano adattandolo a modelli o parametri di ogni tipo, col risultato di passare dalla frustrazione alla rabbia, dal senso di fallimento a giustificazioni consolatorie per ritrovarsi infine insoddisfatti e inappagati.

Il quinto giorno insegna una cosa: la mia vita non è un evento fortuito, ha una dignità e un valore enorme, è il dono che Dio in persona mi ha fatto. Non solo, Egli questa mia vita l’ha benedetta e continua a benedirla affinché sia feconda e generi altra vita.

Allora in questo giorno sono chiamato a fermarmi per guardarla per intero, come in un film, per cogliere i segni di questa benedizione che mi ha accompagnato fin dal mio concepimento. Coloro che riescono a far questo si ritrovano senza sforzo pieni di gratitudine e di gioia. E spesso non sono quelli che godono di moltissime cose e doni, ma chi ha umanamente molto poco.

Pensiamo al sorriso a tutta mostra dei bambini africani, magari poverissimi, ma pieni di gioia di vivere e pensiamo all'annoiata tristezza di tanti giovani occidentali, straripanti di cose, ma incapaci di vedere la bellezza e il bene della e nella loro esistenza.

Nel riconoscere la trama della benedizione divina dentro la nostra storia, dall’infanzia al presente, dovremmo riuscire a identificare una costante, perché, come dice Rosini in L'arte di ricominciare, “c’è un modo che Dio ha per salvarmi, che ha una sua coerenza. Mi prende in genere per una linea di grazia, per una chiave di salvezza”. Ogni linea è unica perché tale è ogni storia.

Ricordo quella di una giovane donna dall'infanzia piuttosto triste, che da ragazza, per non lasciarsi andare, ha iniziato a ballare. Solo ballando si sentiva viva. Ha iniziato ad andare in discoteca, ha fatto la cubista. Poi a un certo punto si è aperta al trascendente. Ha aperto una scuola di danza, dopo essere entrata in un Ordine di religiose! A guardarla oggi è l’emblema della gioia. Si chiama Anna Nobili.
Per ciascuno Dio ha un modo per salvarlo dall'infelicità e dalla morte, diverso da quello di un altro. Ecco la specie!

Se guardo in dietro, posso riuscire a capire che Dio ha sempre rispettato le mie pieghe, ha tenuto conto delle mie forze, del mio passo, del canto del mio cuore, e non mi ha mai mollato, non è mai venuto meno alla sua benedizione. A me, ora, sta solo riconoscerlo.

sabato 30 giugno 2018

Quarto giorno: tra suggestioni e ispirazioni

Nel nostro percorso interiore per far ripartire la nostra vita con migliori presupposti, abbiamo proceduto a tappe, sulla scia dei sei giorni della Creazione, così come suggerisce il libro di Fabio Rosini L’arte di ricominciare.  Così nella prima tappa abbiamo separato le nostre tenebre dalla luce, corrispondenti a ciò che ci fa bene da ciò che inquina la nostra vita; poi, come nel secondo giorno, abbiamo stabilito il firmamento tra le acque buone e quelle minacciose con le stelle fisse delle nostre priorità, e in terzo luogo abbiamo accettato di far pace coi limiti della nostra vita, che a ben vedere sono utili, perché danno forma alla nostra identità e ci rendono concretamente capaci di produrre frutto.

Il quarto giorno corrisponde al momento in cui vengono creati il sole e la luna affinché “siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni”. Interessante. Il buon Dio stabilisce che la misura primaria dell’esistenza siano le feste. A dire, ciò che scandisce la mia vita è ciò che festeggio, ciò che ha un particolare significato. Di fatto, i giorni non sono tutti uguali. Quell’incontro inaspettato, quel fatto di cui conservo ancora memoria a distanza di tanti anni, quel dolore che mi ha fatto capire alcune cose...

Forse è utile ricordare che le feste, per Israele, erano, e rappresentano tutt’oggi, momenti di forte intensità, di comunione del popolo col suo Dio. È la storia di una relazione: nella festa si fa memoria di ciò che Dio ha operato nel corso del tempo. Insomma, niente a che vedere con la Sagra delle rane di Santa Lucia di Piave.

Tornando a noi, ciò che corrisponde alle nostre feste è sempre qualcosa che viene a illuminare in modo particolare il mio sguardo. E se è vero che l’occhio è lo specchio dell’anima, nel momento in cui una luce entra in me posso iniziare a leggere la realtà avvicinandomi di più al vero e crescere nella capacità di riconoscere le luminose ispirazioni, identificabili con il sole, dalle oscure suggestioni, corrispondenti alla luna.

Perché è importante distinguerle? Perché nella selva dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, ve ne sono alcuni, le ispirazioni, che vengono da Dio e altri, le suggestioni, che hanno opposta natura. Non è sempre facile individuarle. Bisogna innescare dei processi di sapienza.

In generale, le suggestioni hanno lo scopo nefasto di allontanarci dalla verità sospingendo i nostri pensieri e sentimenti verso quel mysterium iniquitatis che chiamiamo male. Le si riconosce dal fatto che suscitano paure indefinite, si mischiano coi sensi di colpa, fanno partire ragionamenti contorti e complicati, generano aggressività, ansia, tensioni con gli altri.

Le ispirazioni, per contro, abitano pensieri lineari, semplici, ci lasciano sostanzialmente in pace. Non forzano la nostra interiorità, semmai alleggeriscono, liberano interiormente, perché corrispondono alla logica dell’amore e alla volontà di Dio per noi.  Oltretutto, poiché hanno una loro naturalità, tendono a realizzarsi da sé.

Altra cosa che le contraddistingue è che le ispirazioni restano stabili nel tempo, forse perché portano in sé un briciolo di eternità, mentre le suggestioni sono fluide e ambigue, non delineabili con chiarezza e spingono una certa rigidità di pensiero, ottundono, ci rendono incapaci di inserirci in un confronto dialettico.

Distinguere con chiarezza sole e luna. Ispirazioni buone, da suggestioni negative. Vagliare i propri pensieri e i propri sentimenti significa mettersi nelle condizioni di riuscire ad assecondare le une e allontanare le altre.

giovedì 14 giugno 2018

Terzo step nell’arte di ricominciare: l’accettazione del limite

Continuiamo il nostro percorso per imparare l'arte di ricominciare, a partire dal testo di Fabio Rosini che ricorre al paradigma dei giorni della Creazione per identificare le tappe, o meglio le scelte più opportune per resettare il registro della nostra vita e farla ripartire, qualora ci si accorga che non la stiamo “cantando” sulle note giuste.

Così, nel primo giorno avviene la separazione della luce dalle tenebre, vale a dire di quel che ci giova, ci fa bene, da ciò che ci inquina palesemente. Nel secondo giorno spunta il firmamento, che divide le acque buone, che vengono dal cielo, da quelle pericolose, che stanno al di sotto. Cosa rappresenta il firmamento con le sue stelle fisse? Le priorità della nostra vita, quelle a cui dare precedenza, che sono ben distinte dalle urgenze (raramente vitali), ma anche dalle cose buone ma non imprescindibili.

Cosa accade nel terzo giorno? Viene creato l’asciutto, vale a dire un territorio in cui poter vivere. Compaiono dunque i confini, gli argini, i limiti. Essi rappresentano quei sì e quei no che contornano la mia identità e senza i quali sarei un crocevia caotico per tutte e per nessuna direzione. 
Il terzo giorno, insomma, mi pone davanti alla cruciale questione del mio rapporto col limite.

“Accettare o rifiutare il limite orienta drammaticamente le mie attività, l’intelligenza, i sentimenti”. Il rifiuto del limite, l’assenza di contenimento, genera insoddisfazione quando va bene, e disastri esistenziali in tutti gli altri casi.

Le trasgressioni ai divieti, all’etica, alla morale, sono il più elementare esempio di tale rifiuto.
Ma il limite più decisivo, esistenzialmente parlando, è il margine di creatura, che presuppone, va da sè, un Creatore. Il desiderio/delirio di onnipotenza, l’autodeterminazione solipsistica, l’autoglorificazione ne sono le manifestazioni classiche.

Ma il mito dell’uomo attuale, che si riscatta da solo da questo e da ogni altro limite, è destinato a “svaporare in stato gassoso”. Perché? Perché cozza contro la profonda angoscia di non essere niente e nessuno, senza quei limiti che lo definiscono. Cosa può liberare da questo stallo? Nessun oggetto, ha questo potere. Nemmeno il più costoso. È solo l’altro, colui che mi sta davanti o a fianco, e ancor più l’Altro, con la A maiuscola. 

La relazione, dunque, con gli altri e con Dio, è la variabile determinante. Quella che stana i miei e altrui limiti, certo, ma che rivela anche la bellezza che ho dentro, intorno e esternamente a me, che è nelle persone e in molteplici forme nel Creato.
Il limite allora non è necessariamente una realtà negativa. Mi fa capire di non essere bastante a me stesso e mi fa accorgere di aver bisogno degli altri - a partire dai miei familiari, la cui presenza do a volte per scontata.

Il limite mi fa anche prender coscienza che quella solitudine esistenziale che genera ansia e mi imbraga l’anima non è la verità ultima di me, giacché posso considerare il fatto di essere da sempre amato dall’Altro. L’Altro è Colui che amandoti ti lascia libero, ma che col tuo permesso “mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento” (Sal 147,14).

Nel limite posso dunque rilassarmi e percepirmi semplicemente figlio amato, diventare terra buona, delimitata sì, ma che dà frutto, a beneficio mio e di chi mi circonda.

sabato 26 maggio 2018

Seconda tappa dell’arte di ricominciare: le pacate priorità

Proseguiamo la nostra riflessione che prende spunto dal libro di Fabio Rosini L’arte di ricominciare, sulla possibilità di fare un reset nella nostra vita, qualora dovessimo accorgerci di esser fuori fase, lontani dal vero e dal meglio di noi.

Un cambiamento in meglio normalmente parte da un “fresco spiffero interiore di coraggio, di voglia di riprovare” che ci spinge a far chiarezza, a separare - come nel primo giorno della Creazione - la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, ciò che ci fa bene da ciò che ci danneggia in modo evidente.

Nel secondo giorno della Creazione, apprendiamo dalla Genesi che Dio crea il firmamento in mezzo alle acque, per separare quelle che stanno sopra da quelle poste al di sotto. La simbologia qui si gioca sulla morfologia duale dell’acqua. C’è infatti l’acqua dolce, la pioggia, che ci dà vita e c’è un’acqua salata, il mare, che per il popolo d’Israele rappresentava pericolo, minaccia di morte.  Dio dunque crea il firmamento per distinguerle. Che significa per noi? Che nella vita possono coesistere sorgenti cristalline e acque minacciose. Atti costruttivi e atti distruttivi. Dinamiche vitali e logiche di morte.

Se la prima fase, corrispondente al primo giorno, impone di fare un discernimento primario, ora si tratta di scendere un po’ più in profondità, capendo anzitutto che cosa rappresenta il firmamento.  Potremmo definirlo come l’ordine, o le imprescindibili regole della vita, a cui la vita stessa mi chiede rispetto e obbedienza, se voglio campare bene. Se mi ingozzo di schifezze, non posso illudermi che il mio fisico non ne risenta. Se cedo alla dittatura del mio ego, che mi illude di poter scegliere solo ciò che mi piace e che ho deciso, verrò presto o tardi travolto dalle acque salate, per tornare al nostro paradigma.

Nel firmamento individuo i punti fermi su cui sintonizzarmi, il ritmo al quale “cantare” la mia vita di modo da non stonare, la velocità a cui posso andare, così da non vivere a casaccio la mia esistenza.

Il firmamento, insomma, mi porta a focalizzare le mie pacate priorità, che si oppongono alle emergenze, per loro natura ansiogene, disordinanti, dittatoriali. Si badi che il più delle volte le emergenze non sono cattive in sé, ma non possono che venire dopo le priorità. Se non resto fermo sulle priorità finisco per vivere a pezzi, schizzando da un'interruzione all'altra, per poi scontentare tutti, me compreso.

Nell'ambito familiare le priorità toccano le relazioni interne: l’attenzione al figlio, la presenza al coniuge, il tempo dedicato a chi mi ritrovo accanto. Certo, le priorità possono portare a scegliere tra due cose buone: il problema non  è se è lecito passare un pomeriggio con una mia carissima amica, ma che non vado da un secolo a trovare mio padre in casa di riposo. Il problema non è essere multifunzionali nella mia associazione di volontariato, ma che non dedico una serata a mia moglie o mio marito per parlare di quella cosa in sospeso da tempo. Sarà pure bella la cena coi coscritti, ma anche no, perché non fa parte dei bisogni primari rimescolare periodicamente il brodo delle mie conoscenze.

A ben pensarci, non è liberante riconoscere che tante cose che non rientrano nelle mie priorità posso lasciarle tranquillamente perdere?

martedì 8 maggio 2018

Si può sempre tornare allo zero ortogonale

Forse non esiste luogo in cui si percepisca di più la necessità di ricominciare ciclicamente daccapo con i rapporti, come in famiglia. Una tantum tutti sentono il bisogno di ricollocarsi su nuovi assetti, i coniugi, i genitori con i figli, i fratelli tra loro... Questo perché la vita, le situazioni, quel che proviamo sempre ci cambiano, ci scombussolano, ci provocano a non stare fermi, relazionalmente parlando.

Fabio Rosini su questa necessità ha scritto un libro, profondo, accattivante, ironico, come è nel suo stile. L’arte di ricominciare, l’ha intitolato. In effetti, l’autore non colloca quest’arte nell'alveo familiare, ma noi vorremmo tentare di fare quest’innesto.

Riconosciamo anzitutto che è consolante pensare di poter tornare allo zero ortogonale, nella vita e nei nostri rapporti, a meno di chiusure ermetiche dall'altra parte. Ma per ricominciare non si può che partire da sé stessi, e tocca mettere in conto qualche cambiamento, qualche salto di qualità.

A questo scopo Rosini individua, nel primo capitolo della Genesi, alcune dritte assai utili, e ne spiega i fondamenti attraverso l’analogia tra le scelte interiori volte a migliorare la propria esistenza e 6 i giorni della Creazione.

In gran sintesi. “… e Dio vide che la luce era cosa buone e dio separò la luce dalle tenebre. chiamò la luce giorno, e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina. Primo giorno.” Nel primo giorno della creazione vengono dunque separate la luce e le tenebre. Che cosa rappresentano per noi? Semplicemente, quel che ci fa bene, e quel che ci danneggia. La luce, il giorno sono lo spazio delle attività buone, positive, a noi favorevoli; la tenebra, la notte è la zona delle cose da cui intelligentemente e sapientemente astenersi.

Per lo più si tratta di dati autoevidenti, nel senso che non serve chissà che scrutamento interiore per riconoscerli. Ciascuno, facendo un check esistenziale, può infatti distinguere - e quindi separare - ciò che attualmente e in particolare nelle relazioni familiari, fa bene, edifica, e ciò che invece fa male e allontana dagli altri, disgregando la qualità dei nostri rapporti.

Qui Rosini, tra le altre cose, apre un’interessante parentesi su ciò che più di tutto ci impedisce di scegliere quel che ci fa bene, che non è fare il male ma… perdere tempo in insulsaggini: controlla le news, le mail, FB e social cantando, dedica ore e ore a programmi e chiacchiere inconsistenti, whatsappa l’ultima idiozia... poi magari al figlio o al marito non sono state rivolte più di tre parole in tutta la giornata. Sono tante le cose che ci rubano ciò che abbiamo di più prezioso al nostro scopo: il tempo! Si può anche pensare al tempo dedicato alle attività lesive per la nostra anima (tutto ciò che si chiama peccato, tristezza compresa, in cristianese).

Tutti noi possiamo percepire nel profondo che non siamo nati per inseguire il nostro benessere e le nostre gratificazioni ma semmai per vivere in pienezza l’amore, che è dono (chi lo fa, sente che sta facendo la cosa giusta, anche se costa).

Nella presa di coscienza del bisogno di azzeramento, la qual cosa di solito è una grazia, aiuta chiedersi: Cosa c’è da accogliere e valorizzare, nella mia vita, in famiglia? Cosa c’è da togliere di mezzo ai piedi in quanto inutile o dannoso? Cosa mi fa perdere e disperdere tempo? Lo tratto bene il mio povero corpo?  Dedico il mio tempo alle cose importanti? Ognuno sa quali domande farsi, prima di passare al secondo giorno…

mercoledì 18 aprile 2018

Sacralità vs. inutilità della vita

Dopo Charlie Gard e Isaiah Haastrup, tocca al piccolo Alfie Evans, due anni. Alfie è malato grave ma si muove, interagisce, percepisce l’affettuosa presenza dei genitori che chiedono solo di stargli vicino con amore fino a che lui ce la farà. “No”, ha dichiarato perentoriamente l’Alta Corte di Giustizia inglese, “No” ha ribadito la Corte europea. La sua vita va interrotta perché definita dagli stessi giudici futile, inutile. Vale a dire senza una qualche utilità.

Utilità? Siamo andati a vedere sul dizionario. Per utilità si intende “Funzionalità, proficuità in vista di determinati fini: es: l'utilità del denaro; con senso più concreto, vantaggio, profitto”. Parlare dunque di inutilità di una vita umana significa decidere senza appello che se non reca profitti e vantaggi, non ha valore. Significa ridurla ad una realtà meramente economica.

Ciò ha portato i giudici a negare ai genitori di Alfie la richiesta (il diritto?) di trasferirlo in una struttura di cura all'estero disposta ad accoglierlo. Alfie non sta subendo accanimento terapeutico (non necessita cioè di cure o trattamenti chirurgici sproporzionati per sopravvivere, e neppure ne avrebbe bisogno per essere trasferito), è affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso (comunque non ancora diagnosticata in modo preciso), trattata fino ad oggi con cure proporzionate e necessarie alla sua vita.

Ci chiediamo ancora una volta: la fredda determinazione del valore di una vita umana (utile, non utile) può prescindere dalla sua inalienabile dignità, e da credenti diciamo, dalla sua sacralità? Sono proprio la dignità e la sacralità che stanno cercando di difendere quei giovani genitori, ignorati nel loro amore e dolore, spodestati dal loro dovere genitoriale di custodire la vita del loro piccolo figlio.

Perché oggi si incoraggia e sostiene ad ogni costo una cultura di morte dai mille volti, anziché valorizzare e difendere la cultura della vita? Fa forse più paura la Vita della morte?

"È così grande il valore di una vita umana, ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che in nessun modo è possibile presentare come un diritto la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano". (AL 87)

"Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà". (Sapienza, 3,1)

giovedì 29 marzo 2018

Duello tra la morte e Cristo



Da sola ho vinto molti e ora l’Unigenito cerca di vincermi. Ho portato via profeti, sacerdoti ed eroi. Ho vinto i re con le loro schiere, i giganti con le loro cacce, i giusti con le loro buone azioni, fiumi pieni di cadaveri io butto nello sheol, che resta assetato per quanti io ve ne getti. Per quanto un uomo ne sia vicino o lontano, l’esito finale lo conduce alla porta dello sheol.

Ho respinto l’argento quando si trattava dei ricchi, e i loro regali non sono riusciti a pagarmi. Proprietari di schiavi non mi hanno mai convinto a prendere uno schiavo al posto del suo padrone, o un povero al posto di un ricco, o un vecchio per un bambino.

Ora chi è questo? Il figlio di chi? E di che famiglia é quest’uomo che mi ha vinto? Il libro delle genealogie è qui con me. Ho iniziato e mi sono presa il disturbo di leggere tutti i nomi a partire da Adamo e nessuno dei morti mi scappa: tribù dopo tribù, sono tutti scritti sulle mie membra. É per te, Gesù, che ho intrapreso questo conto, proprio per mostrarti che nessuno scappa alle mie mani. Ci sono due uomini, non devo imbrogliare, i cui nomi, nello sheol, sono perduti: Enoch ed Elia. Non sono venuti da me. Io li ho cercati nell'intera creazione, sono perfino discesa dove discese Giona e li cercavo a tentoni, ma essi non c’erano. E quando ho pensato che potessero essere entrati in paradiso e scappati, c’era il terribile cherubino posto a guardia. Giacobbe vide una scala; forse fu con questa che essi raggiunsero il cielo.

Ma sono io che ho fatto ogni sorta di predatore in terra e in mare; le aquile del cielo vengono a me, e cosí fanno i dragoni nell’abisso, gli esseri che strisciano, uccelli e bestie, vecchi, giovani e bambini... tutti questi dovrebbero persuaderti, figlio di Maria, che il mio potere su tutte le cose é sovrano. Come può la tua croce vincermi se era attraverso il legno che io all’inizio ho vinto? (il legno dell’albero dell’Eden).

Io non prometto come te cose “nascoste ai semplici” dicendo che ci sarà una risurrezione. Quando – domando - quando? Se tu sei così forte! Allora dài subito un pegno, così che si possa credere alla tua promessa lontana”.

La morte aveva finito il suo beffardo discorso e la voce di Cristo risuonò fragorosamente nello sheol aprendo ogni tomba, una per una.

Terribili spasimi afferrarono la morte nello sheol. Dove la luce non era mai stata, raggi brillarono dagli angeli che erano entrati per fare uscire i morti a incontrare il Morto che ha dato vita a tutto. I morti andarono avanti e la vergogna coprì i vivi che avevano sperato di aver vinto Colui che dá la vita a tutto.

M: “Potessi tornare ai tempi di Mosè...egli mi fece una festa, perché l’agnello in Egitto mi dette le primizie di ogni casa; mucchi su mucchi di primogeniti furono ammassati per me alle porte dello sheol. Ma questo Agnello della festa, ha depredato lo sheol prendendo la sua decima dei morti e portandoli lontano da me. Quell'agnello riempì le tombe per me; questo vuota le tombe che erano state riempite.

La morte di Gesù é un tormento per me. Vorrei adesso averlo lasciato vivo... sarebbe stato meglio per me che la sua morte.

Qui c’é un morto la cui morte trovo detestabile. Alla morte di ogni altro io gioisco. Ma la sua morte mi tormenta e aspetto che ritorni alla vita. Durante la sua vita Egli ha fatto rivivere e portato di nuovo alla vita tre morti. Ora, attraverso la sua morte, i morti che sono venuti di nuovo alla vita mi calpestano alle porte dello sheol quando vado per trattenerli. Correrò e chiuderò le porte dello sheol davanti a questo morto la cui morte mi ha rapinato.

Chi sentirà ciò si meraviglierà della mia umiliazione perché sono stata sconfitta da un morto, venuto da fuori. Tutti i morti vogliono andare fuori e lui insiste per entrare. Un farmaco di vita é entrato nello sheol e ha riportato indietro i suoi morti  alla vita.

Bisogna che domandi e che ottenga da lui i suoi ostaggi e se ne vada nel suo Regno. Non imputare a me o buon Gesù le parole che ho detto. Ho il mio orgoglio davanti a te. Chi, vedendo la tua croce potrebbe dubitare che sei veramente uomo? Chi, quando vede il tuo potere, mancherebbe di credere che sei anche Dio? Da queste due indicazioni io ho imparato a confessarti insieme uomo e Dio.

Ascendi ora e regna su tutto e quando io ascolterò il suono della tua tromba, con le mie stesse mani condurrò i morti alla tua venuta”.                                                                                           

...Siamo stati nella tomba e abbiamo assistito al duello tra la morte e  Gesù Cristo. Con Cristo, essa diventa il passaggio alla Vita.
                                                                                              Efrem il Siro

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!
daniela e marco


lunedì 19 marzo 2018

La conclamata crisi della virilità

C'è ormai una folta letteratura a confermarlo: la crisi dell’uomo, in quanto maschio, è uno dei fenomeni che caratterizzano l’epoca postmoderna. Il maschio oggi sembra essere insicuro, rinunciatario, delegante, solo, intristito. Si percepisce spesso sostanzialmente inadeguato, inutile, sia in famiglia che tra i pari, ed ha un’autostima piuttosto bassa. Le ricerche attestano che sono in aumento l’impotenza e l’infertilità maschili.  Ansia, depressione, sociofobia pure sono in crescita tra la popolazione maschile.

Possiamo dunque parlare di crisi di virilità, se per virilità intendiamo la disponibilità a rischiare la vita per salvare quella altrui, per l’onore, per la fedeltà ai propri valori. La virilità è dunque una virtù, in quanto sinonimo di assertività, coraggio, forza interiore. Nulla a che vedere con i tratti del maschio violento di cui parlano con triste frequenza le cronache.

La crisi della virilità è una crisi di identità, ed è inedita per la storia dell’umanità. Alla domanda: “Chi sono e che posto ho nella società e nel mondo?” l’uomo fino a ieri sapeva cosa rispondere, e senza grossi tentennamenti.

Ma adesso? Essere uomo oggi non è semplice, ad esso viene chiesto di abdicare almeno in parte alla sua essenza, alla sua natura: deve essere “morbido” anziché risoluto, attento ai sentimenti più che agli obiettivi, depilato, profumato, prima metrosexual, ora übersexual... In due parole, non virile.

Del resto, c’è un magma culturale che va in questa direzione: in Svezia, i bambini sono obbligati a fare pipì seduti, anziché in piedi, perché questa postura è considerata “antiigienica, volgare e evidentemente maschilista”,  in Inghilterra sono state proibite espressioni come “Comportati da uomo”, perché ritenute offensive. E c’è l’industria pubblicitaria che alimenta la sua immagine di consumatore di prodotti tipicamente femminili: cosmetici, trattamenti di bellezza, chirurgia estetica.

Eppure l’uomo, così come la donna, ha bisogno più che mai del recupero di quella virilità che attualmente viene percepita come inopportuna. Ne hanno bisogno ancor più i figli, rispetto ai quali si parla da tempo di complesso di Telemaco (il figlio di Ulisse che guardava ogni giorno verso il mare aspettando il ritorno del padre).

I figli necessitano di avere come riferimento un padre “virile”; il suo ruolo educativo, così come quello della madre, è fondamentale, non sostituibile, non surrogabile. Ne va dell’equilibrio, dell’assetto identitario del figlio, specie se maschio, ne va della sicurezza di quest’ultimo, del suo coraggio nell'affrontare la vita, perché se la madre insegna al figlio a vivere, il padre è chiamato ad insegnare a morire, dopo aver dato uno scopo e quindi un senso alla propria vita.

Se consideriamo l’assenza di regole di cui tanti bambini sono in balìa, alla fragilità e al nichilismo che annientano tanti adolescenti e giovani, intuiamo che è forte il bisogno non corrisposto di una figura paterna ferma, autorevole, interiormente forte, capace di trasmettere coraggio, senso del sacrificio, amore per gli altri.

La virilità insomma, lungi dall'essere un orpello culturale da cui liberarsi, è il dono specifico, quella nobile virtù di cui ogni uomo dispone a vantaggio della donna, dei propri figli, della società tutta. È quel dono da recuperare, da custodire, da trasmettere alle nuove generazioni.

lunedì 5 marzo 2018

Dove cercare la stabilità e il per sempre?


Le cronache più recenti confermano che molti sono disposti a fare grossi sacrifici e a lottare per conservare e dare stabilità al proprio lavoro.  La consideriamo una priorità assoluta. Il lavoro, del resto, è necessario: non solo consente di procurarci il necessario per vivere, ma ci dà dignità e, almeno idealmente, permette di esprimere i talenti personali, di trovare in esso realizzazione. Ancora, ci consente di stare in relazione con gli altri, in modo diretto o indiretto.

Ma non si potrebbe dire lo stesso della famiglia? Se sì, allora fa riflettere il fatto che alla stabilità, al “per sempre” della famiglia, non si riconosca automaticamente uguale importanza.

Forse perché, nel sentire comune, aleggia la convinzione che la famiglia non sia parimenti fonte di vita, luogo di realizzazione, di relazione autentica almeno quanto il lavoro?  Certo, dipende da che cosa l'individuo pone al vertice della propria scala di valori, cosa vi fa seguire in successione, quanto e cosa sceglie di investire, in termini di risorse, qualità personali, tempo, ecc.

Che ci sia bisogno di recuperare una chiarezza riguardo al significato, prima che al ruolo, che la famiglia ha concretamente nella vita di ognuno? La famiglia è il luogo naturale in cui soddisfare la sete di relazione che ci abita istintivamente; ed è ancora la famiglia che può rispondere, per vocazione, al bisogno di sentirsi accolti e al sicuro, di ricevere incoraggiamento e fiducia. Ben prima e meglio che il posto di lavoro, che, alla fine, nella vita di tanti, è un campo di battaglia, un luogo di frustrazione.

La famiglia è inequivocabilmente significativa nella vita di ognuno. Basti pensare a quanto e come sia facile entrare in sofferenza nella misura in cui la nostra famiglia vive il conflitto o, peggio, si disgrega. O a quali segni indelebili lasci ogni vicenda ed esperienza vissute dentro l’alveo familiare, nel bene e nel male. E non c'è corrente culturale, pronta a convincerci del contrario, che tenga. 

Allora, se è vero che abbiamo bisogno di un impiego stabile, non è forse vero che abbiamo parimenti bisogno di coniugarlo con una famiglia parimenti stabile, “per sempre”, da  riconoscere come meritevole della nostra cura, delle nostre risorse migliori, del nostro sacrificio e del nostro amore?

martedì 6 febbraio 2018

Vita di coppia, quale fecondità?

Nella testa dei più, il nesso immediato tra fecondità e vita di coppia è rappresentato dalla fertilità, dalla generazione di un figlio. Si tratta di una correlazione naturale, del resto, e tuttavia questa non rimane l’unica, perché la fecondità di una coppia rimanda sempre a una realtà ben più ampia del numero dei suoi eventuali figli.

Vale forse la pena ricordare che se la fertilità accomuna tutti gli organismi viventi, in quanto capacità di riprodursi, la fecondità ha una connotazione squisitamente antropologica, si manifesta infatti non soltanto nella trasmissione della vita, ma, ad esempio, anche nell'educazione dei figli, nell'impegno a favore di altri, nell'intento fattivo di far fiorire il bene.

Ma non è ancora tutto. La fecondità nella coppia riguarda primariamente i due che la compongono, ha a che fare con il fine ultimo del loro amore, quello di rendere l’uomo sempre più uomo, e la donna sempre più donna (se ce ne fosse bisogno: non stiamo parlando né di machismo, né di svilenti stereotipi femminili). Stiamo ragionando in termini di dignità della persona in quanto maschio o femmina, stiamo pensando a tutti i valori umani positivi ad essi ascrivibili.

Sicuramente una tale argomentazione può far venire a qualcuno i capelli dritti, in quest’epoca storica di transizione in cui l’identità maschile e quella femminile sono ideologicamente rappresentate come opzionali, fluide, queer, anziché come dati auto-evidenti, strutturalmente e stabilmente connotativi.

Cosa significa nella coppia essere fecondi l’uno per l’altro in buona sostanza? Tante cose. Ad esempio, aiutarsi reciprocamente a liberarsi dall'ipnosi delle proprie paure e delle proprie ferite. Significa aiutare l’altro a uscire dalle concentricità del proprio io narcisistico per far spazio agli altri e all'Altro.

Significa, in gran sintesi, aprirsi assieme, come una-sola-carne, alla vita, accogliendola in ogni sua forma e manifestazione, per custodirla e farla crescere.
Essere insieme fecondi, essendolo l’uno per l’altra, porta allora non solo a dare la vita in senso stretto, donando un corpo, ma anche e soprattutto donando e nutrendo l’anima di ogni figlio di questo mondo.

mercoledì 3 gennaio 2018

La sventura dei giusti come Giobbe

La figura biblica i Giobbe - uomo giusto e retto, colpito nel pieno della sua felicità da innumerevoli sventure - è di straordinaria attualità. Giobbe incarna tutti coloro che possono cadere improvvisamente nella povertà, nella solitudine, nella “nudità” della vita, senza avere una qualche colpa, come accade alle tante famiglie che si ritrovano catapultate nella dura prova da un giorno all'altro.

Davanti alla sventura inaspettata, ancor più se considerata immeritata, entriamo in crisi: esiste un generale bisogno di trovarvi un perché, che sazi la nostra sete di equilibrio, il nostro senso di giustizia, la nostra idea retributiva di fede. In questa prospettiva, Giobbe incarna tutti coloro che cercano il senso autentico del dolore, della sofferenza degli innocenti, della morte dei figli, delle delusioni che ci vengono dagli altri.

E constatando che la sventura colpisce giusti e ingiusti, fedeli e atei, in egual maniera e misura, possiamo cadere nella tentazione di credere che il mondo sia governato dal caso, o peggio, dal caos, o che in Dio non esistano concretamente giustizia e misericordia.

Colpisce il fatto che Giobbe nella prostrazione e debolezza estreme non abdichi alla sua rettitudine, alla sua fede. Il suo spessore morale resta intatto, anche quando le persone a lui più care, la moglie, gli amici, diventano le più distanti. Così questo uomo ci conferma che siamo umanamente soli, nei grandi attraversamenti della vita, ma anche che “punire i malvagi e ricompensare i giusti su questa terra non è il “mestiere” di Dio” (Luigino Bruni, La sventura di un uomo giusto).

Tant'è, non si chiude rassegnato alla vita e né a Dio, gli grida semmai il suo bisogno di verità riguardo la sua sofferenza e quella del mondo intero. Giobbe pone con forza domande di senso, e ci ricorda quanto sia importante non smettere di farlo, in un tempo di indigenza spirituale, di dialoghi da talk show, di tweet laconici, tutt'altro che esaustivi.

E Giobbe, inconsapevolmente, ottiene quanto chiede. Si appropria di verità e sapienza, quelle conosciute da coloro che sono stati attraversati dal dolore, sperimentando inaspettatamente la solidarietà di chi ha un cuore capace di vera vicinanza; è così che riesce a rinnovare la speranza in Colui che tutto può, oltre che nell'uomo.

Quanti Giobbe incolpevoli ci sono oggi nel mondo, ignorati e abbandonati alla loro povertà? Bisognosi di ascolto, essi attendono da Dio risposte di senso, e da noi quella vicinanza e solidarietà fraterne che aiutano a riappropriarsi dello stupore e della speranza.