martedì 14 novembre 2017

Anatomia del conflitto

Generalmente siamo portati a credere che chi si trova in una situazione di conflitto, voglia più di tutto ristabilire la pace. Questo però è vero solo in parte, perché chi dichiara di ambire alla pace, spesso alimenta e perpetua i conflitti con i suoi atteggiamenti e il suo comportamento. Pensiamo al più classico dei conflitti: quello tra genitori e figli.

Noi genitori ci concentriamo a volte sui limiti, le mancanze, gli errori delle nostre creature, e cerchiamo di cambiarle con il rimprovero, la critica e la correzione. Capita, però, che i nostri interventi non sortiscano gli effetti sperati. Il motivo? Gli autori di “Anatomia della pace” affermano che questo avviene perché non agiamo con il cuore in pace.

Nell'interazione con le persone che ci vivono accanto, avere il cuore in pace o in guerra fa un’enorme differenza, da ciò dipende infatti la considerazione e lo sguardo che abbiamo sugli altri. Avere il cuore in pace aiuta a non dimenticare che chi abbiamo davanti (figlio, moglie, collega, amico...) è una persona, e in quanto tale, proprio come noi, ha paure, speranze, preoccupazioni, sofferenze. Guardare invece l’altro senza umanità, senza empatia, ma freddamente, porterà il nostro cuore ad assettarsi in uno stato di guerra pressoché permanente.

Il filosofo Martin Buber chiama questi due diversi atteggiamenti, rapporti di tipo “io-tu” e “io-cosa”. Gli altri, specie i figli o le persone più vicine a noi, percepiscono la qualità del nostro sguardo. Captano intimamente, se li guardiamo con umanità, cioè come persone, o piuttosto come cose. Considerarli al pari di oggetti significa considerarli in qualche modo inferiori a noi, degli ostacoli ai nostri obiettivi o degli strumenti di cui servirci; in questo modo sarà facile far arrivare loro la nostra disistima. 

In situazione di conflitto, questo atteggiamento interiore di solito induce l’altro a comportarsi esattamente come noi non vorremmo e innesca delle escalation relazionali distruttive. Chi ha il cuore in guerra normalmente cerca alleati, qualcuno che si schieri dalla sua parte, tende ad espandere il conflitto coinvolgendo altre persone.

Un cuore in pace, per contro, non ricorre alle armi tipiche del conflitto: rimostranze, critiche, accuse, aggressività, indifferenza, rancore, auto-giustificazione, scelte contrarie a quelle riconosciute come giuste (chiedere scusa, ammettere il proprio errore, tendere la mano, ecc.). Mentre un cuore in guerra sceglie la guerra, anche se fredda, e tende a credere che le cause scatenanti siano sempre esterne ad esso, il cuore in pace si muove nella direzione della crescita o del ripristino di una qualità alta del rapporto.

Come fa un cuore a recuperare lo stato di pace, se lo ha perduto? Anzitutto ha bisogno di riconoscere di essere in guerra. Solo dopo questa presa di coscienza, può tentare di stabilire un nuovo punto di osservazione dell’altro, per cui oltre ai suoi errori e limiti, si focalizzano la sua fragilità, le difficoltà e i desideri, assieme al suo bisogno di stima da parte nostra. Si tratta insomma di aprire una finestra sul dolore dell’altro.

Parallelamente, è utile recuperare dai ricordi il positivo che era stato sepolto, per farlo nuovamente risplendere. Aiuta far sostare mente e cuore sul bene, fino a rimpicciolire o allontanare la conflittualità, fino a respirare una libertà interiore nuova. Questa libertà è tale se induce ad agire con concretezza verso la pace: un gesto benevolo, una richiesta di perdono, un dono inaspettato, un dialogo chiarificatore. Ogni cuore in pace sa trovare la sua via.