lunedì 16 ottobre 2017

Il riduzionismo dell’eros

Per gli antichi greci l’eros rappresentava quella straordinaria forza interiore dell’uomo corrispondente alla sua sete di verità, di bellezza, di bene, di amicizia, di amore, di sapere.  In effetti, un concetto ben più ampio della sua attuale rappresentazione collettiva.

Tralasciamo per il momento la distinzione tra eros, filìa e agape, per guardare all’eros dell’oggi. Con che cosa lo si identifica, a che cosa lo associamo? Esprime ancora in qualche modo un desiderio ascendente dell’io, una passionalità che non sia mortifera? Il connubio eros – godimento sembra ormai non lasciare spazio a molto altro, anzi, sembra trascinare verso il basso tutti coloro che lo erigono a dogma, ponendoli su quel piano inclinato che li porta inevitabilmente allo svuotamento di ogni senso, e forse anche allo svuotamento di sé.

Ridurre l’eros all'esercizio di una sessualità ricreativa, estrema, distruttiva, anestetizza progressivamente i sensi, che perdono così la capacità di percepire e godere il bello, il vero, il bene.
 È ciò che sta accadendo a tanti giovani, che non sanno più di poter orientare la propria passionalità, la propria forza interiore, la propria sete di vita - che dovrebbe contraddistinguerli - verso ciò che eleva, anziché verso ciò che svilisce. Probabilmente la loro coscienza cerca ancora di fare la sua parte, suonando i suoi tipici campanelli di allarme. E forse lo sballo in molti casi serve a non sentirne i richiami.

Allora è forse proprio la coscienza il luogo della riappropriazione di un eros sano, vitale, creativo che orienti i giovani (e non solo) verso quelle passioni capaci di spostare montagne, di innescare cambiamenti, di avviare processi in cui trovare e diffondere ancora verità, bellezza, bene.

In questo ogni adulto può senz'altro giocare un ruolo chiave nell'incoraggiare, nel fare spazio, del trasmettere la “Legge”, vale a dire quei fondamenti positivi e virtuosi che rappresentano il presupposto necessario per ogni vita vissuta in pienezza.