lunedì 21 agosto 2017

Educare nella verità

L’esperienza genitoriale, educativa, ha sempre a che fare con la verità, sia perché un figlio prima o poi ci rivela aspetti di noi che non conoscevamo, sia perché non si può intraprendere alcuna azione educativa efficace se non a partire dalla realtà oggettiva di noi stessi prima, e del figlio poi. Non è scontato o automatico che ciò avvenga.

Capita che un genitore non comprenda o non attribuisca il giusto significato al comportamento del figlio, e agisca di conseguenza sbagliando il bersaglio: possiamo facilmente notare un bambino che fa evidentemente i capricci per avere una Cola, mentre il genitore si comporta come se fosse a rischio di disidratazione.

Se dunque il genitore non ha uno sguardo di verità su se stesso e sul figlio agirà in una sorta di cecità che lo renderà incapace di gestire le situazioni in modo adeguato ed efficace dal punto di vista educativo.

Per far crescer bene i figli è fondamentale, dicevamo, conoscere sé stessi, specialmente nelle proprie debolezze, perché sono quelle che il figlio capta fin da piccolissimo, e che userà sapientemente per ottenere quel che vuole. Esempio: se la mamma ha il virus del senso di colpa, generato dal fatto che va a lavorare e non riesce a stare più tempo col figlio, farà molta fatica a riprenderlo quando si comporta male, o a dirgli dei no, anche se necessari. Il figlio coglierà facilmente questo meccanismo materno e non mancherà di ricorrervi a proprio vantaggio. Niente allarmismi. Sta solo facendo il suo mestiere.
Ma se la mamma invece stana il proprio virus emotivo, allora saprà redarguire il figlio quando fa i capricci e dire quei no che ritiene doverosi. Come fare a individuare le proprie debolezze? L’altro genitore, fatalità, esiste anche per questo. Lui/lei – sembra di no – ma vede meglio di noi quali errori educativi commettiamo. Basta chiederglielo con umiltà, di solito risponde correttamente...

È importante però avere lo stesso sguardo limpido anche sulla realtà emotiva del proprio figlio. Come? Amando la verità più del figlio stesso.
Se, poniamo il caso, nostro figlio si comporta da despota, dobbiamo saper riconoscere che non è solo perché “ha un carattere forte”. Se i suoi amici lo evitano, dobbiamo tener presente che forse accade perché lui li prende in giro o fa con loro il prepotente. Se ha preso quattro in geografia, non è perché (poverino) non lo abbiamo aiutato, come ci dice lui, ma perché ha buttato via un sacco di tempo a giocare al computer e non ha studiato a sufficienza.

Educare significa dunque aiutare i nostri figli a prendere coscienza dei loro doni e anche i loro limiti oggettivi. Non c’è da temere di minarne l’autostima. Cresceranno semmai dotati di equilibrio psicologico, senza dannosi sbilanciamenti - questi sì!-  in positivo o in negativo.