venerdì 28 luglio 2017

Per i vivi, per i morti

Probabile che - agli occhi dei più - oggi non esista attività meno urgente, meno efficace, del pregare per qualcun altro. Assieme ad ammonire i peccatori, pregare per i vivi e per i morti forse rimane tra le opere di misericordia meno gettonate.

Pregare. Pare sia un atto relegato all'ultimo posto delle scalette giornaliere anche dai credenti più vispi, neppure questi immuni dal lasciarsi fagocitare dai gorghi dell’attivismo efficentista e dell’ansia da risoluzione e/o da prestazione…

 Gesù, però, non faceva nulla senza prima pregarci su, senza connettersi al Padre. A dire: ogni azione, parola, relazione è a rischio sterilità, senza questo dialogo interiore, senza condivisione con il trascendente, senza consegna.

Qui comunque non si tratta di pregare genericamente per noi stessi, che pure è atto che ha valore in quanto tale, ma di intercedere specificatamente per qualcuno, vivo o morto che sia. È un atto di amore. È un dono invisibile che scegliamo di fare, mossi dalla consapevolezza che Colui che invochiamo può molto più di noi in favore di coloro per i quali preghiamo.

Il più delle volte il destinatario manco sa che c’è chi sta invocando il Padre per lui: come fanno tante madri per i propri figli, i quali per lo più vivono inconsapevoli di questa peculiare forma di amore silenzioso, che scatta quando le parole o i gesti non ottengono il bene sperato.

E quanti genitori pregando per i propri figli possono constatare che il loro affidamento mai resta inascoltato. Certo, sono la pazienza e il tempo a confermarlo. Fin qui, questo lo abbiamo puntualmente sperimentato anche noi. Ancora oggi dei nostri figli, ormai grandi, consegniamo a Dio la vita, le loro scelte, le loro relazioni, la loro adesione al bene, la loro possibilità di vivere in pienezza. E vediamo che quel che accade di bello e di buono nelle loro vite va al di là del nostro intervento e delle nostre fattive possibilità.

Se riscontro c’è, in quest’opera di misericordia, è sempre ex post. E con i tempi di Dio.
La fede – il luogo entro il quale Dio agisce – come pure la tenacia nel continuare a parlare a Dio di qualcuno che ci sta a cuore (cioè intercedere), sono le variabili che fanno la differenza, tra il vivere per sé stessi e l’amare nascostamente, nella certezza che la nostra preghiera avrà la sua fecondità nel tempo.

2 commenti:

Moni ha detto...

Quanto è vero! Se non ricordo male il presbitero ha, come obbligo quotidiano, proprio quello di pregare ogni giorno. Ma sappiamo anche bene quanto Satana ( = colui che ostacola) si metta di mezzo proprio se decidiamo di impegnarci in un compito che sembra così semplice e banale.
Secondo me la fatica del pregare si rispecchia proprio perché la preghiera ci mette in "connessione" con il Padre e con la parte più nascosta di noi e, a volte, non siamo pronti a conoscerci e scoprirci.

Coniugi Baratella ha detto...

Sì hai ragione cara Monica, almeno inizialmente, e sotto una certa soglia, questa connessione implica impegno di concentrazione, la fatica del silenzio e il dover sostenere la nostra nudità. E tuttavia per sua natura apre un canale verticale, diventando così strumento per ricevere pace, gioia interiore, e ogni altro dono di cui abbiamo contingente bisogno.

Posta un commento