sabato 29 luglio 2017

Charlie, il figlio

Coloro che hanno decretato la morte di Charlie Gard forse non sospettavano, almeno inizialmente, del suo silenzioso, inerme, straordinario potere: la sorte di Charlie e dei suoi genitori è divenuta in breve tempo importante, o ancor più, cara a tanti, tantissimi.

Quel figlio è divenuto nostro, il dolore nel volto dei genitori l’abbiamo percepito in profondità. Questa umile famiglia ci ha fatto il singolare dono di prendere coscienza della sacralità della vita. Forse per questo la sua interruzione deliberata ha turbato, indignato, ferito, ancor più, trattandosi di vita nascente, amata e desiderata.

La sua sacralità è stata calpestata in nome di un potere che si è collocato in maniera autoreferenziale al di sopra di ciò che fino a ieri si pensava di indiscussa oggettività: la sovranità del popolo, il diritto alla vita - che fonda e giustifica ogni altro diritto - la patria potestà, la fattiva disponibilità di enti preposti a prendersi cura di questa creatura, come l’Ospedale del Bambin Gesù.

A fronte dell’impotenza dei genitori di Charlie, si è presa maggior coscienza di cosa ci sia in ballo, in ambito antropologico: l’imposizione di una mentalità pragmatica e utilitaristica - per cui il progresso della scienza e della società si fa prevalere sul singolo individuo- secondo un modello liberal radicale, il quale genera diritti in nome di una libertà sganciata dalla responsabilità e da ogni etica.
Ma come non tener conto delle parole “Tutto quello che avrete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avrete fatto a me”?

venerdì 28 luglio 2017

Per i vivi, per i morti

Probabile che - agli occhi dei più - oggi non esista attività meno urgente, meno efficace, del pregare per qualcun altro. Assieme ad ammonire i peccatori, pregare per i vivi e per i morti forse rimane tra le opere di misericordia meno gettonate.

Pregare. Pare sia un atto relegato all'ultimo posto delle scalette giornaliere anche dai credenti più vispi, neppure questi immuni dal lasciarsi fagocitare dai gorghi dell’attivismo efficentista e dell’ansia da risoluzione e/o da prestazione…

 Gesù, però, non faceva nulla senza prima pregarci su, senza connettersi al Padre. A dire: ogni azione, parola, relazione è a rischio sterilità, senza questo dialogo interiore, senza condivisione con il trascendente, senza consegna.

Qui comunque non si tratta di pregare genericamente per noi stessi, che pure è atto che ha valore in quanto tale, ma di intercedere specificatamente per qualcuno, vivo o morto che sia. È un atto di amore. È un dono invisibile che scegliamo di fare, mossi dalla consapevolezza che Colui che invochiamo può molto più di noi in favore di coloro per i quali preghiamo.

Il più delle volte il destinatario manco sa che c’è chi sta invocando il Padre per lui: come fanno tante madri per i propri figli, i quali per lo più vivono inconsapevoli di questa peculiare forma di amore silenzioso, che scatta quando le parole o i gesti non ottengono il bene sperato.

E quanti genitori pregando per i propri figli possono constatare che il loro affidamento mai resta inascoltato. Certo, sono la pazienza e il tempo a confermarlo. Fin qui, questo lo abbiamo puntualmente sperimentato anche noi. Ancora oggi dei nostri figli, ormai grandi, consegniamo a Dio la vita, le loro scelte, le loro relazioni, la loro adesione al bene, la loro possibilità di vivere in pienezza. E vediamo che quel che accade di bello e di buono nelle loro vite va al di là del nostro intervento e delle nostre fattive possibilità.

Se riscontro c’è, in quest’opera di misericordia, è sempre ex post. E con i tempi di Dio.
La fede – il luogo entro il quale Dio agisce – come pure la tenacia nel continuare a parlare a Dio di qualcuno che ci sta a cuore (cioè intercedere), sono le variabili che fanno la differenza, tra il vivere per sé stessi e l’amare nascostamente, nella certezza che la nostra preghiera avrà la sua fecondità nel tempo.