mercoledì 31 maggio 2017

Consolare gli afflitti

Safet Zec
 
Con gli afflitti la questione è sempre delicata, tanto più che mai come oggi il dolore è un tabù. Questo spiega la ricerca di ogni mezzo per anestetizzarci da esso, per eliminarlo dal nostro quotidiano, anche se la storia rende evidente che il dolore, dai molteplici volti, è parte costitutiva dell’esistenza umana.
Al problema della sofferenza la nostra società risponde del resto prontamente, proponendoci valanghe di soluzioni narcotizzanti sia sul piano fisico, che psicologico, che spirituale. Va detto, non sempre si rivelano risolutive.

Ma la risposta al dolore, e ciò che ne deriva, in ultima istanza risulta frutto della rielaborazione personale di esso. Così può generare abbruttimento, o mediocrità, o insensibilità, che diventano i paradigmi di quelle esistenze che non osano sperare - e quindi non tentano - di modificare la propria condizione percepita come negativa.  Ma capita pure che il dolore smuova parti profonde sconosciute anche a noi stessi.

La vita, del resto, insegna che dal dolore ci si può senz’altro risollevare. Inaspettatamente, esso può rivelarsi un trampolino di lancio, un volano che fa cambiare direzione alla vita. Tante persone sono partite, o ripartite proprio da un dolore. Altre sono maturate, hanno guadagnato in profondità o sono diventate risorsa per altri.
Safet Zec

Con queste premesse, ha senso consolare un afflitto? Sì, se la consolazione porta verso una maggior consapevolezza, verso la possibilità di saper leggere il dolore, perché l’afflizione di cui stiamo parlando ha bisogno di una parola, di un gesto che la colmi, che la indirizzi.

Consolare significa anche aiutare ad accoglierlo, a non porvi resistenza interiore. Diversamente, se lo si rifiuta, il dolore schiaccia e basta, seminando disperazione.

Vanno nella direzione opposta alla consolazione il compatimento, che accentua i vittimismi, come pure l’alienazione, che induce a distrarre chi soffre per “non farlo pensare”. Non aiuta granché, visto che spinge verso la superficialità, e rimanda semplicemente il problema. Non è vera consolazione neppure l’invito a guardare chi sta peggio, manco esistesse un “dolorimetro o la classifica della scalogna”, per cui uno dovrebbe trarre giovamento constatando che c’è chi è più disperato di lui. Ci pare non aiuti neppure far credere che chi è buono sta bene e chi è cattivo sta male, per cui il Signore ci punirebbe con calcoli da algebra esistenziale.

Interessante notare che in ebraico consolare si traduce con nacham, che significa riposare, fermarsi, ma anche offrire un luogo di pace dove la sofferenza cessa.  In latino invece cum-solari ha a che fare con lo stare con chi è solo, ma anche con il dare completezza, e in effetti il dolore è privazione.

La vera consolazione dunque è compimento del processo che ha inizio con una privazione, e porta l’altro a trovare la sua parte mancante.
“Il consolatore, nell’accezione latina, è colui che restituisce il pezzo sottratto dal dolore, colui che aiuta l’afflitto a aprire il cuore, lo sguardo e lo spirito a un’altra prospettiva, una profondità integra che dà completezza” alla nostra vita (Rosini).

La vera consolazione è tale allora quando genera nell’altro quella sapienza che lo aiuta a riconoscere il volto di Dio nel suo dolore. Perché spesso è proprio Lui la nostra parte mancante.

Il dolore può dunque diventare luogo dell’incontro fondamentale, crocevia del completamento, spazio di rinascita.

Nessun commento:

Posta un commento