domenica 5 marzo 2017

Maschio e femmina li creò

Si fa sempre più pressante quella spinta socio-culturale che manifesta l’obiettivo di superare la diade biologica maschio/femmina, attraverso il livellamento delle differenze che caratterizzano l’essere maschile e l’essere femminile, per affermare il concetto di neutralità. Quasi che la diversità fosse un male da cui difendersi, una realtà da temere, anziché da valorizzare.
Questa ideologia si basa sul presupposto che il genere di una persona sia facoltativo, opzionale, intercambiabile, in sostanza liquido, come direbbe Bauman. Si vorrebbe prescindere dal fatto che l’uomo e la donna sono costitutivamente diversi, e non solo fisicamente.
L'alterità che caratterizza l’uomo rispetto alla donna non è solo il frutto di un’elaborazione storico-culturale, è parte del progetto che Dio ha da sempre per l’umanità.
Di ciò troviamo conferma nelle Sacre Scritture. In particolare, nel Libro della Genesi alcuni termini rimandano, con il loro significato, a queste differenze, come elementi che connotano non solo la natura, ma anche la ricchezza del rapporto maschio femmina.

Un primo termine biblico con questo riferimento è kenegdo, che in ebraico significa chi sta di fronte, chi è della stessa sostanza, ma diverso. Esprime la differenza uomo e donna, che viene posta all’origine e al vertice del progetto divino: “Maschio e femmina li creò”.

Altre due coppie di termini che sottolineano la differenza dell’essere uomo e donna sono zaakar e nequebah, letteralmente il “puntuto” e la “perforata”, e ish e isshah, lo sposo e la sposa. Sono parole che racchiudono un’ampia estensione semantica: rimandano alla vocazione ultima di ogni essere umano, hanno un legame profondo con la dimensione relazionale della coppia. Vediamoli brevemente.
Zakar, il puntuto appunto, è colui che protegge, sostiene, conduce, decide, trasmette la legge.
Neqebah, la perforata, è colei che accoglie la vita, che custodisce, diffonde la bellezza, promuove, non è accentratrice.

L’essere compiutamente uomo e donna non può prescindere dalla vocazione inscritta nel nostro codice umano che viene sintetizzata in queste due definizioni. Nella scelta di far proprie le caratteristiche insite della nostra natura maschile o femminile, di accogliere la propria vocazione specifica, e conseguentemente il proprio compito nella vita di coppia e nella società, è racchiuso il segreto della pienezza di vita, della propria realizzazione. 
Per contro, rifiutare questa vocazione, ritenerla opzionale, rinnegare questa distinzione dell’essere zakar o neqebah, può pregiudicare la realizzazione piena di un’esistenza.

Ecco perché gli uomini "spuntati" sono frustrati, umiliati, spaventati, spesso in fuga e diventano un problema per la famiglia e una tragedia per i figli. Per lo stesso motivo, le donne "puntute" spesso sono nevrotiche, recriminatorie, lamentose, svalutano gli altri, diffondono infelicità intorno a sé.

I termini ish e isshah, sposo, ma anche amico, fratello, amante, e, specularmente, sposa, amica, sorella, amante, connotano la natura del rapporto uomo-donna nel progetto di Dio: Dio ha pensato al matrimonio tra uomo e donna per divenire “una sola carne”, non solo per procreare - e quindi per farli propri alleati nella creazione continua dell’uomo - ma per edificare nel tempo una comunione totale, per aiutarsi vicendevolmente a diventare ciò che per natura sono chiamati ad essere, individualmente e nella reciprocità.

In Genesi troviamo infatti anche il termine ezer, che significa “aiuto”, e viene inteso proprio come alleanza, complicità. In cosa sono alleati e complici l’uomo e la donna, in particolare nel matrimonio? Sono alleati - possiamo dire “in comunione” - nell’edificare il bene, e contrastare il male; ecco perché, in ultima istanza, sono alleati di Dio, perché questo Dio fa.

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