lunedì 27 marzo 2017

Questione antropologica: il nostro corpo, oggetto o soggetto?


Non è così scontata la risposta, non nel nostro tempo, in cui scienza e tecnologia generano cambiamenti di mentalità e di prospettiva, relativamente al corpo, alla sessualità, alla famiglia, alla procreazione, ai rapporti affettivi, fino all’identità personale. È una vera e propria questione antropologica, che si connota come la nuova questione sociale, in cui si fronteggiano sostanzialmente due correnti culturali, fondate ciascuna su una diversa visione dell’uomo.

La prima considera il soggetto umano un prodotto dell’evoluzione del cosmo, sganciato da riferimenti certi e universali: in questa prospettiva l’uomo è un mero oggetto materiale. L’altra reputa l’uomo come una realtà irriducibile, rispetto alla materia, e riconosce un salto qualitativo incolmabile tra soggetto umano e qualsiasi altro essere vivente.

In quest’ultima prospettiva, l’essere umano, dal concepimento (in qualunque modo sia avvenuto) alla morte (comunque essa avvenga), per la sua dimensione trascende, si eleva al di sopra di ogni altra realtà. In tutte le fasi, cioè, della sua esistenza, egli è portatore di una dignità che gli appartiene per natura, che non è suscettibile a variazioni quantitative e qualitative, né dipende dalle diverse circostanze esistenziali o dal riconoscimento altrui.

Questa prospettiva non è universalmente accettata. Secondo la teoria gradualista, ad esempio, il rispetto e la tutela del diritto alla vita e alla salute, sono da garantire solo a quegli esseri umani che sono considerabili come persone. Questa mentalità, promossa da un certo riduzionismo scientifico che nega i valori trascendenti della persona, tende a separare chi è persona (adulti), da chi non lo è ancora (embrioni, feti...), da chi non lo è più (anziani, malati…). Capiamo le gravi discriminazioni che possono derivarne.

Sono diversi i modelli di riferimento antropologico che tendono a scardinare la realtà dell’uomo in quanto tale: il modello liberal radicale, ad esempio, promuove un concetto di libertà sganciato dalla responsabilità e dalla morale, e considera lecito tutto ciò che è liberamente voluto; il modello pragmatico utilitarista, basato sul rapporto costi-benefici, fa prevalere il progresso della scienza e della società sul bene individuale; secondo il contrattualismo, la persona umana è frutto di una decisione sociale, per cui più persone possono accordarsi e definire “non più persone”, ad esempio, coloro che sono incapaci di relazione sociale, i malati psichici, ecc.; ancora, c’è il modello socio-biologico, che definisce il cosmo, le varie forme di vita, compresa la persona con i suoi valori, come meri eventi naturalistici.

Ci ritroviamo dunque dentro un pluralismo culturale e un relativismo etico che virano verso una visione riduzionista e nichilistica della persona e della vita.
Il contraltare più forte è rappresentato dall’antropologia cristiana, che afferma l’esistenza di valori non negoziabili, che partono dal presupposto fondamentale secondo cui la vita dell’uomo, con il suo corpo e la sua anima, esiste per volontà di Dio, è un suo dono, come tutto il resto della creazione.
E’ pur vero che i concetti di creazione e evoluzione spesso sono stati separati e contrapposti per motivi ideologici, per evitare di rispondere al quesito sull’autore dell’universo e della vita. In realtà, essi non si escludono necessariamente.

Permangono alcune derive delle teorie evoluzioniste, come il darwinismo sociale, che giustifica la lotta per la supremazia del più forte, o l’eugenetica e oggi la neo-eugenetica , che mirano al miglioramento della specie attraverso l’eliminazione o la sterilizzazione di alcuni soggetti.
Ma al contempo si stanno affermando tra gli scienziati anche l’evoluzionismo creazionista e la teoria dell’Intelligent Design, che riconoscono l’intervento dal nulla di un Essere Superiore all’origine del cosmo e della vita, e la creazione dell’uomo con un’anima spirituale, per un finalismo di amore. Da ciò deriva il riconoscimento della differenza qualitativa dell’uomo rispetto ad altre creature.

A momento, dunque, la scienza sa dire molto sulla storia del mondo, sa leggerlo come un libro dall’ultima pagina in su. Manca solo, ancora, la prima pagina, l’incipit…

domenica 5 marzo 2017

Maschio e femmina li creò

Si fa sempre più pressante quella spinta socio-culturale che manifesta l’obiettivo di superare la diade biologica maschio/femmina, attraverso il livellamento delle differenze che caratterizzano l’essere maschile e l’essere femminile, per affermare il concetto di neutralità. Quasi che la diversità fosse un male da cui difendersi, una realtà da temere, anziché da valorizzare.
Questa ideologia si basa sul presupposto che il genere di una persona sia facoltativo, opzionale, intercambiabile, in sostanza liquido, come direbbe Bauman. Si vorrebbe prescindere dal fatto che l’uomo e la donna sono costitutivamente diversi, e non solo fisicamente.
L'alterità che caratterizza l’uomo rispetto alla donna non è solo il frutto di un’elaborazione storico-culturale, è parte del progetto che Dio ha da sempre per l’umanità.
Di ciò troviamo conferma nelle Sacre Scritture. In particolare, nel Libro della Genesi alcuni termini rimandano, con il loro significato, a queste differenze, come elementi che connotano non solo la natura, ma anche la ricchezza del rapporto maschio femmina.

Un primo termine biblico con questo riferimento è kenegdo, che in ebraico significa chi sta di fronte, chi è della stessa sostanza, ma diverso. Esprime la differenza uomo e donna, che viene posta all’origine e al vertice del progetto divino: “Maschio e femmina li creò”.

Altre due coppie di termini che sottolineano la differenza dell’essere uomo e donna sono zaakar e nequebah, letteralmente il “puntuto” e la “perforata”, e ish e isshah, lo sposo e la sposa. Sono parole che racchiudono un’ampia estensione semantica: rimandano alla vocazione ultima di ogni essere umano, hanno un legame profondo con la dimensione relazionale della coppia. Vediamoli brevemente.
Zakar, il puntuto appunto, è colui che protegge, sostiene, conduce, decide, trasmette la legge.
Neqebah, la perforata, è colei che accoglie la vita, che custodisce, diffonde la bellezza, promuove, non è accentratrice.

L’essere compiutamente uomo e donna non può prescindere dalla vocazione inscritta nel nostro codice umano che viene sintetizzata in queste due definizioni. Nella scelta di far proprie le caratteristiche insite della nostra natura maschile o femminile, di accogliere la propria vocazione specifica, e conseguentemente il proprio compito nella vita di coppia e nella società, è racchiuso il segreto della pienezza di vita, della propria realizzazione. 
Per contro, rifiutare questa vocazione, ritenerla opzionale, rinnegare questa distinzione dell’essere zakar o neqebah, può pregiudicare la realizzazione piena di un’esistenza.

Ecco perché gli uomini "spuntati" sono frustrati, umiliati, spaventati, spesso in fuga e diventano un problema per la famiglia e una tragedia per i figli. Per lo stesso motivo, le donne "puntute" spesso sono nevrotiche, recriminatorie, lamentose, svalutano gli altri, diffondono infelicità intorno a sé.

I termini ish e isshah, sposo, ma anche amico, fratello, amante, e, specularmente, sposa, amica, sorella, amante, connotano la natura del rapporto uomo-donna nel progetto di Dio: Dio ha pensato al matrimonio tra uomo e donna per divenire “una sola carne”, non solo per procreare - e quindi per farli propri alleati nella creazione continua dell’uomo - ma per edificare nel tempo una comunione totale, per aiutarsi vicendevolmente a diventare ciò che per natura sono chiamati ad essere, individualmente e nella reciprocità.

In Genesi troviamo infatti anche il termine ezer, che significa “aiuto”, e viene inteso proprio come alleanza, complicità. In cosa sono alleati e complici l’uomo e la donna, in particolare nel matrimonio? Sono alleati - possiamo dire “in comunione” - nell’edificare il bene, e contrastare il male; ecco perché, in ultima istanza, sono alleati di Dio, perché questo Dio fa.