martedì 14 febbraio 2017

Neet o hikikomori, ragazzi che si ritirano dalla società

Ormai anche qui da noi i neet sono sempre più numerosi. Si tratta di quei giovani, per lo più maschi, che non studiano e non lavorano; vivono chiusi nelle loro stanze, col computer sempre acceso, in compagnia della loro musica e delle loro letture, spesso mangiano da soli; sembrano disinteressati ad ogni forma di relazione sociale. Psicologi e operatori parlano di ritiro sociale, perché questi ragazzi vivono un isolamento autoimposto.

Il fenomeno è nato negli anni ‘80 in Giappone, lì vengono chiamati hikikomori; le stime nipponiche attuali parlano di circa 2 milioni di ragazzi, con un trend in salita, mentre in Italia si calcolano 100 mila neet. A monitorare il fenomeno sono enti come la cooperativa Minotauro, che ha pubblicato di recente un testo loro dedicato dal titolo eloquente: «Il corpo in una stanza». In Italia, come altrove, i neet sono coloro che che si sentono fortemente inadeguati rispetto alla schiacciante pressione delle aspettative di riuscita e successo, sia in ambito scolastico che lavorativo. Così preferiscono chiudere i balconi alla vita, diciamo così.

Qualche mese fa Corriere.it ha messo in rete la testimonianza di alcune mamme: «Una sera che non dimenticherò mai, mio figlio si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Racconta un’altra madre: «Mio figlio ha finito il liceo regolarmente, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscere un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introiettato un senso di vergogna e inadeguatezza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Altra testimonianza: «Mio figlio un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfezionato l’inglese ubriacandosi di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibilità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne».

Le storie raccolte dal quotidiano di fatto si assomigliano, hanno in comune il fallimento del rapporto con la scuola, un padre assente, la vergogna nei confronti dei compagni di classe, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza. Perché è nella dimensione virtuale che essi ottengono quelle gratificazioni che la vita reale ha negato loro. Come l’offesa di non ricevere nemmeno una risposta formale agli SOS che inviano a raffica sotto forma di curriculum ad aziende, centri per l’impiego e possibili datori di lavoro.

Una ricerca della onlus WeWorld denominata «Ghost», dedicata a questi ragazzi-fantasma, conferma che un quarto di essi ha alle spalle iter scolastici accidentati. E c’è un’altra costante: l’assenza del padre e una dipendenza dalla madre. Il genitore maschio di fronte al ritiro sociale del figlio si scopre impotente e cede spesso alla tentazione di squalificarlo. Lo considera un fannullone, un incapace, un «disfunzionale». La gestione del ritiro pesa per lo più sulle madri, che arrivano a maturare un senso di auto-colpevolizzazione.

Cosa fare? «Attacchiamoli alla vita» è il leitmotiv degli operatori che cercano di aiutare questi giovani e le loro famiglie: recuperare il senso e il valore della loro esistenza, a partire dalle qualità e abilità di cui sono depositari, infondere fiducia nelle loro potenzialità, farli sentire concretamente amati e considerati, può essere un primo passo per indurli a uscire dalla loro segregazione, e far loro gustare il sapore della vita.

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