martedì 19 dicembre 2017

I nostri auguri di Buon Natale

A chi è un po’ deluso dalla supponenza della scienza, che pare assicurarci la felicità terrena ed eterna, a chi è vagamente infastidito dell’invadenza del tecnologico-ad-ogni-costo, che illude di risolvere ogni problema, a chi comincia ad essere nauseato dal luccicume dell’intrattenimento spacciato per stratosferico, a chi intuisce un inganno dietro la spinta postmoderna a rottamare  definitivamente la nostra dimensione spirituale, e a chi invece la ritiene la parte più preziosa della vita, a chi sente solo il bisogno di pace e gioia vere, a tutti, di cuore, Buon Natale.

martedì 5 dicembre 2017

Eterna giovinezza, idolo postmoderno

La giovinezza non è più una condizione anagrafica, è una categoria dello spirito”, afferma non senza ironia Pierangelo Sequeri in Contro gli idoli postmoderni. In effetti, se ci guardiamo intorno, può nascere la percezione di una condizione antropologica caratterizzata da una adolescenza interminabile, non solo tra gli aventi diritto, vale a dire gli adolescenti in quanto tali, ma anche tra tanti adulti, non a caso riclassificati come adultescenti.

Questa regressione temporale, riflesso del mito di una vitalità permanente, afferma Sequeri, non risparmia nemmeno gli adulti apparentemente più pensosi, affascinati anch'essi dalla possibilità di affermare una umanità emancipata, libera, felice e padrona di sé.

Si intuisce che dietro questa adolescenza prolungata è nascosta la deriva di un narcisismo sistemico, che fa la gioia dell’economia dei consumi, l’industria del divertimento. E lo vediamo: la pubblicità e i programmi di intrattenimento offrono a ciclo continuo una sorta di mantra studiato all'uopo.

Si potrebbe anche buttarla in ridere, se non fosse che il progetto personale di sentirsi eternamente giovani, forzando la verità di sé, non può che ricorrere a forzature e/o simulazioni psicologiche, comportamentali, del linguaggio, dell’abbigliamento, del corpo, ecc.

Dove sta la gravità? Nel considerare la maturità, con tutto il suo bagaglio di sapienza trasmissibile alle nuove generazioni, come una perdita, una privazione.

Ci pare che vivere semplicemente la propria, attuale stagione della vita, qualunque essa sia, accresca la dignità, liberi da ansie inutili, e aiuti a recuperare pace e sapienza.

C’è in ballo la destinazione ultima di ogni esistenza,  vale a dire la trasmissione del suo significato, c'è in ballo l’autenticità dei legami e dei passaggi generazionali. 

martedì 14 novembre 2017

Anatomia del conflitto

Generalmente siamo portati a credere che chi si trova in una situazione di conflitto, voglia più di tutto ristabilire la pace. Questo però è vero solo in parte, perché chi dichiara di ambire alla pace, spesso alimenta e perpetua i conflitti con i suoi atteggiamenti e il suo comportamento. Pensiamo al più classico dei conflitti: quello tra genitori e figli.

Noi genitori ci concentriamo a volte sui limiti, le mancanze, gli errori delle nostre creature, e cerchiamo di cambiarle con il rimprovero, la critica e la correzione. Capita, però, che i nostri interventi non sortiscano gli effetti sperati. Il motivo? Gli autori di “Anatomia della pace” affermano che questo avviene perché non agiamo con il cuore in pace.

Nell'interazione con le persone che ci vivono accanto, avere il cuore in pace o in guerra fa un’enorme differenza, da ciò dipende infatti la considerazione e lo sguardo che abbiamo sugli altri. Avere il cuore in pace aiuta a non dimenticare che chi abbiamo davanti (figlio, moglie, collega, amico...) è una persona, e in quanto tale, proprio come noi, ha paure, speranze, preoccupazioni, sofferenze. Guardare invece l’altro senza umanità, senza empatia, ma freddamente, porterà il nostro cuore ad assettarsi in uno stato di guerra pressoché permanente.

Il filosofo Martin Buber chiama questi due diversi atteggiamenti, rapporti di tipo “io-tu” e “io-cosa”. Gli altri, specie i figli o le persone più vicine a noi, percepiscono la qualità del nostro sguardo. Captano intimamente, se li guardiamo con umanità, cioè come persone, o piuttosto come cose. Considerarli al pari di oggetti significa considerarli in qualche modo inferiori a noi, degli ostacoli ai nostri obiettivi o degli strumenti di cui servirci; in questo modo sarà facile far arrivare loro la nostra disistima. 

In situazione di conflitto, questo atteggiamento interiore di solito induce l’altro a comportarsi esattamente come noi non vorremmo e innesca delle escalation relazionali distruttive. Chi ha il cuore in guerra normalmente cerca alleati, qualcuno che si schieri dalla sua parte, tende ad espandere il conflitto coinvolgendo altre persone.

Un cuore in pace, per contro, non ricorre alle armi tipiche del conflitto: rimostranze, critiche, accuse, aggressività, indifferenza, rancore, auto-giustificazione, scelte contrarie a quelle riconosciute come giuste (chiedere scusa, ammettere il proprio errore, tendere la mano, ecc.). Mentre un cuore in guerra sceglie la guerra, anche se fredda, e tende a credere che le cause scatenanti siano sempre esterne ad esso, il cuore in pace si muove nella direzione della crescita o del ripristino di una qualità alta del rapporto.

Come fa un cuore a recuperare lo stato di pace, se lo ha perduto? Anzitutto ha bisogno di riconoscere di essere in guerra. Solo dopo questa presa di coscienza, può tentare di stabilire un nuovo punto di osservazione dell’altro, per cui oltre ai suoi errori e limiti, si focalizzano la sua fragilità, le difficoltà e i desideri, assieme al suo bisogno di stima da parte nostra. Si tratta insomma di aprire una finestra sul dolore dell’altro.

Parallelamente, è utile recuperare dai ricordi il positivo che era stato sepolto, per farlo nuovamente risplendere. Aiuta far sostare mente e cuore sul bene, fino a rimpicciolire o allontanare la conflittualità, fino a respirare una libertà interiore nuova. Questa libertà è tale se induce ad agire con concretezza verso la pace: un gesto benevolo, una richiesta di perdono, un dono inaspettato, un dialogo chiarificatore. Ogni cuore in pace sa trovare la sua via.

lunedì 16 ottobre 2017

Il riduzionismo dell’eros

Per gli antichi greci l’eros rappresentava quella straordinaria forza interiore dell’uomo corrispondente alla sua sete di verità, di bellezza, di bene, di amicizia, di amore, di sapere.  In effetti, un concetto ben più ampio della sua attuale rappresentazione collettiva.

Tralasciamo per il momento la distinzione tra eros, filìa e agape, per guardare all’eros dell’oggi. Con che cosa lo si identifica, a che cosa lo associamo? Esprime ancora in qualche modo un desiderio ascendente dell’io, una passionalità che non sia mortifera? Il connubio eros – godimento sembra ormai non lasciare spazio a molto altro, anzi, sembra trascinare verso il basso tutti coloro che lo erigono a dogma, ponendoli su quel piano inclinato che li porta inevitabilmente allo svuotamento di ogni senso, e forse anche allo svuotamento di sé.

Ridurre l’eros all'esercizio di una sessualità ricreativa, estrema, distruttiva, anestetizza progressivamente i sensi, che perdono così la capacità di percepire e godere il bello, il vero, il bene.
 È ciò che sta accadendo a tanti giovani, che non sanno più di poter orientare la propria passionalità, la propria forza interiore, la propria sete di vita - che dovrebbe contraddistinguerli - verso ciò che eleva, anziché verso ciò che svilisce. Probabilmente la loro coscienza cerca ancora di fare la sua parte, suonando i suoi tipici campanelli di allarme. E forse lo sballo in molti casi serve a non sentirne i richiami.

Allora è forse proprio la coscienza il luogo della riappropriazione di un eros sano, vitale, creativo che orienti i giovani (e non solo) verso quelle passioni capaci di spostare montagne, di innescare cambiamenti, di avviare processi in cui trovare e diffondere ancora verità, bellezza, bene.

In questo ogni adulto può senz'altro giocare un ruolo chiave nell'incoraggiare, nel fare spazio, del trasmettere la “Legge”, vale a dire quei fondamenti positivi e virtuosi che rappresentano il presupposto necessario per ogni vita vissuta in pienezza.

mercoledì 20 settembre 2017

Comunicare per farsi capire

Il titolo sembra anticipare un’ovvietà. Eppure comunicazione e confusione rappresentano un binomio piuttosto frequente. Accade quando il messaggio comunicato lascia il destinatario in uno stato di incertezza, di dubbio.

Ciò riguarda spesso l’interlocutore di chi si esprime ricorrendo a frasi enigmatiche, metafore (più o meno azzeccate), significati sottintesi con ammiccamenti annessi, che aprono inevitabilmente la via alle più disparate interpretazioni.

Ma il fraintendimento, la confusione, possono riguardare anche dialoghi e contesti apparentemente immuni da errori comunicativi. Pensiamo ad esempio alla comunicazione tra persone che si conoscono da molto tempo, come i coniugi, o genitori e figli. Se teniamo presente il fatto che qualsiasi comportamento in presenza di altri contiene sempre un messaggio, implicito o esplicito, consapevole e/o inconsapevole, nemmeno i rapporti profondi e di lunga data, come possono essere i legami familiari, sono esenti da possibili distorsioni nella comunicazione e nella sua conseguente interpretazione.

Che caratteristiche ha una cattiva comunicazione? Storture comunicative risultano evidenti, ad esempio, quando tra il contenuto del messaggio, il tono che lo accompagna e il linguaggio corporeo manca una coerenza espressiva, quando cioè non vanno nella stessa direzione. Se io dico a qualcuno: “Sono contento di vederti” con tono spento, magari leggendo messaggi sul cellulare, sicuramente la persona a cui mi sto rivolgendo avrà dei seri dubbi che ciò sia vero.


Anche i paradossi rappresentano una distorsione comunicativa frequente: imporre, o impedire, determinati sentimenti, che, in quanto tali, non possono mai essere frutto di un atto di volontà (il genitore al bambino: “Non arrabbiarti!”); esortare ad avere un atteggiamento spontaneo (“Su, sii spontaneo!” o la moglie al marito: “Potresti farmi la sorpresa di portarmi fuori a cena”). I paradossi sono costituiti da messaggi contraddittori che mandano in tilt il pensiero dell’interlocutore. E quando si tratta di un bambino, il danno risulta evidente, perché quest’ultimo cercherà di elaborare le informazioni raccolte per superare il disagio percepito. E non facile per lui, in questi casi, pervenire alle giuste conclusioni.

La semplicità, la chiarezza, la verità sembrano insomma essere le costanti che garantiscono una buona comunicazione - non solo in famiglia - perché ci mettono nelle condizioni migliori per spiegarci e di farci comprendere adeguatamente.

lunedì 21 agosto 2017

Educare nella verità

L’esperienza genitoriale, educativa, ha sempre a che fare con la verità, sia perché un figlio prima o poi ci rivela aspetti di noi che non conoscevamo, sia perché non si può intraprendere alcuna azione educativa efficace se non a partire dalla realtà oggettiva di noi stessi prima, e del figlio poi. Non è scontato o automatico che ciò avvenga.

Capita che un genitore non comprenda o non attribuisca il giusto significato al comportamento del figlio, e agisca di conseguenza sbagliando il bersaglio: possiamo facilmente notare un bambino che fa evidentemente i capricci per avere una Cola, mentre il genitore si comporta come se fosse a rischio di disidratazione.

Se dunque il genitore non ha uno sguardo di verità su se stesso e sul figlio agirà in una sorta di cecità che lo renderà incapace di gestire le situazioni in modo adeguato ed efficace dal punto di vista educativo.

Per far crescer bene i figli è fondamentale, dicevamo, conoscere sé stessi, specialmente nelle proprie debolezze, perché sono quelle che il figlio capta fin da piccolissimo, e che userà sapientemente per ottenere quel che vuole. Esempio: se la mamma ha il virus del senso di colpa, generato dal fatto che va a lavorare e non riesce a stare più tempo col figlio, farà molta fatica a riprenderlo quando si comporta male, o a dirgli dei no, anche se necessari. Il figlio coglierà facilmente questo meccanismo materno e non mancherà di ricorrervi a proprio vantaggio. Niente allarmismi. Sta solo facendo il suo mestiere.
Ma se la mamma invece stana il proprio virus emotivo, allora saprà redarguire il figlio quando fa i capricci e dire quei no che ritiene doverosi. Come fare a individuare le proprie debolezze? L’altro genitore, fatalità, esiste anche per questo. Lui/lei – sembra di no – ma vede meglio di noi quali errori educativi commettiamo. Basta chiederglielo con umiltà, di solito risponde correttamente...

È importante però avere lo stesso sguardo limpido anche sulla realtà emotiva del proprio figlio. Come? Amando la verità più del figlio stesso.
Se, poniamo il caso, nostro figlio si comporta da despota, dobbiamo saper riconoscere che non è solo perché “ha un carattere forte”. Se i suoi amici lo evitano, dobbiamo tener presente che forse accade perché lui li prende in giro o fa con loro il prepotente. Se ha preso quattro in geografia, non è perché (poverino) non lo abbiamo aiutato, come ci dice lui, ma perché ha buttato via un sacco di tempo a giocare al computer e non ha studiato a sufficienza.

Educare significa dunque aiutare i nostri figli a prendere coscienza dei loro doni e anche i loro limiti oggettivi. Non c’è da temere di minarne l’autostima. Cresceranno semmai dotati di equilibrio psicologico, senza dannosi sbilanciamenti - questi sì!-  in positivo o in negativo.

sabato 29 luglio 2017

Charlie, il figlio

Coloro che hanno decretato la morte di Charlie Gard forse non sospettavano, almeno inizialmente, del suo silenzioso, inerme, straordinario potere: la sorte di Charlie e dei suoi genitori è divenuta in breve tempo importante, o ancor più, cara a tanti, tantissimi.

Quel figlio è divenuto nostro, il dolore nel volto dei genitori l’abbiamo percepito in profondità. Questa umile famiglia ci ha fatto il singolare dono di prendere coscienza della sacralità della vita. Forse per questo la sua interruzione deliberata ha turbato, indignato, ferito, ancor più, trattandosi di vita nascente, amata e desiderata.

La sua sacralità è stata calpestata in nome di un potere che si è collocato in maniera autoreferenziale al di sopra di ciò che fino a ieri si pensava di indiscussa oggettività: la sovranità del popolo, il diritto alla vita - che fonda e giustifica ogni altro diritto - la patria potestà, la fattiva disponibilità di enti preposti a prendersi cura di questa creatura, come l’Ospedale del Bambin Gesù.

A fronte dell’impotenza dei genitori di Charlie, si è presa maggior coscienza di cosa ci sia in ballo, in ambito antropologico: l’imposizione di una mentalità pragmatica e utilitaristica - per cui il progresso della scienza e della società si fa prevalere sul singolo individuo- secondo un modello liberal radicale, il quale genera diritti in nome di una libertà sganciata dalla responsabilità e da ogni etica.
Ma come non tener conto delle parole “Tutto quello che avrete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avrete fatto a me”?

venerdì 28 luglio 2017

Per i vivi, per i morti

Probabile che - agli occhi dei più - oggi non esista attività meno urgente, meno efficace, del pregare per qualcun altro. Assieme ad ammonire i peccatori, pregare per i vivi e per i morti forse rimane tra le opere di misericordia meno gettonate.

Pregare. Pare sia un atto relegato all'ultimo posto delle scalette giornaliere anche dai credenti più vispi, neppure questi immuni dal lasciarsi fagocitare dai gorghi dell’attivismo efficentista e dell’ansia da risoluzione e/o da prestazione…

 Gesù, però, non faceva nulla senza prima pregarci su, senza connettersi al Padre. A dire: ogni azione, parola, relazione è a rischio sterilità, senza questo dialogo interiore, senza condivisione con il trascendente, senza consegna.

Qui comunque non si tratta di pregare genericamente per noi stessi, che pure è atto che ha valore in quanto tale, ma di intercedere specificatamente per qualcuno, vivo o morto che sia. È un atto di amore. È un dono invisibile che scegliamo di fare, mossi dalla consapevolezza che Colui che invochiamo può molto più di noi in favore di coloro per i quali preghiamo.

Il più delle volte il destinatario manco sa che c’è chi sta invocando il Padre per lui: come fanno tante madri per i propri figli, i quali per lo più vivono inconsapevoli di questa peculiare forma di amore silenzioso, che scatta quando le parole o i gesti non ottengono il bene sperato.

E quanti genitori pregando per i propri figli possono constatare che il loro affidamento mai resta inascoltato. Certo, sono la pazienza e il tempo a confermarlo. Fin qui, questo lo abbiamo puntualmente sperimentato anche noi. Ancora oggi dei nostri figli, ormai grandi, consegniamo a Dio la vita, le loro scelte, le loro relazioni, la loro adesione al bene, la loro possibilità di vivere in pienezza. E vediamo che quel che accade di bello e di buono nelle loro vite va al di là del nostro intervento e delle nostre fattive possibilità.

Se riscontro c’è, in quest’opera di misericordia, è sempre ex post. E con i tempi di Dio.
La fede – il luogo entro il quale Dio agisce – come pure la tenacia nel continuare a parlare a Dio di qualcuno che ci sta a cuore (cioè intercedere), sono le variabili che fanno la differenza, tra il vivere per sé stessi e l’amare nascostamente, nella certezza che la nostra preghiera avrà la sua fecondità nel tempo.

martedì 27 giugno 2017

Sopportare pazientemente le persone moleste

Continuiamo il nostro viaggio tra le opere di misericordia spirituale. Se consolare gli afflitti, consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti può recare, accanto alla fatica, una qualche gratificazione interiore, sopportare le persone moleste - per di più pazientemente! (e questa è l’unica opera di misericordia che ci dice “come” va compiuta) -  suona tutt’altro che gratificante, anzi, proprio difficile.

I molesti sono coloro di cui istintivamente auspicheremmo l’assenza. Sono coloro che reputiamo pesanti (la definizione deriva infatti da “mole”). Sono quelli che proprio ci stanno addosso, e lo fanno – per dirla con Rosini -  in maniera scientifica, con costanza; del resto, se così non fosse, quest’opera non richiederebbe la nostra pazienza.

Constatiamo che tanti matrimoni e rapporti saltano non per gravi fatti eclatanti, ma per esasperazione, ovvero per la mancanza di questa pazienza verso quelle piccole, irritanti abitudini dell’altro che demoliscono nel tempo la piacevolezza dello stare insieme: le petulanti lamentele verso qualsiasi cosa e persona, i ritardi cronici ingiustificati, gli egocentrismi ciechi verso i bisogni dell’altro, le nevrastenie o la superficialità erette a dogma, e così via. I molesti sono coloro che non compiono una sola volta o saltuariamente ciò che ci dà fastidio, ma sono – ahimè - coerenti con sé stessi, per questo hanno la capacità di sfiancarci.

Come gestirli senza soccombere? Con la tolleranza? “Cara, io ti tollero”, riconosciamolo, non è granché come dichiarazione d’amore. Equivale a dire: “Sei pessima, ma ancora ti reggo”. Non può durare. Non nel lungo periodo, chi ragiona in questi termini, infatti, prima o poi esploderà con ferocia.

Non funziona nemmeno il buonismo sentimentalista. “In cuor mio ho di te una pessima opinione, ma poiché sono buono/a, dall’alto della mia superiorità ti sopporto con rassegnazione”. Ragiona così chi si percepisce esente da peccato originale, chi ha consigli per tutti, tranne che per sé stesso. Prima o poi si sentirà pure in diritto di punire il molesto.

Nemmeno il servilismo centra il bersaglio. I servili sono coloro che si vendono per buoni, cioè spacciano per bontà la loro inconsistenza; non agiscono con correttezza, ma subdolamente, comportandosi da deboli con i forti e da forti con i deboli.

Quindi? Proviamo a sposare il focus sulla virtù della pazienza. Umanamente, sopportare il fastidio persistente che l’altro ci reca, può implicare uno sforzo apparentemente insostenibile nel tempo, se non si cambia presupposto, se non si mette cioè in conto la possibilità di concedere all’altro il tempo, lo spazio, la possibilità di crescere. Si tratta di una pazienza che contempla la volontà di fare tutto il possibile per mettere l’altro nelle condizioni di attivarsi, di dare il meglio di sé, di fargli arrivare la nostra fiducia, assieme all’info del nostro disagio. Allora quel Cara/o, ti tollero, può diventare ad esempio: “Ti voglio bene, ma questo tuo atteggiamento mi fa reagire male, interiormente. Il nostro rapporto ne soffre. Possiamo provare insieme a cambiare questa situazione?”

A volte basta poco per innescare processi con inversione di tendenza, altre volte ci vuole più tempo, diversi tentativi, ma comunque sempre di pazienza si tratta, e sempre ha a che fare con la grandezza d’animo. E forse è più facile coltivarla, se pensiamo che il buon Dio per primo la esercita con noi giornalmente, Lui che è con tutti “paziente, lento all’ira e ricco di misericordia”.

mercoledì 31 maggio 2017

Consolare gli afflitti

Safet Zec
 
Con gli afflitti la questione è sempre delicata, tanto più che mai come oggi il dolore è un tabù. Questo spiega la ricerca di ogni mezzo per anestetizzarci da esso, per eliminarlo dal nostro quotidiano, anche se la storia rende evidente che il dolore, dai molteplici volti, è parte costitutiva dell’esistenza umana.
Al problema della sofferenza la nostra società risponde del resto prontamente, proponendoci valanghe di soluzioni narcotizzanti sia sul piano fisico, che psicologico, che spirituale. Va detto, non sempre si rivelano risolutive.

Ma la risposta al dolore, e ciò che ne deriva, in ultima istanza risulta frutto della rielaborazione personale di esso. Così può generare abbruttimento, o mediocrità, o insensibilità, che diventano i paradigmi di quelle esistenze che non osano sperare - e quindi non tentano - di modificare la propria condizione percepita come negativa.  Ma capita pure che il dolore smuova parti profonde sconosciute anche a noi stessi.

La vita, del resto, insegna che dal dolore ci si può senz’altro risollevare. Inaspettatamente, esso può rivelarsi un trampolino di lancio, un volano che fa cambiare direzione alla vita. Tante persone sono partite, o ripartite proprio da un dolore. Altre sono maturate, hanno guadagnato in profondità o sono diventate risorsa per altri.
Safet Zec

Con queste premesse, ha senso consolare un afflitto? Sì, se la consolazione porta verso una maggior consapevolezza, verso la possibilità di saper leggere il dolore, perché l’afflizione di cui stiamo parlando ha bisogno di una parola, di un gesto che la colmi, che la indirizzi.

Consolare significa anche aiutare ad accoglierlo, a non porvi resistenza interiore. Diversamente, se lo si rifiuta, il dolore schiaccia e basta, seminando disperazione.

Vanno nella direzione opposta alla consolazione il compatimento, che accentua i vittimismi, come pure l’alienazione, che induce a distrarre chi soffre per “non farlo pensare”. Non aiuta granché, visto che spinge verso la superficialità, e rimanda semplicemente il problema. Non è vera consolazione neppure l’invito a guardare chi sta peggio, manco esistesse un “dolorimetro o la classifica della scalogna”, per cui uno dovrebbe trarre giovamento constatando che c’è chi è più disperato di lui. Ci pare non aiuti neppure far credere che chi è buono sta bene e chi è cattivo sta male, per cui il Signore ci punirebbe con calcoli da algebra esistenziale.

Interessante notare che in ebraico consolare si traduce con nacham, che significa riposare, fermarsi, ma anche offrire un luogo di pace dove la sofferenza cessa.  In latino invece cum-solari ha a che fare con lo stare con chi è solo, ma anche con il dare completezza, e in effetti il dolore è privazione.

La vera consolazione dunque è compimento del processo che ha inizio con una privazione, e porta l’altro a trovare la sua parte mancante.
“Il consolatore, nell’accezione latina, è colui che restituisce il pezzo sottratto dal dolore, colui che aiuta l’afflitto a aprire il cuore, lo sguardo e lo spirito a un’altra prospettiva, una profondità integra che dà completezza” alla nostra vita (Rosini).

La vera consolazione è tale allora quando genera nell’altro quella sapienza che lo aiuta a riconoscere il volto di Dio nel suo dolore. Perché spesso è proprio Lui la nostra parte mancante.

Il dolore può dunque diventare luogo dell’incontro fondamentale, crocevia del completamento, spazio di rinascita.

mercoledì 10 maggio 2017

Insegnare agli ignoranti

Suona come un atto di superbia, più che un gesto orientato al bene. Eppure la seconda opera di misericordia è rivolta proprio a quella miseria umana chiamata ignoranza. Partiamo dal presupposto che ogni persona è dotata di intelletto, di ragione, ed è portata analizzare e comprendere la realtà e a trovare i nessi tra gli eventi. Non è un caso che i bambini tempestino i genitori di “perché?” appena inizino ad articolare parole e ragionamenti. Per lo stesso motivo non comprendere, per l’adulto, è una condizione di particolare sofferenza.

Esiste un bisogno di sapere, di recepire informazioni, di cogliere il senso delle cose; da ciò che si sa, si decide ciò che si è. (Questo dato di fatto è alla base di ogni manipolazione ideologica). Ci si può ritrovare a impostare la propria vita su false informazioni o su interpretazioni distorte della realtà, ricavandone immani sofferenze.

Per questo la ricerca della Verità diventa un dovere verso sé stessi e gli altri, oltre che un atto di intelligenza. Certo, non è impresa facile, specie oggi: non si contano i maestri che propongono i loro metri di giudizio, o le agenzie formative che si spacciano per autorevoli e che pretendono di insegnarci a vivere. Il sapere che circola, anche in ambienti non sospetti, tante volte risulta stucchevole, banale o saccente, ed è caratterizzato da una sgradevole mancanza di profondità.

In-segnare significa “scrivere dentro”, imprimere, solcare il cuore dell’altro. In molti casi, può significare aiutare ad ampliare la prospettiva sull’esistenza, aggiungendo a quella orizzontale, prettamente umana, quella che verticalizza lo sguardo, che include cioè la dimensione trascendente. “Io sono la Via, la Verità, la Vita”. Oggi più che mai il messaggio del vero Maestro risuona con forza.
Non è il messaggio cristiano quello che può rischiarare il buio di tanta superficialità, che può restituire significato a ciò che apparentemente non ne ha più, e mostrare una via a chi vaga nella vita senza una meta?
Riconoscerlo, però, impone anzitutto ai credenti di saper dar ragione della propria vocazione e di educare al senso critico le nuove generazioni. L’opera di misericordia consiste nel proporre un’autentica alternativa di pensiero (e di vita) all’andazzo corrente, che genera per lo più gente sazia di informazioni e di piaceri ma frustrata, inquieta o insoddisfatta. “Non è questione di sapienza contro ignoranza, ma di sapienza vera contro sapienza falsa”, come afferma F. Rosini, in Solo l’amore crea.

Se coltivata e alimentata, la sapienza cristiana - che non è mai solo umana, ma è dono dello Spirito - arriva a colmare le profondità di quell’ignoranza di cui stiamo parlando, e che, paradossalmente, può essere più vasta nei colti e negli intellettuali, che nei semplici!

E’ quella sapienza che passa per osmosi attraverso uno sguardo di bene sull’altro, che è scevra da ottusi giudizi e non è mai mossa da un senso di superiorità. Non cala dall’alto un elenco di norme/nozioni/istruzioni per l’uso, ma piuttosto propone una direzione, un avvertimento, una via. È quella sapienza che attinge dal divino.
La sua efficacia è comprovata dal cambiamento nella qualità di vita in coloro che la ricevono e la accolgono, perché la menzogna, si sa, rende tristi, mentre la verità, se offerta con umiltà e tenerezza, libera l’altro restituendogli il vero bene.

martedì 25 aprile 2017

Consigliare i dubbiosi

Nei prossimi post vorremmo intraprendere un viaggio attraverso le cosiddette opere di misericordia spirituale. Non stiamo parlando di atti di buonismo o volontarismo venduti ai mercatini del vintage, ma di ciò che oggi come ieri rende alta la qualità relazionale, sia dentro la famiglia che al di fuori di essa. Le opere di misericordia spirituale si sostanziano in gesti concreti, spesso poco vistosi esternamente, ma che nel cuore di chi li compie e di chi li riceve generano un forte riverbero benefico.

Vogliamo iniziare questo nostro itinerario con la prima opera di misericordia che è quella di consigliare i dubbiosi.  Intuiamo che non si tratta di dispensare ovvietà e buoni sentimenti con tanto di pacca sulla spalla. No, la componente della misericordia fa di quest’opera un atto creativo, capace di suscitare un cambiamento positivo nella vita di chi ci sta chiedendo aiuto. Si tratta di agire mossi da un amore che non è solo estetico e umano, perché è un amore che va oltre, che ha in sé l’impronta dell’Eterno.

Chi è il dubbioso? È colui che, davanti ai tanti bivi della vita rappresentati dalle scelte, è in balìa dalla sua indecisione. È colui che spesso non sa distinguere tra scelte ordinarie, banali, e scelte rilevanti, vitali. O non sa valutare le conseguenze delle une e delle altre.

E a questo proposito – apriamo una piccola parentesi – non possiamo non pensare alla deleteria pedagogia di quei genitori che delegano il potere decisionale ai loro figli (anche molto piccoli): “Cosa vuoi mangiare? Dove vuoi che andiamo? Cosa vuoi metterti? Cosa guardiamo in TV?”. I bambini hanno bisogno di avere riferimenti, strade tracciate, non “pinnacoli da cui buttarsi”, come scrive Fabio Rosini. I bambini sono rassicurati e rasserenati dall’ordine, dalle regole, dagli orari; hanno bisogno di percepire che i genitori sanno cosa è giusto e bene fare e cosa no, e sperano di vederli agire di conseguenza. Per contro, vedersi affidata dai genitori la facoltà decisionale li inquieta, perché il peso della scelta è eccessivo per le loro piccole spalle.

Ma torniamo a noi. Per il dubbioso la vita è ambigua; la sua interpretazione della realtà oscilla tra diverse ipotesi tra loro contrarie, ma fondamentalmente tende a ragionare in negativo. Fatica a dare fiducia alle situazioni e alle persone. Secondo Rosini, l'incertezza che abita il dubbioso corrisponde a “una cecità dell’uomo, una sua sovralettura, una proiezione della propria ambiguità interiore”, che in ultima analisi porta con sé l’incapacità di distinguere tra il falso bene e il vero bene.

Come agire con chi ci chiede consiglio? Tra gli atteggiamenti da evitare vi è lo schematismo del razionalista (che fa una iper-analisi pseudo-professionale, per fornire poi una soluzione -quasi mai adatta - estratta dal suo rigido schema mentale), ma anche la dittatura psicologica del paternalista (che impone una soluzione, ritenendola più importante della crescita del dubbioso).

Consigliare significa “sedersi accanto”, stare vicino a chi è nel dubbio, per poter individuare insieme le sue certezze, i suoi punti saldi, e da questi partire per dipanare le ambiguità.

Si tratta di partire dai “sì” delle certezze di colui che stiamo aiutando, con il presupposto che tutti i dubbi sono radicati nell’antico dubbio insinuato dal serpente: che in Dio possa essere presente sia l’amore che il non amore, che Lui ci voglia salvare, ma forse anche no.
Questo approccio porta a sciogliere l'incertezza insinuata dal pensiero che la vita sgorghi da una sorgente torbida e non dalle mani del Padre Provvidente.
In Dio non esiste doppiezza, perché Dio è solo amore!

Non è la ragione, che risolve i dubbi, ma l’amore. L’amore è sì ragionevole, ma anche più sapiente. E per consigliare un dubbioso ci vuole dunque un ascolto umile - così da trovare la domanda che conduce alla giusta prospettiva - e amore nella verità - così da mettere ordine, e attribuire i giusti pesi specifici delle cose.

Consigliare significa allora farsi eco del sì del Padre: per risolvere un dilemma esistenziale non si parte dalla confusione generata dal dubbio ma dalla verità semplice dell’amore di Dio. Essa genera nel dubbioso quella certezza che sgorga dalla fiducia, che a sua volta nasce dall’esperienza della paternità di Dio, di cui il consigliere è umile, ma convinto testimone.

venerdì 14 aprile 2017

Tempo di Risurrezione

Al Signore non riesce particolarmente bene solo risorgere, ma anche far risorgere.

Da ogni paura, fragilità, solitudine interiore, tristezza, angoscia, dolore, vuoto.

Ed è bello sapere che basta chiederglielo, che Lui non vede l’ora di farlo per noi e con noi.

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!

lunedì 27 marzo 2017

Questione antropologica: il nostro corpo, oggetto o soggetto?


Non è così scontata la risposta, non nel nostro tempo, in cui scienza e tecnologia generano cambiamenti di mentalità e di prospettiva, relativamente al corpo, alla sessualità, alla famiglia, alla procreazione, ai rapporti affettivi, fino all’identità personale. È una vera e propria questione antropologica, che si connota come la nuova questione sociale, in cui si fronteggiano sostanzialmente due correnti culturali, fondate ciascuna su una diversa visione dell’uomo.

La prima considera il soggetto umano un prodotto dell’evoluzione del cosmo, sganciato da riferimenti certi e universali: in questa prospettiva l’uomo è un mero oggetto materiale. L’altra reputa l’uomo come una realtà irriducibile, rispetto alla materia, e riconosce un salto qualitativo incolmabile tra soggetto umano e qualsiasi altro essere vivente.

In quest’ultima prospettiva, l’essere umano, dal concepimento (in qualunque modo sia avvenuto) alla morte (comunque essa avvenga), per la sua dimensione trascende, si eleva al di sopra di ogni altra realtà. In tutte le fasi, cioè, della sua esistenza, egli è portatore di una dignità che gli appartiene per natura, che non è suscettibile a variazioni quantitative e qualitative, né dipende dalle diverse circostanze esistenziali o dal riconoscimento altrui.

Questa prospettiva non è universalmente accettata. Secondo la teoria gradualista, ad esempio, il rispetto e la tutela del diritto alla vita e alla salute, sono da garantire solo a quegli esseri umani che sono considerabili come persone. Questa mentalità, promossa da un certo riduzionismo scientifico che nega i valori trascendenti della persona, tende a separare chi è persona (adulti), da chi non lo è ancora (embrioni, feti...), da chi non lo è più (anziani, malati…). Capiamo le gravi discriminazioni che possono derivarne.

Sono diversi i modelli di riferimento antropologico che tendono a scardinare la realtà dell’uomo in quanto tale: il modello liberal radicale, ad esempio, promuove un concetto di libertà sganciato dalla responsabilità e dalla morale, e considera lecito tutto ciò che è liberamente voluto; il modello pragmatico utilitarista, basato sul rapporto costi-benefici, fa prevalere il progresso della scienza e della società sul bene individuale; secondo il contrattualismo, la persona umana è frutto di una decisione sociale, per cui più persone possono accordarsi e definire “non più persone”, ad esempio, coloro che sono incapaci di relazione sociale, i malati psichici, ecc.; ancora, c’è il modello socio-biologico, che definisce il cosmo, le varie forme di vita, compresa la persona con i suoi valori, come meri eventi naturalistici.

Ci ritroviamo dunque dentro un pluralismo culturale e un relativismo etico che virano verso una visione riduzionista e nichilistica della persona e della vita.
Il contraltare più forte è rappresentato dall’antropologia cristiana, che afferma l’esistenza di valori non negoziabili, che partono dal presupposto fondamentale secondo cui la vita dell’uomo, con il suo corpo e la sua anima, esiste per volontà di Dio, è un suo dono, come tutto il resto della creazione.
E’ pur vero che i concetti di creazione e evoluzione spesso sono stati separati e contrapposti per motivi ideologici, per evitare di rispondere al quesito sull’autore dell’universo e della vita. In realtà, essi non si escludono necessariamente.

Permangono alcune derive delle teorie evoluzioniste, come il darwinismo sociale, che giustifica la lotta per la supremazia del più forte, o l’eugenetica e oggi la neo-eugenetica , che mirano al miglioramento della specie attraverso l’eliminazione o la sterilizzazione di alcuni soggetti.
Ma al contempo si stanno affermando tra gli scienziati anche l’evoluzionismo creazionista e la teoria dell’Intelligent Design, che riconoscono l’intervento dal nulla di un Essere Superiore all’origine del cosmo e della vita, e la creazione dell’uomo con un’anima spirituale, per un finalismo di amore. Da ciò deriva il riconoscimento della differenza qualitativa dell’uomo rispetto ad altre creature.

A momento, dunque, la scienza sa dire molto sulla storia del mondo, sa leggerlo come un libro dall’ultima pagina in su. Manca solo, ancora, la prima pagina, l’incipit…

domenica 5 marzo 2017

Maschio e femmina li creò

Si fa sempre più pressante quella spinta socio-culturale che manifesta l’obiettivo di superare la diade biologica maschio/femmina, attraverso il livellamento delle differenze che caratterizzano l’essere maschile e l’essere femminile, per affermare il concetto di neutralità. Quasi che la diversità fosse un male da cui difendersi, una realtà da temere, anziché da valorizzare.
Questa ideologia si basa sul presupposto che il genere di una persona sia facoltativo, opzionale, intercambiabile, in sostanza liquido, come direbbe Bauman. Si vorrebbe prescindere dal fatto che l’uomo e la donna sono costitutivamente diversi, e non solo fisicamente.
L'alterità che caratterizza l’uomo rispetto alla donna non è solo il frutto di un’elaborazione storico-culturale, è parte del progetto che Dio ha da sempre per l’umanità.
Di ciò troviamo conferma nelle Sacre Scritture. In particolare, nel Libro della Genesi alcuni termini rimandano, con il loro significato, a queste differenze, come elementi che connotano non solo la natura, ma anche la ricchezza del rapporto maschio femmina.

Un primo termine biblico con questo riferimento è kenegdo, che in ebraico significa chi sta di fronte, chi è della stessa sostanza, ma diverso. Esprime la differenza uomo e donna, che viene posta all’origine e al vertice del progetto divino: “Maschio e femmina li creò”.

Altre due coppie di termini che sottolineano la differenza dell’essere uomo e donna sono zaakar e nequebah, letteralmente il “puntuto” e la “perforata”, e ish e isshah, lo sposo e la sposa. Sono parole che racchiudono un’ampia estensione semantica: rimandano alla vocazione ultima di ogni essere umano, hanno un legame profondo con la dimensione relazionale della coppia. Vediamoli brevemente.
Zakar, il puntuto appunto, è colui che protegge, sostiene, conduce, decide, trasmette la legge.
Neqebah, la perforata, è colei che accoglie la vita, che custodisce, diffonde la bellezza, promuove, non è accentratrice.

L’essere compiutamente uomo e donna non può prescindere dalla vocazione inscritta nel nostro codice umano che viene sintetizzata in queste due definizioni. Nella scelta di far proprie le caratteristiche insite della nostra natura maschile o femminile, di accogliere la propria vocazione specifica, e conseguentemente il proprio compito nella vita di coppia e nella società, è racchiuso il segreto della pienezza di vita, della propria realizzazione. 
Per contro, rifiutare questa vocazione, ritenerla opzionale, rinnegare questa distinzione dell’essere zakar o neqebah, può pregiudicare la realizzazione piena di un’esistenza.

Ecco perché gli uomini "spuntati" sono frustrati, umiliati, spaventati, spesso in fuga e diventano un problema per la famiglia e una tragedia per i figli. Per lo stesso motivo, le donne "puntute" spesso sono nevrotiche, recriminatorie, lamentose, svalutano gli altri, diffondono infelicità intorno a sé.

I termini ish e isshah, sposo, ma anche amico, fratello, amante, e, specularmente, sposa, amica, sorella, amante, connotano la natura del rapporto uomo-donna nel progetto di Dio: Dio ha pensato al matrimonio tra uomo e donna per divenire “una sola carne”, non solo per procreare - e quindi per farli propri alleati nella creazione continua dell’uomo - ma per edificare nel tempo una comunione totale, per aiutarsi vicendevolmente a diventare ciò che per natura sono chiamati ad essere, individualmente e nella reciprocità.

In Genesi troviamo infatti anche il termine ezer, che significa “aiuto”, e viene inteso proprio come alleanza, complicità. In cosa sono alleati e complici l’uomo e la donna, in particolare nel matrimonio? Sono alleati - possiamo dire “in comunione” - nell’edificare il bene, e contrastare il male; ecco perché, in ultima istanza, sono alleati di Dio, perché questo Dio fa.

martedì 14 febbraio 2017

Neet o hikikomori, ragazzi che si ritirano dalla società

Ormai anche qui da noi i neet sono sempre più numerosi. Si tratta di quei giovani, per lo più maschi, che non studiano e non lavorano; vivono chiusi nelle loro stanze, col computer sempre acceso, in compagnia della loro musica e delle loro letture, spesso mangiano da soli; sembrano disinteressati ad ogni forma di relazione sociale. Psicologi e operatori parlano di ritiro sociale, perché questi ragazzi vivono un isolamento autoimposto.

Il fenomeno è nato negli anni ‘80 in Giappone, lì vengono chiamati hikikomori; le stime nipponiche attuali parlano di circa 2 milioni di ragazzi, con un trend in salita, mentre in Italia si calcolano 100 mila neet. A monitorare il fenomeno sono enti come la cooperativa Minotauro, che ha pubblicato di recente un testo loro dedicato dal titolo eloquente: «Il corpo in una stanza». In Italia, come altrove, i neet sono coloro che che si sentono fortemente inadeguati rispetto alla schiacciante pressione delle aspettative di riuscita e successo, sia in ambito scolastico che lavorativo. Così preferiscono chiudere i balconi alla vita, diciamo così.

Qualche mese fa Corriere.it ha messo in rete la testimonianza di alcune mamme: «Una sera che non dimenticherò mai, mio figlio si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Racconta un’altra madre: «Mio figlio ha finito il liceo regolarmente, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscere un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introiettato un senso di vergogna e inadeguatezza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Altra testimonianza: «Mio figlio un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfezionato l’inglese ubriacandosi di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibilità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne».

Le storie raccolte dal quotidiano di fatto si assomigliano, hanno in comune il fallimento del rapporto con la scuola, un padre assente, la vergogna nei confronti dei compagni di classe, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza. Perché è nella dimensione virtuale che essi ottengono quelle gratificazioni che la vita reale ha negato loro. Come l’offesa di non ricevere nemmeno una risposta formale agli SOS che inviano a raffica sotto forma di curriculum ad aziende, centri per l’impiego e possibili datori di lavoro.

Una ricerca della onlus WeWorld denominata «Ghost», dedicata a questi ragazzi-fantasma, conferma che un quarto di essi ha alle spalle iter scolastici accidentati. E c’è un’altra costante: l’assenza del padre e una dipendenza dalla madre. Il genitore maschio di fronte al ritiro sociale del figlio si scopre impotente e cede spesso alla tentazione di squalificarlo. Lo considera un fannullone, un incapace, un «disfunzionale». La gestione del ritiro pesa per lo più sulle madri, che arrivano a maturare un senso di auto-colpevolizzazione.

Cosa fare? «Attacchiamoli alla vita» è il leitmotiv degli operatori che cercano di aiutare questi giovani e le loro famiglie: recuperare il senso e il valore della loro esistenza, a partire dalle qualità e abilità di cui sono depositari, infondere fiducia nelle loro potenzialità, farli sentire concretamente amati e considerati, può essere un primo passo per indurli a uscire dalla loro segregazione, e far loro gustare il sapore della vita.

martedì 3 gennaio 2017

Le virtù sociali della famiglia

Il dibattito, anche politico, sulla famiglia ci ha sempre appassionato, anche perché pensiamo, assieme a tanti altri, che essa sia la cellula determinante il volto di ogni forma societaria. Se la famiglia è sana, lo sarà anche la società che la valorizza, la sostiene e la custodisce. Per questo stupiscono le iniziative, anche di legge, che sembrano volerne sminuire o peggio minare l’essenza. In alcuni casi ci pare di assistere ad un vero e proprio attacco.

Certo, la famiglia messa in discussione, e reputata sorpassata, è quella normo-costituita,  ovvero quella forma sociale ordinata sul matrimonio fra un uomo e una donna e sulla stabilità delle loro relazioni, orientate alla procreazione ed educazione dei figli attraverso la complementarietà e reciprocità.

L'intento dichiarato, anche Italia, è quello di cambiare la definizione di famiglia, riducendola, comunque, alla sola coppia, lasciando il tema dei figli a parte, come si osserva anche in altre legislazioni a riguardo (cfr. Pacs in Francia, Civil Partnership in Gran Bretagna, Lebenspartnerschaft in Germania, ecc.).
Di fatto, si diffondono sempre più le pretese – anche giuridiche – ad avere una famiglia, a patto che quest’ultima sia fatta secondo i gusti e le preferenze individuali. Sostanzialmente si rivendica il diritto alla famiglia come diritto dell’individuo casuale, quale che ne sia il gender, e senza una precisa identità relazionale.

Il dibattito da tempo non si limita solo alla richiesta di legittimare la cosiddetta famiglia di fatto, della coppia uomo-donna senza matrimonio, e le unioni omosessuali. Si inizia a parlare anche di legittimare la famiglia poligamica e fa capolino la cosiddetta famiglia poliamorosa, nella quale, con il consenso del partner, ciascuno è libero di vivere contemporaneamente relazioni affettive con più persone.
Quasi che la famiglia come forma sociale di reciprocità fra i sessi e fra le generazioni non fosse necessaria agli individui e alla società. Quasi che fare famiglia in un modo o nell’altro fosse eticamente neutro e funzionalmente equivalente.

Questa è una visione che viene smentita dalle ricerche empiriche della sociologia relazionale. Assistiamo oggi ad una forte perdita di virtù sociali, questa tendenza tuttavia non è da imputare alla famiglia in quanto tale, quanto ai processi di modernizzazione che hanno deviato il senso e le funzioni sociali della famiglia.

Forse c’è bisogno di ri-conoscere, cioè conoscere ex novo, ciò che è e ciò che fa famiglia. Così come scorgiamo gli effetti negativi della disgregazione sociale causata dalla polverizzazione delle relazioni famigliari comporta, dobbiamo anche riconoscere quanto le famiglie fanno di positivo e virtuoso ogni giorno per rimediare ai disagi, malesseri e patologie sociali.

A noi parrebbe saggio e fruttuoso riconoscere che la famiglia non è solo il luogo in cui possono essere coltivate e trasmesse le virtù personali, ma è anche e soprattutto il contesto naturale in cui le virtù personali diventano virtù sociali.

Se le virtù personali sono riferite alla persona come tale, e il loro centro è la coscienza individuale. Il loro fine è il perfezionamento della persona, la sua piena umanizzazione, le virtù sociali, invece, sono riferite alle relazioni fra le persone e in quanto tali possono generare un bene relazionale oppure un male relazionale.
Il loro fine è il miglioramento della vita sociale, che consiste nella produzione di beni relazionali, come il bene comune, la giustizia, la solidarietà, la sussidiarietà, la pace e la stessa famiglia.

In quest’ottica è facile considerare la famiglia come una risorsa, non solo per ogni individuo ma per la società stessa.


Fonti: P.Donati, Perché la famiglia? Le risposte della sociologia relazionale
M. S. Archer, La conversazione interiore. Come nasce l’agire sociale
P.Donati, La famiglia. Il genoma che fa vivere la società