martedì 18 ottobre 2016

Digital detox, la disintossicazione dal digitale

Che tutto quel che sa di tecnologico, a partire dagli smart phone, sia entrato con forza, per non dire invadenza, nelle vite di tutti, è cosa evidente e placidamente accettata. Che questo possa diventare un problema per alcuni è altrettanto verosimile. Vale allora la pena valutare se riprendersi quegli spazi di tempo, quell’attenzione carpita da piccoli o grandi schermi, per potersi dedicare liberamente ad altro, agli altri.

Il digital detox è quel processo di disintossicazione volontaria dal mondo digitale, per ripristinare un rapporto corretto con gli strumenti in questione, evitando eccessi e dipendenze.
Non si tratta di fare i nostalgici pretecnologici, di combattere contro il nuovo che avanza. Si tratta semmai di reimparare a usare la tecnologia in modo intelligente, di averne il controllo, anziché esserne succubi o schiavi, di deciderne con coscienza, bando allo spontaneismo, ritmi e tempi di fruizione.

Partiamo dal dato di fatto che siamo ormai abituati ad avere la connessione sempre, comunque e ovunque. È una priorità, un bisogno collocato tra i primari. Non ci concepiamo più senza smartphone, men che meno se dobbiamo uscire, e usiamo contemporaneamente senza requie tablet, pc, tv, radio.
Di fatto, il silenzio, il restare soli con sé stessi, non fa più parte del nostro modo di vivere. Con queste premesse, non può essere opportuna una disintossicazione?

Familyandmedia (www.familyandmedia.eu) ha individuato cinque regole per riconquistare la propria libertà:

 1. Valutare la propria situazione. La prima cosa da fare è capire a quale livello di dipendenza ci si trova. Si può contare ad esempio quante volte al giorno si prende in mano lo smartphone, quante volte ci si connette sui social o quanto tempo si passa su tablet o pc. Fare il punto della situazione, con un punteggio da 1 a 10 sul proprio stato di reale dipendenza.

2. Fissare dei paletti. Se è necessario, ridimensionare il proprio consumo digitale, è bene autoimporsi determinati limiti. È come costruire un recinto, una distanza, anche fisica e non solo mentale, tra sé stessi e gli strumenti. Ad esempio, niente cellulare dopo le 22, spegnerlo per la notte o non averlo accanto a sé duranti i pasti. Oppure imporsi di non vedere la televisione e navigare contemporaneamente con il tablet. La separazione fisica dai device ci abituerà a una sempre minore dipendenza.

3. Stabilire delle “No digital zone”. Individuare delle zone franche in casa dove la tecnologia non è ammessa. Ad esempio la camera da letto e il bagno. O a tavola, in cucina. La convivialità durante i pasti ad esempio è uno dei momenti in famiglia che più di tutti andrebbe salvaguardato. In questo modo riuscirete a ridurre gradualmente e senza traumi, il consumo digitale. Questa regola vale anche quando si è fuori casa. Ad esempio, cercate di sfruttare il weekend o le vacanze per staccarsi da smartphone e tablet. Non cercare le wi-fi zone e potendo, disabilitare internet dal cellulare quando non serve.

4. Imparare a resistere alle tentazioni. È vero, resistere alla tentazione di prendere in mano lo smartphone per digitare compulsivamente lo screen è difficile, soprattutto le prime volte. Ma vale la pena tenere duro, pensando che ci sono tante buone alternative. Ci si può aiutare chiudendo lo smartphone a chiave da qualche parte.

5. Disattivare le notifiche. Questa ultima regola è una delle più importanti. Imparare a disattivare le notifiche delle email, delle app e dei vari social network a cui si è iscritti. In questo modo si riduce drasticamente l’ansia di andare a verificare ogni tot minuti se è arrivato un nuovo messaggio di avviso. L’aspettativa per messaggi e notifiche crea un continuo stato di ansietà, oltre che ridurre la capacità di concentrazione.


Imparare ad essere liberi dalla tecnocrazia e soprattutto insegnarlo alle nuove generazioni, può essere importante. Possiamo chiederci, come ha fatto Crepet nel suo ultimo libro Baciami senza rete, che ne sarà un domani della capacità dei bambini di oggi di usare i sensi e di comunicare, quali cambiamenti ci saranno nelle loro relazioni sociali?

2 commenti:

Rosa Samassa ha detto...

Copio questa opinione di Galimberti che casca a fagiuolo, come si suol dire.
L'analfabetismo emotivo....DRAMMATICO!

"Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza.

I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati. Questi ragazzi bisogna educarli al sentimento per evitare l’analfabetismo emotivo: la base emotiva è fondamentale per distinguere tra bene e male, tra cosa è grave e cosa non lo è. E bisogna farli parlare in classe. Il linguaggio si è impoverito. Si stima che un ginnasiale, nel 1976, conoscesse 1600 parole, oggi non più di 500. Numeri che si legano alla diminuzione del pensiero, perché non si può pensare al di là delle parole che conosciamo. E la scuola è il luogo dove riattivare il pensiero." (...)

Umberto Galimberti

Coniugi Baratella ha detto...

Grazie di questo compendio! E in ballo non c'è solo l'analfabetismo emotivo, ma anche il regresso sensoriale e l'appiattimento cognitivo delle nuove generazioni. Non parliamo poi delle app, che sono concepite per generare dipendenza rispetto al loro uso. Un esempio? WhatsApp.

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