lunedì 19 settembre 2016

Progetti educativi e genitorialità liquida

Ci sta a cuore la questione legata all’emergenza educativa e pedagogica , forse perché dove e quando manca un progetto educativo dentro la famiglia le conseguenze negative su bambini e ragazzi sono sotto gli occhi di tutti. A suonare campanelli d'allarme sono maestri e insegnanti, che faticano ad interagire serenamente con gli alunni, ma anche gli stessi genitori, che si dichiarano spesso impotenti e incapaci di gestire il rapporto e le difficoltà dei propri figli.

Quando parliamo di progetto educativo non ci riferiamo tanto alle modalità di apprendimento all’interno dei contesti scolastici. Stiamo piuttosto pensando alla volontà  di trasmettere ai figli un sistema di valori- e conseguenti modelli di comportamento - ritenuti importanti per la crescita, lo sviluppo armonioso e la loro indipendenza, per far sì che diventino domani cittadini del mondo, non solo in grado di fronteggiarlo, ma possibilmente di abitarvi migliorandolo.

Gli esperti affermano che nella genitorialità e coniugalità liquide si alternano ricerca di spensieratezza e fragilità, scelte emotive e precarietà, assenza di disciplina e instabilità affettiva e che queste oscillazioni influiscono sul benessere o malessere della coppia e conseguentemente del bambino.

Sempre gli esperti denunciano ormai da anni un’emergenza educativa legata all’ assenza di valori, rappresentata da alte soglie di trasgressività nei giovani, e vien da chiedersi: da dove iniziare per sostenere le famiglie in questa particolare difficoltà? A quali cause risalire?

Se ragioniamo in termini di bisogni dei figli, non si può non riconoscere che i genitori sono generalmente solleciti e attenti a tutti i bisogni fisici e materiali del bambino, fin dalla tenerissima età. Anca massa, direbbe la nostra anziana vicina di casa.
Anche i bisogni di sicurezza, stabilità e affetto vengono garantiti laddove la famiglia riesce – pur tra tante difficoltà – a restare unita.

Ma esiste un altro bisogno esistenziale, che ci pare venga diffusamente ignorato. Non ha natura materiale, né psicologica. È quel bisogno che potremmo definire spirituale. Agostino d’Ippona lo riassumeva con queste poche parole: “Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.  
Impartire un’educazione ancorata anche al valore della fede, oltre a quelli della bellezza, del rispetto degli altri, ecc., può aiutare il bambino a crescere con una serenità interiore che viene dal sapere che esiste Qualcuno, che è onnipotente, che l’ha pensato e amato da sempre, che lo custodisce nel pericolo, lo aiuta nel bisogno, lo accompagna nel cammino e lo aspetta al termine della vita in Cielo per far festa. Il bambino percepisce così che non dipende tutto e solo dai genitori, o peggio, da lui.

I bambini che crescono in un contesto familiare che contempla la dimensione della fede restano egualmente vivaci e a volte tremendi, come dice sempre la nostra vicina, ma si rivelano anche liberi da quelle ansie, paure e irrequietezze, che caratterizzano molti loro coetanei privati di questo riferimento. Certo, l’apertura al trascendente non è l’unica risposta al problema educativo. Ma è una risposta. Anzi, è una sfida, un’opportunità.
Allora magari un primo passo verso un’inversione di tendenza può essere quello di recuperare uno sguardo sulla vita che non sia unicamente orizzontale, ma che sappia anche verticalizzarsi. Occuparsi sì pienamente dell’umano, ma guardando verso il Cielo, avendo chiaro e insegnando ai figli che non siamo soli in questo mondo.

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