domenica 28 agosto 2016

La forza di un abbraccio

Quando scaturisce dall’affetto e lo comunica, l’abbraccio riveste una straordinaria forza terapeutica, come un balsamo di guarigione, in grado di lenire le ferite e liberare dalla solitudine. Questo vale per la generalità delle persone, ma assume un significato particolare quando è vissuto all’interno della coppia e in famiglia, tra genitori e figli.

L’abbraccio appartiene all’identità relazionale della persona e assume una molteplice funzione simbolica: è gesto d’incontro e di comunicazione, d’identità e di mutuo riconoscimento, di riconciliazione e d’impegno comune.

Dice la disponibilità a entrare in relazione con l’altro ed è il contrario di ogni forma di narcisismo, inteso come io chiuso su di sé e imprigionato dal suo ego, al punto da diventare incapace di relazioni reali e positive con l’alterità, di qualunque tipo essa sia.

Purtroppo il mondo occidentale è abbastanza disattento di fronte a questo gesto e vive una sorta di anestesia collettiva. Prevale l’idea della morbosità o del pericolo quando si sfiora il viso di una persona amica o la si stringe a sé. Ora, se è vero che ogni gesto affettivo può presupporre una forma di erotismo, questo non significa che l’abbraccio non possa rappresentare un atto incondizionato, libero e liberante. Tutto dipende dalla verità del cuore e dalla maturità di coloro che lo vivono.

Abbiamo bisogno di riscoprire il senso profondamente relazionale del contatto fisico e tattile, per bilanciare la tendenza della nuova umanità mediale di adottare forme di comunicazione digitale che rischiano di far perdere il senso stesso del toccare e del sentire. Molti studi dimostrano come, fin dall’infanzia, il contatto corporeo con gli altri è fonte di benessere, sicurezza, calore, e predispone a esperienze sempre nuove opponendosi alla concezione del prossimo come un pericolo da cui guardarsi, un ostacolo o addirittura un nemico. L’abbraccio, invece, esprime un approccio personale che vede l’altro non come un avversario da cui difendersi ma come un dono, una ricchezza da incontrare e da svelare.

La riscoperta del significato dell’abbraccio è essenziale in particolare per gli sposi, specialmente per quei coniugi che si trovano in situazioni di sofferenza affettiva a motivo di crisi, tradimenti o perdita del desiderio.

L’abbraccio ha anche un’importante funzione antistress, che rappresenta oggi il grande nemico della famiglia perché mette in crisi la relazione di coppia rendendo nervosi e irritabili, inducendo a presenze-assenze con i figli e persino a disturbi di personalità nei suoi componenti.
L’unità di misura dello stress, a livello ormonale, è data dal grado di cortisolo presente nell’organismo, che normalmente è bilanciato dai cosiddetti ormoni antistress, il testosterone e l’ossitocina.

Quando un marito abbraccia la moglie con tenerezza e la moglie risponde con eguali attitudini, la produzione di testosterone e ossitocina è molto alta in entrambi, operando come una sorta di ricarica antistress, alimentando e rigenerando anche la loro relazione nuziale.  E quando un genitore prende in braccio un figlio e lo stringe a sé, lo consola o gioca, produce effetti positivi in lui, aiutandolo a crescere in modo sereno.

L’abbraccio, insomma, ha la capacità di rafforzare e rigenerare i legami affettivi, il senso di appartenenza, di benessere e di autostima. Uno studio compiuto a Los Angeles mette inevidenza come l’abbraccio non solo rafforzi il sistema immunitario e lenisca le situazioni di malessere o di panico, ma porti effetti positivi in generale.
Non è un’esagerazione ritenere che tutti hanno bisogno di almeno quattro abbracci al giorno per il mantenimento del benessere psicofisico, e per incrementarlo.
Scegliendo di valorizzare l’abbraccio possiamo rinnovare la cultura in cui viviamo che, così come sembra aver dimenticato la purezza dello sguardo, ha smarrito anche l’innocenza del contatto fisico. Vi è in questo senso un vasto terreno da recuperare.

(Fonte: Abbracciami, Carlo Rocchetta, EDB)

martedì 9 agosto 2016

Le statue di sale

Nei rapporti di lunga data, quelli consolidati come i legami familiari o amicali, può accadere di costruire dentro di noi una certa immagine delle persone che conosciamo da tempo. Possiamo così arrivare ad allestire in noi una sorta di galleria di opere d’arte, che ritraggono queste persone. Ne siamo noi gli autori. Per sua natura un quadro, o una statua come è, così resta.

È facile intuire che questa operazione interiore, per lo più inconsapevole, può indurci in errore, specie nel momento in cui il “soggetto ritratto” ci fa un torto. Se conserviamo di lui un’immagine fissa, se ne facciamo cioè una statua di sale, tenderemo a interpretare le sue azioni aprioristicamente, credendo di sapere già cosa lo ha spinto ad agire, cosa pensa, perché si è comportato così.

Tra marito e moglie o nel rapporto con i figli ciò non è infrequente, ma vale la pena tentare di invertire questa tendenza. Per varie ragioni. Non possiamo mai dire di conoscere una persona fino in fondo, neanche dopo decenni di stretta vicinanza, anche perché ciascuno è sempre, costantemente persona in divenire.

Abbattere le statue di sale significa allora essere disposti a scorgere e riconoscere in chi ci è a fianco nuovi fazzoletti di innocenza, nuovi spazi di bene, avendo la consapevolezza che nulla è scontato nelle nostre relazioni, nulla è statico o facilmente prevedibile.