venerdì 18 marzo 2016

Da cosa dipende la felicità?

L’Onu ha promosso la Giornata Mondiale della Felicità, fissata per il 20 marzo, con l’obiettivo di costruire nuovi indicatori di benessere che orientino le scelte di politica economica e sociale per una promozione integrale della persona. Un rapporto stilato da economisti, psicologi ed esperti di statistiche a livello mondiale indica la Danimarca come il Paese più felice, mentre il Burundi è l’ultimo, l’Italia è al 50-esimo posto.

Dalla ricerca – che non si basa tanto sul Pil o su indicatori come l’ambiente o la qualità dei servizi, ma sulla percezione del benessere psicologico-sociale - emerge che nei Paesi più ricchi si dedichi meno tempo alle relazioni umane, con effetti negativi sulla felicità individuale: questi Stati sono superati da diversi Paesi africani per questo motivo. I beni relazionali insomma sono più preziosi per la felicità umana che non il livello del reddito.

Le persone felici, poi, contribuiscono maggiormente allo sviluppo di un Paese, perché coloro che coltivano rapporti positivi, che hanno una vita relazionale sana, lavorano meglio, sono più “produttivi”. Basti pensare che quando si soffre nei luoghi di lavoro per i conflitti relazionali, spesso si lavora male. Ecco perché allora investire sulla qualità dei rapporti sociali, fare in modo che la gente stia più insieme e non si isoli nelle proprie “tombe tecnologiche”, che ci sia più incontro, più comunità, è un messaggio che emerge forte anche da questo tipo di studi sulla felicità.

Ma è possibile misurare e quantificare la felicità? Pare di sì, è sufficiente chiedere di rispondere da 1 a 10 a domande del tipo: “Bene, hai reddito, hai servizi pubblici, hai un certo tipo di ambiente circostante, ma tu come stai? Sei contento?”

A questa domanda fondamentale hanno lavorato anche Premi Nobel in economia, per i quali è importante capire da cosa dipende il benessere delle persone, e specularmente il loro malessere, quanto pesa il lavoro, 0 quanto pesa, ad esempio, un evento come il divorzio, un lutto, una malattia. E’ interessante scoprire che una separazione, in termini di felicità, pesa quanto una diminuzione di reddito tra i 100 e 200 mila euro.

La gente, in pratica, attribuisce un valore enorme ai rapporti sociali, soprattutto quando vengono meno. Dalla ricerca è emerso pure che la depressione è la fonte principale di malessere nel mondo.
Sarebbero allora auspicabili investimenti per la prevenzione da un lato e la promozione di beni relazionali dall’altro, piuttosto per l’apertura di nuovi centri commerciali o sale slot, che con la felicità non hanno nulla a che fare.

2 commenti:

Rosa Samassa ha detto...

Perchè non inserire tra gli indici misuratori di felicità (=benessere a tutto tondo) non si considera pure la quantità di malattie/patologie/disturbi vari che, ormai è risaputo, sono intimamente legati a questo? Ne risulterebbe un quadro disarmante, visto che pare che il 75% delle persone che si rivolgono a una struttura ospedaliera è perchè soffronodo di una qualche patologia di tipo cronico-degenerativo!

Coniugi Baratella ha detto...

In effetti hai ragione. Se abbiam ben capito la ricerca si è incentrata sui beni relazionali. Una persona malata che gode però di una rete affettiva attorno a sé che le consente di affrontare il decorso non in solitudine, potrebbe comunque dirsi felice. Una persona sana sola è verosimilmente più infelice della prima.

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