lunedì 8 febbraio 2016

La famiglia è diventata superflua o è ancora una risorsa?

A sentire gli attuali dibattiti, sembra che l’evoluzione della società comporti la necessità del superamento della famiglia nucleare (tradizionale), ormai troppo limitativa per le opportunità di vita che si aprono agli individui. La famiglia nucleare normo-costituita (ovvero quella forma sociale ordinata sul matrimonio fra un uomo e una donna e sulla stabilità delle loro relazioni orientate alla procreazione ed educazione dei figli attraverso la complementarietà e reciprocità fra i sessi) sembra non essere più valida, né sostenibile, né desiderabile, sembra solo il retaggio di un passato ormai remoto.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono basate sull’idea che la famiglia sia stata una necessità imposta agli individui da una società arretrata, concetto ribadito sempre più frequentemente dai media che ci ricordano a ogni piè sospinto che l’Italia è il fanalino di coda nell’Unione europea in merito al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali

In questo punto di vista non trova spazio la famiglia come risorsa - sia per le relazioni interpersonali al suo interno, che per i rapporti con l’esterno - ma viene assunta una visione antropologica secondo la quale gli esseri umani fanno famiglia per motivi utilitaristici, rendendola un luogo dominato dagli egoismi e dalle prevaricazioni anziché essere il momento in cui nasce la società civile, come ha dimostrato l’antropologo Claude Lévi-Strauss.

Alla base di tutto c’è la credenza che l’individuo possa espandersi e fiorire solo se può liberarsi dagli impegni e dalle responsabilità verso i legami familiari.

Sostenere che la famiglia non sia una risorsa ma solo un vincolo costrittivo significa ignorare i bisogni psicologici, affettivi, emozionali, simbolici delle persone. Si tratta di un punto di vista deterministico, materialistico, evoluzionistico, che si è diffuso con i processi di modernizzazione, e che oggi incontra una crisi però profonda, visti gli effetti negativi che produce proprio nell’esistenza reale delle persone.

Ma cosa possiamo rispondere a chi dice che l’uomo oggi non ha più bisogno, né si aspetta, di fidanzarsi e poi di sposarsi quando è giovane, di avere bambini, e di stare insieme al coniuge finché vive? E a chi ipotizza la deistituzionalizzazione dell’amore di coppia a favore delle cosiddette famiglie di scelta (families of choice), tra le tante: vivere da soli, essere genitori da soli, convivere con un partner dello stesso sesso, o vivere assieme stando ciascuno per conto proprio?

Queste scelte si vorrebbero far ritenere ugualmente valide rispetto alla famiglia tradizionale, partendo dal presupposto che nella società non si possono certo contrastare le tendenze evoluzionistiche, perché si suppone che siano migliorative in quanto tali, dimenticando che siamo entrati in un’epoca in cui ciò che viene dopo non è più necessariamente migliore di quello che c’era prima, e proprio sulle tematiche familiari si verifica il fallimento dell’ideologia del progresso che è stata tipica della modernità.

Se è vero che la famiglia normo-costituita non è più di moda, d’altra parte le nuove prerogative di fatto non portano ad un maggior senso di felicità e soddisfazione, anzi accade il contrario. Qualche dato.

Indagini sociologiche condotte in Francia mostrano che le coppie di fatto presentano un’instabilità e una fragilità maggiori delle coppie sposate (6 volte più fragili se sono senza figli, 2 volte più fragili se hanno figli).  Le persone sposate subiscono inoltre meno violenze dal partner e la qualità di relazione di coppia e il livello di soddisfazione dei partner è in media più alto nelle persone sposate che in quelle che non lo sono.

Il valore aggiunto del matrimonio si constata, oltreché dalla sua mancanza, anche dalla sua rottura, cioè dagli effetti del divorzio, che annulla le risorse positive che il matrimonio offre in quanto bene relazionale. Infatti, le ricerche empiriche dimostrano che:

  • Il divorzio è un evento generalmente negativo, soprattutto per la donna, perché determina una condizione di povertà in quanto vengono meno i benefici di una gestione comunitaria delle risorse familiari;
  • Per i figli dei divorziati le ricadute negative sono di ordine economico e psicologico con effetti di lungo periodo sulla loro vita: anche dopo anni il 25% continua a presentare problemi psicologici, scolastici e sociali; in Francia i figli di genitori separati costituiscono il 90% dei collegiali, l’80% dei ricoverati in psichiatria, e il 50% dei tossicomani;
  • Altro aspetto è la separazione dei figli dal padre, che dopo pochi anni diventa completamente assente; negli USA, (www.stateofourunions.org), risulta che i figli cresciuti senza la presenza paterna costituiscono il 69% delle vittime di abusi sessuali nelle famiglie ricomposte, il 90% dei senza fissa dimora, il 72% degli adolescenti omicidi, il 63% dei giovani suicidi, il 60% degli stupratori, l’85% dei giovani carcerati; in breve, i figli cresciuti senza figura paterna presentano un rischio di comportamenti devianti  che è più del doppio rispetto ai figli che crescono insieme ai due genitori.

Dagli studi psicologici sui figli di genitori separati risultano indici elevati di narcisismo, mancanza di senso del limite, depressione, ansia, scarsa autostima, passività, mancanza di progettualità, dipendenza da TV, internet, consumo di alcool e droga, aggressività e violenza.

In sostanza, forse si può dire che la famiglia è certamente un vincolo e comporta delle responsabilità che possono diventare impegnative per le persone e per la società. Tuttavia, se guardiamo la famiglia dal punto di vista delle esigenze esistenziali delle persone e dell’efficacia delle istituzioni sociali, la bilancia pende dalla parte della famiglia come risorsa.

Come farebbero gli individui a vivere una vita "buona" senza la famiglia o con una famiglia concepita come mera convivenza che perdura soltanto fino a quando è fonte di piacere e autorealizzazione individuale? Può esistere una famiglia in cui le relazioni siano continuamente messe in discussione fra individui che cercano solo il proprio compimento individuale?
La risposta è senza dubbio negativa.

(Fonte: Pierpaolo Donati (a cura di), Famiglia risorsa della società, Il Mulino)