venerdì 22 gennaio 2016

L'adultescenza

Fin dagli anni Ottanta il fenomeno dei  kid-adults è stato oggetto di studi negli USA. Con questo acronimo si connotavano quelle persone che, pur avendo biologicamente un’età adulta, manifestavano una personalità e un’identità dai tratti adolescenziali. Lo psicologo Dan Kiley è stato il primo a parlare di “Sindrome di Peter Pan”, tracciando le caratteristiche psicologiche, antropologiche e sociologiche degli adultescenti (neologismo corrispondente). In trent’anni, questa realtà sociale è divenuta un fenomeno tale da meritare attenzione e ascolto anche in Italia.

 L’adultescente è colui che conserva idee, atteggiamenti, abbigliamento, comportamenti tipici dell’età giovanile e addirittura adolescenziale. Che male c’è? Potrebbe dire qualcuno.
La soglia di criticità si manifesta, di fatto, quando queste personalità si confrontano con le responsabilità derivanti dall’essere partner, o ancor più, genitori: spesso emerge l’incapacità di instaurare rapporti maturi, duraturi, nonchè di esercitare il ruolo di educatori e di guide per i figli.

Secondo l’antropologo Van Gennep, adultescente è colui che non ha mai vissuto la transazione all’età adulta, essendo venuti meno quei riti di passaggio (senza ritorno), storicamente presenti in tutte le culture, pur se con modalità diverse. Quei passaggi, fino a ieri considerati naturali (nascita, pubertà, formazione della famiglia e morte), oggi non hanno più il carattere della definitività (con l'ovvia eccezione dell'ultimo); le scelte corrispondenti alle diverse fasi della vita sono divenute fluide, liquide, non più percepite come strettamente vincolanti.

Anche l’adultescente che compie il passo della formazione di una nuova famiglia, mantiene spesso un legame di dipendenza con la famiglia di origine, che - anziché essere una presenza di supporto – si rivela un impedimento e un ostacolo alla necessaria autonomia del nuovo nucleo familiare. Di fatto, in non pochi casi, il figlio, non appena attraversa una qualche crisi, non esita a tornare a casa dai genitori.

L'adultescenza è oggi anche un fiorente businnes. Pensiamo alla moda “adultescente” destinata, indifferentemente, a bambini, adolescenti, e adulti, a tutte quelle forme di intrattenimento trasversale, comuni alle diverse le fasce di età (attività ludiche, videogiochi); persino la produzione musicale, cinematografica, televisiva va nella stessa direzione, giacchè è volta a perpetuare una fase della vita che dovrebbe durare solo qualche anno.

La vita di coppia degli adultescenti è caratterizzata da una forte emotività che scivola nell’instabilità, dalla drammatizzazione e teatralizzazione dei problemi quotidiani, dall’esibizione narcisistica dei sentimenti (sui social network). Se diventano madri e padri, gli adultescenti faticano ad allearsi con l’altro genitore in vista del bene del figlio, tanto da essere figure di riferimento deboli e remissive, che trasmettono insicurezza più che solidità. 

L’approccio narcisistico esteso ad ogni genere di rapporto, impedisce una vera crescita e maturità umane, intese anche come capacità di pensare prima all’altro che a se stessi, per cui – ad esempio – non si valutano le conseguenze delle proprie scelte sulla vita degli altri, ma ci si concentra sul proprio benessere, appagamento e gratificazione. Quando l’altro non assolve più questo compito rischia di essere cancellato dall'orizzonte relazionale, senza rimorso alcuno.

Che fare allora? Può essere importante promuovere e sostenere, in chi ci sta attorno, quelle scelte che parlano di maturità, di adultità piena, e testimoniare semplicemente che ogni fase della vita ha la sua bellezza, la sua dignità, il suo valore, senza paura, senza volgere nostalgicamente lo sguardo alla giovinezza passata, che – in quanto tale – non può perpetuarsi all'infinito.

giovedì 7 gennaio 2016

Andrea, primo in cordata

È dono grande poter condividere un pezzo di strada con chi si stima e si ama, con chi si sente vero fratello, prescindendo dai vincoli di sangue. È dono grande poter camminare da fratelli insieme, vale a dire crescere progressivamente e fianco a fianco, come sposi, come padri e madri, come figli di Dio e della sua Chiesa.

Quando poi si è parte di una stessa realtà ecclesiale, come una comunità, ad esempio, questa prossimità è ancor più stretta, il dono è ancor più grande. 

Esser parte di una Comunità vuol dire camminare nella vita come in una cordata, in cui abbiamo in comune il percorso, la fatica, ma anche le gioie per le tappe raggiunte. Soprattutto, abbiamo in comune la meta, ove tutti ci ritroveremo, per gustare la gioia senza fine.

Sei giunto per primo, caro fratello Andrea, ci hai preceduti. Sappiamo che lì ci attendi. Proseguiremo nel cammino continuando a contemplare nel cuore la tua gioia di vivere, la tua forza, la tua sapienza, il tuo amore a Dio e alla Chiesa, la tua profonda comprensione del mistero sponsale.

Sarà il nostro tesoro, la nostra spinta nei momenti di fatica, il nostro canto.

A presto, Andrea, fratello molto amato.