martedì 29 novembre 2016

Il regalo più prezioso

Natale, si sa, è da sempre sinonimo di dono, sia per i credenti, che per i consumatori indomiti. E in questi giorni - pur non sottraendoci alla preparazione del rito dei pacchetti e dei lauti convivi - ci stiamo chiedendo, seriamente, quale possa essere il regalo più prezioso in assoluto, da fare e da ricevere.

La risposta che ci è venuta in mente può forse risultare insolita a qualcuno.

Ci pare che mai come oggi, per molti piccoli, ma pure per molti adulti, il regalo più ambito sarebbe quello di avere intorno a sé la propria famiglia, possibilmente unita. Chi ne ha una, anche se mai perfetta, può, a pieno titolo, prendere coscienza del grande dono di cui può godere, del potenziale di gioia che ha in dotazione, nella misura in cui tende al bene di tutti i componenti.

Certo, la famiglia non è sempre sinonimo di felicità, lo sanno bene coloro che vivono le fatiche della quotidianità, le preoccupazioni per la salute di un componente, per il lavoro incerto, per quel figlio che sembra non ascoltare, per le distanze che a volte si percepiscono pur vivendo a stretto contatto.

Eppure... Eppure il bene, che potremmo definire relazionale, che la famiglia può apportare nella vita di ognuno resta ineguagliabile, insostituibile, infinitamente maggiore di qualsiasi altra realtà concepibile. Quel che vi si sperimenta e quel che riempie l’esistenza grazie ad essa, vale sempre molto più di quel che costa e implica in termini di fatica.

Lo sa bene chi l’ha persa o se la ritrova disgregata. Lo sanno le tante le madri e i tanti padri soli, provati dalla sofferenza, che possono godere della presenza dei figli solo a intermittenza. Lo sanno coloro che non sanno più recuperare altrove la pienezza di quei piccoli, semplici momenti di gioia che l’unità familiare regalava. E possiamo immaginarli, i sentimenti dei loro bambini.

Abbiamo tutti davanti e dentro la pena di questi uomini e queste donne, e dei loro figli, che non smettono di sperare, anche di fronte all’evidenza dell’impossibilità, che mamma e papà tornino insieme.

L'unità familiare è davvero un tesoro prezioso, e come tale va custodito da tutto ciò che potrebbe sciuparlo o infrangerlo. Ecco allora l’augurio che facciamo per questo Natale: che tutti possano godere del dono grande della famiglia, e, ove possibile, del calore della famiglia unita.



AUGURI A CIASCUNO!

martedì 18 ottobre 2016

Digital detox, la disintossicazione dal digitale

Che tutto quel che sa di tecnologico, a partire dagli smart phone, sia entrato con forza, per non dire invadenza, nelle vite di tutti, è cosa evidente e placidamente accettata. Che questo possa diventare un problema per alcuni è altrettanto verosimile. Vale allora la pena valutare se riprendersi quegli spazi di tempo, quell’attenzione carpita da piccoli o grandi schermi, per potersi dedicare liberamente ad altro, agli altri.

Il digital detox è quel processo di disintossicazione volontaria dal mondo digitale, per ripristinare un rapporto corretto con gli strumenti in questione, evitando eccessi e dipendenze.
Non si tratta di fare i nostalgici pretecnologici, di combattere contro il nuovo che avanza. Si tratta semmai di reimparare a usare la tecnologia in modo intelligente, di averne il controllo, anziché esserne succubi o schiavi, di deciderne con coscienza, bando allo spontaneismo, ritmi e tempi di fruizione.

Partiamo dal dato di fatto che siamo ormai abituati ad avere la connessione sempre, comunque e ovunque. È una priorità, un bisogno collocato tra i primari. Non ci concepiamo più senza smartphone, men che meno se dobbiamo uscire, e usiamo contemporaneamente senza requie tablet, pc, tv, radio.
Di fatto, il silenzio, il restare soli con sé stessi, non fa più parte del nostro modo di vivere. Con queste premesse, non può essere opportuna una disintossicazione?

Familyandmedia (www.familyandmedia.eu) ha individuato cinque regole per riconquistare la propria libertà:

 1. Valutare la propria situazione. La prima cosa da fare è capire a quale livello di dipendenza ci si trova. Si può contare ad esempio quante volte al giorno si prende in mano lo smartphone, quante volte ci si connette sui social o quanto tempo si passa su tablet o pc. Fare il punto della situazione, con un punteggio da 1 a 10 sul proprio stato di reale dipendenza.

2. Fissare dei paletti. Se è necessario, ridimensionare il proprio consumo digitale, è bene autoimporsi determinati limiti. È come costruire un recinto, una distanza, anche fisica e non solo mentale, tra sé stessi e gli strumenti. Ad esempio, niente cellulare dopo le 22, spegnerlo per la notte o non averlo accanto a sé duranti i pasti. Oppure imporsi di non vedere la televisione e navigare contemporaneamente con il tablet. La separazione fisica dai device ci abituerà a una sempre minore dipendenza.

3. Stabilire delle “No digital zone”. Individuare delle zone franche in casa dove la tecnologia non è ammessa. Ad esempio la camera da letto e il bagno. O a tavola, in cucina. La convivialità durante i pasti ad esempio è uno dei momenti in famiglia che più di tutti andrebbe salvaguardato. In questo modo riuscirete a ridurre gradualmente e senza traumi, il consumo digitale. Questa regola vale anche quando si è fuori casa. Ad esempio, cercate di sfruttare il weekend o le vacanze per staccarsi da smartphone e tablet. Non cercare le wi-fi zone e potendo, disabilitare internet dal cellulare quando non serve.

4. Imparare a resistere alle tentazioni. È vero, resistere alla tentazione di prendere in mano lo smartphone per digitare compulsivamente lo screen è difficile, soprattutto le prime volte. Ma vale la pena tenere duro, pensando che ci sono tante buone alternative. Ci si può aiutare chiudendo lo smartphone a chiave da qualche parte.

5. Disattivare le notifiche. Questa ultima regola è una delle più importanti. Imparare a disattivare le notifiche delle email, delle app e dei vari social network a cui si è iscritti. In questo modo si riduce drasticamente l’ansia di andare a verificare ogni tot minuti se è arrivato un nuovo messaggio di avviso. L’aspettativa per messaggi e notifiche crea un continuo stato di ansietà, oltre che ridurre la capacità di concentrazione.


Imparare ad essere liberi dalla tecnocrazia e soprattutto insegnarlo alle nuove generazioni, può essere importante. Possiamo chiederci, come ha fatto Crepet nel suo ultimo libro Baciami senza rete, che ne sarà un domani della capacità dei bambini di oggi di usare i sensi e di comunicare, quali cambiamenti ci saranno nelle loro relazioni sociali?

lunedì 19 settembre 2016

Progetti educativi e genitorialità liquida

Ci sta a cuore la questione legata all’emergenza educativa e pedagogica , forse perché dove e quando manca un progetto educativo dentro la famiglia le conseguenze negative su bambini e ragazzi sono sotto gli occhi di tutti. A suonare campanelli d'allarme sono maestri e insegnanti, che faticano ad interagire serenamente con gli alunni, ma anche gli stessi genitori, che si dichiarano spesso impotenti e incapaci di gestire il rapporto e le difficoltà dei propri figli.

Quando parliamo di progetto educativo non ci riferiamo tanto alle modalità di apprendimento all’interno dei contesti scolastici. Stiamo piuttosto pensando alla volontà  di trasmettere ai figli un sistema di valori- e conseguenti modelli di comportamento - ritenuti importanti per la crescita, lo sviluppo armonioso e la loro indipendenza, per far sì che diventino domani cittadini del mondo, non solo in grado di fronteggiarlo, ma possibilmente di abitarvi migliorandolo.

Gli esperti affermano che nella genitorialità e coniugalità liquide si alternano ricerca di spensieratezza e fragilità, scelte emotive e precarietà, assenza di disciplina e instabilità affettiva e che queste oscillazioni influiscono sul benessere o malessere della coppia e conseguentemente del bambino.

Sempre gli esperti denunciano ormai da anni un’emergenza educativa legata all’ assenza di valori, rappresentata da alte soglie di trasgressività nei giovani, e vien da chiedersi: da dove iniziare per sostenere le famiglie in questa particolare difficoltà? A quali cause risalire?

Se ragioniamo in termini di bisogni dei figli, non si può non riconoscere che i genitori sono generalmente solleciti e attenti a tutti i bisogni fisici e materiali del bambino, fin dalla tenerissima età. Anca massa, direbbe la nostra anziana vicina di casa.
Anche i bisogni di sicurezza, stabilità e affetto vengono garantiti laddove la famiglia riesce – pur tra tante difficoltà – a restare unita.

Ma esiste un altro bisogno esistenziale, che ci pare venga diffusamente ignorato. Non ha natura materiale, né psicologica. È quel bisogno che potremmo definire spirituale. Agostino d’Ippona lo riassumeva con queste poche parole: “Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.  
Impartire un’educazione ancorata anche al valore della fede, oltre a quelli della bellezza, del rispetto degli altri, ecc., può aiutare il bambino a crescere con una serenità interiore che viene dal sapere che esiste Qualcuno, che è onnipotente, che l’ha pensato e amato da sempre, che lo custodisce nel pericolo, lo aiuta nel bisogno, lo accompagna nel cammino e lo aspetta al termine della vita in Cielo per far festa. Il bambino percepisce così che non dipende tutto e solo dai genitori, o peggio, da lui.

I bambini che crescono in un contesto familiare che contempla la dimensione della fede restano egualmente vivaci e a volte tremendi, come dice sempre la nostra vicina, ma si rivelano anche liberi da quelle ansie, paure e irrequietezze, che caratterizzano molti loro coetanei privati di questo riferimento. Certo, l’apertura al trascendente non è l’unica risposta al problema educativo. Ma è una risposta. Anzi, è una sfida, un’opportunità.
Allora magari un primo passo verso un’inversione di tendenza può essere quello di recuperare uno sguardo sulla vita che non sia unicamente orizzontale, ma che sappia anche verticalizzarsi. Occuparsi sì pienamente dell’umano, ma guardando verso il Cielo, avendo chiaro e insegnando ai figli che non siamo soli in questo mondo.

domenica 28 agosto 2016

La forza di un abbraccio

Quando scaturisce dall’affetto e lo comunica, l’abbraccio riveste una straordinaria forza terapeutica, come un balsamo di guarigione, in grado di lenire le ferite e liberare dalla solitudine. Questo vale per la generalità delle persone, ma assume un significato particolare quando è vissuto all’interno della coppia e in famiglia, tra genitori e figli.

L’abbraccio appartiene all’identità relazionale della persona e assume una molteplice funzione simbolica: è gesto d’incontro e di comunicazione, d’identità e di mutuo riconoscimento, di riconciliazione e d’impegno comune.

Dice la disponibilità a entrare in relazione con l’altro ed è il contrario di ogni forma di narcisismo, inteso come io chiuso su di sé e imprigionato dal suo ego, al punto da diventare incapace di relazioni reali e positive con l’alterità, di qualunque tipo essa sia.

Purtroppo il mondo occidentale è abbastanza disattento di fronte a questo gesto e vive una sorta di anestesia collettiva. Prevale l’idea della morbosità o del pericolo quando si sfiora il viso di una persona amica o la si stringe a sé. Ora, se è vero che ogni gesto affettivo può presupporre una forma di erotismo, questo non significa che l’abbraccio non possa rappresentare un atto incondizionato, libero e liberante. Tutto dipende dalla verità del cuore e dalla maturità di coloro che lo vivono.

Abbiamo bisogno di riscoprire il senso profondamente relazionale del contatto fisico e tattile, per bilanciare la tendenza della nuova umanità mediale di adottare forme di comunicazione digitale che rischiano di far perdere il senso stesso del toccare e del sentire. Molti studi dimostrano come, fin dall’infanzia, il contatto corporeo con gli altri è fonte di benessere, sicurezza, calore, e predispone a esperienze sempre nuove opponendosi alla concezione del prossimo come un pericolo da cui guardarsi, un ostacolo o addirittura un nemico. L’abbraccio, invece, esprime un approccio personale che vede l’altro non come un avversario da cui difendersi ma come un dono, una ricchezza da incontrare e da svelare.

La riscoperta del significato dell’abbraccio è essenziale in particolare per gli sposi, specialmente per quei coniugi che si trovano in situazioni di sofferenza affettiva a motivo di crisi, tradimenti o perdita del desiderio.

L’abbraccio ha anche un’importante funzione antistress, che rappresenta oggi il grande nemico della famiglia perché mette in crisi la relazione di coppia rendendo nervosi e irritabili, inducendo a presenze-assenze con i figli e persino a disturbi di personalità nei suoi componenti.
L’unità di misura dello stress, a livello ormonale, è data dal grado di cortisolo presente nell’organismo, che normalmente è bilanciato dai cosiddetti ormoni antistress, il testosterone e l’ossitocina.

Quando un marito abbraccia la moglie con tenerezza e la moglie risponde con eguali attitudini, la produzione di testosterone e ossitocina è molto alta in entrambi, operando come una sorta di ricarica antistress, alimentando e rigenerando anche la loro relazione nuziale.  E quando un genitore prende in braccio un figlio e lo stringe a sé, lo consola o gioca, produce effetti positivi in lui, aiutandolo a crescere in modo sereno.

L’abbraccio, insomma, ha la capacità di rafforzare e rigenerare i legami affettivi, il senso di appartenenza, di benessere e di autostima. Uno studio compiuto a Los Angeles mette inevidenza come l’abbraccio non solo rafforzi il sistema immunitario e lenisca le situazioni di malessere o di panico, ma porti effetti positivi in generale.
Non è un’esagerazione ritenere che tutti hanno bisogno di almeno quattro abbracci al giorno per il mantenimento del benessere psicofisico, e per incrementarlo.
Scegliendo di valorizzare l’abbraccio possiamo rinnovare la cultura in cui viviamo che, così come sembra aver dimenticato la purezza dello sguardo, ha smarrito anche l’innocenza del contatto fisico. Vi è in questo senso un vasto terreno da recuperare.

(Fonte: Abbracciami, Carlo Rocchetta, EDB)

martedì 9 agosto 2016

Le statue di sale

Nei rapporti di lunga data, quelli consolidati come i legami familiari o amicali, può accadere di costruire dentro di noi una certa immagine delle persone che conosciamo da tempo. Possiamo così arrivare ad allestire in noi una sorta di galleria di opere d’arte, che ritraggono queste persone. Ne siamo noi gli autori. Per sua natura un quadro, o una statua come è, così resta.

È facile intuire che questa operazione interiore, per lo più inconsapevole, può indurci in errore, specie nel momento in cui il “soggetto ritratto” ci fa un torto. Se conserviamo di lui un’immagine fissa, se ne facciamo cioè una statua di sale, tenderemo a interpretare le sue azioni aprioristicamente, credendo di sapere già cosa lo ha spinto ad agire, cosa pensa, perché si è comportato così.

Tra marito e moglie o nel rapporto con i figli ciò non è infrequente, ma vale la pena tentare di invertire questa tendenza. Per varie ragioni. Non possiamo mai dire di conoscere una persona fino in fondo, neanche dopo decenni di stretta vicinanza, anche perché ciascuno è sempre, costantemente persona in divenire.

Abbattere le statue di sale significa allora essere disposti a scorgere e riconoscere in chi ci è a fianco nuovi fazzoletti di innocenza, nuovi spazi di bene, avendo la consapevolezza che nulla è scontato nelle nostre relazioni, nulla è statico o facilmente prevedibile.

domenica 17 luglio 2016

L'autorità e il bene dei figli

L’esercizio dell’autorità in famiglia da molti è considerato anacronistico, quasi che il ruolo di guida inserito in un progetto educativo possa influenzare o condizionare ingiustamente la vita dei figli, ledendo la loro libertà. In effetti, non è infrequente sentire genitori domandare al figlio, anche piccolo, che cosa vuole che si faccia, che si mangi, dove desidera che si vada... Risultato: da un lato ci sono sempre più genitori in balìa di desideri, bizze e capricci di figli sempre più dispotici (che poi, una volta adolescenti, si ritrovano immersi in difficoltà di vario tipo legate soprattutto all’incapacità a gestire in solitudine una libertà pesante), dall’altro quegli stessi genitori prendono tristemente, tardivamente coscienza che le omissioni educative hanno creato voragini valoriali nel profondo dei loro ragazzi.

Così qualcuno parla di crisi dell’autorità familiare. A noi pare di cogliere un capovolgimento dell’autorità, perlomeno di quella familiare.
Certo, comprendiamo chi obietta che è più facile acconsentire, anche per quieto vivere, alle richieste dei figli per evitare di rendersi impopolari ai loro occhi. Così come è vero che non sempre è facile gestire assieme a loro la diversità tra i pari che una scelta controcorrente può generare: ricordiamo ancora, a distanza di anni, la scelta di negare il cellulare alle medie ai nostri figli. Eppure motivandola, argomentando, proponendo alternative per noi valide, attraenti e costruttive, la famiglia è sopravvissuta al quel diniego. Così come anche ad altri.

Hanno protestato? Ovviamente.
Li abbiamo messi in difficoltà davanti ai loro compagni? Forse.
Sono poi riusciti a superare quel momento? Senza dubbio, tant’è, nel tempo ci hanno ringraziato proprio per i no detti, li hanno interpretati come scelte d’amore nei loro confronti.
Ancora oggi, davanti a un bene maggiore per i nostri figli saremmo disposti a portare il peso della loro fatica o sofferenza legate ad una privazione.
Quanti genitori abbiamo visto piangere, per aver concesso ai propri figli qualcosa che poi si è rivelata fatale per la loro vita!
L’esercizio dell’autorità non è, a nostro parere, negazione della libertà del figlio. Agire con autorità non significa assumere rigidi comportamenti impositivi, di controllo e sanzionatori, ma orientare, motivando, le scelte dei figli a tutto ciò che è autentico bene per loro, a tutto ciò che può edificare il loro io interiore, la loro coscienza, che rappresentano le colonne portanti della loro vita futura. Anche se questo può costare il prezzo momentaneo dell’impopolarità.

giovedì 30 giugno 2016

La comunione è una scelta previa

Capita spesso, incontrando le giovani coppie, che ci venga posta la domanda: “Qual è il segreto per restare in comunione malgrado le diversità con cui ci scontriamo ogni giorno?”
Spesso il quesito sorge nel momento in cui si pensa che la comunione - interpretabile come quell’intima unione, in cui lo sguardo sull’altro è generalmente benevolo – sia frutto di una felice, magari anche ricercata concordanza di idee, gusti, sentimenti.

Se ciò corrispondesse al vero, le coppie non potrebbero che essere, e di fatto spesso lo sono, in costante balia degli umori, delle parole dette, dei sentimenti propri e dell’altro. La comunione, così concepita diventerebbe quasi una fatalità e sarebbe costantemente a rischio di trasformarsi in distanza o conflitto. Ovviamente una tale concezione avrebbe uguali conseguenze in rapporti amicali, tra genitori e figli, ecc.

Negli anni, proprio a suon di distanze e conflitti, ci pare di aver capito che la comunione può invece assumere il carattere della stabilità quando diventa una scelta. E una scelta previa. Quando cioè io decido a priori che voglio accogliere l’altro, a prescindere dallo status emotivo, psicologico in cui si trova in quel momento. Insomma decido di accoglierlo nella benevolenza, senza misurare e ponderare quanto mi risulta gradito. 

Normalmente, dopo tali argomentazioni la coppia di turno incalza: “Sì, ma se lui/lei dice o fa una cosa che non mi piace o mi dà fastidio?” Generalmente ci vien da dire che relativizzare aiuta. Raramente quella cosa detta o fatta, che a noi risulta ostica, è imprescindibile, di rilevanza vitale.
Si può andar oltre, con quell’intelligenza dell’amore a cui si può far ricorso.

Alzare lo sguardo, vedere anche tutto il resto che di buono l’altro ha ed è, oltre quella parola o gesto fastidioso. Tante volte i gesti e le parole sono frutto di stanchezza, paura, insicurezza… se l’altro è importante per noi, se è importante il rapporto che ci lega, non val forse la pena di accogliere nel silenzio e rispondere proprio con la nostra scelta previa di conservare – e in tal modo far crescere – quella comunione che, alla fine, si rivela la cosa più bella e importante da condividere?

domenica 5 giugno 2016

Diversità e intelligenza dell'amore

Non vogliamo addentrarci in dispute filosofico-antropologiche per stabilire se le diversità tra uomo e donna siano riconducibili alla natura umana o alla cultura del nostro tempo, non ne abbiamo bisogno. La vita ordinaria ce lo conferma ogni giorno e in ogni ambito: siamo inequivocabilmente diversi.
Del resto, fiumi di inchiostro e lacrime sono stati versati nel tempo confermando la realtà dell’alterità costitutiva tra uomo e donna.

Nella vita a due, ci pare che farsene una ragione aiuti a edificare la relazione su presupposti positivi: aiuta la donna a evitare frustrazioni cocenti derivanti dal tentativo di “piegare” l’uomo alle sue aspettative legate alla sensibilità, all’ascolto, al modo di comunicare… e l’elenco sarebbe ancora lungo, ma aiuta anche l’uomo, che continua ancora, dopo secoli, a considerare la donna una creatura enigmatica, che fa di tutto per “aggiustarlo” (lei direbbe: migliorarlo), pur sentendosi (lui) per nulla “rotto o guasto”. Lei vorrebbe essere soprattutto ascoltata con empatia, compresa. Lui vorrebbe essere soprattutto apprezzato, valorizzato. Eccetera. Verosimilmente sarà ancora così, nel tempo.
Sembra una banalità dire che nella vita di coppia è doveroso accettare, o meglio, accogliere e integrare, le diversità dell’altro. Forse è una banalità dire che questo processo altro non è che un cammino lungo, non semplice, che spinge a mettere in gioco umiltà, benevolenza, pazienza, lungimiranza.
Non ci sembra che il contesto culturale attuale favorisca questi cammini relazionali. Quanti rapporti naufragano per l’equivoco che queste differenze possano essere superficialmente livellate in un senso o nell’altro, o peggio che si possa fluttuare nell’identità uomo o donna, banalmente, indifferentemente.
Non stiamo parlando di interscambiabilità dei ruoli dentro la famiglia, spesso necessari, e non si tratta nemmeno di mettere in discussione il fatto che uomini e donne dovrebbero avere la stessa dignità, le stesse opportunità sociali, lavorative, di autorealizzazione.

Ci pare solo utile riconoscere il valore della consapevolezza della diversità ontologica, tra uomo e donna, del fatto che – una volta integrata – essa diventa per la coppia novità e ricchezza, perché mette in moto l’intelligenza dell’amore.

lunedì 9 maggio 2016

Matrimonio, sacramento, vocazione. Realtà davvero superate?

Mai come negli ultimi tempi si è sentito parlare di matrimonio, anche da parte di fonti diversamente autorevoli. Ed è curioso notare come non si faccia praticamente mai riferimento, nei dibattiti e nei servizi, al sacramento delle nozze. Meno che meno appare il riferimento a quella che comunemente definiamo vocazione al matrimonio.

Forse perché in tali casi bisognerebbe abbandonare la prospettiva meramente orizzontale, umana, per adottare quella verticale, che proietta la realtà della coppia in una dimensione di fede, secondo il pensiero e il progetto di Dio?
Per le fonti suddette, probabilmente, unirsi col sacramento delle nozze è cosa ormai superata, per nostalgici, una realtà d’altri tempi. Una scelta che ha a che fare al massimo con motivi scenografici, o parentali.  Per qualcuno magari può anche essere vero. Eppure...

A noi pare importante non dimenticare, non prescindere da sacramento e vocazione, se parliamo di matrimonio. Questo perché crediamo non esista solo una dimensione feriale, funzionale, materiale, della coppia. Se ci si ferma e concentra solo su quella, tutto finisce dopo un certo tempo, spesso rovinosamente o dolorosamente. Esiste invece anche una dimensione imprescindibile di altra natura, profonda, intima, che ha a che fare con l’anima, con l’escatologia del singolo e della coppia. Ha a che fare col rapporto tra la coppia e Dio.

In un’ottica di fede, possiamo affermare che la vocazione al matrimonio corrisponde ad una specifica chiamata di Dio, è il dono che viene offerto all'uomo e alla donna che si amano per realizzare in pienezza la loro esistenza; il sacramento delle nozze ha in sé quel supporto di grazia che consente di vivere un rapporto d’amore, di comunione che può crescere nel tempo, anziché affievolirsi, che rende capaci di accogliere, di perdonare, di sostenere, di tenere duro nei momenti difficili. Non è magia. E' azione di Dio.

Il sacramento, nel momento e nella misura in cui la coppia si apre alla dimensione trascendente, rivela nel tempo la sua bellezza e il suo mistero, perché trasforma un uomo e una donna in una sola carne, converte il loro amore umano in un’alleanza che ha ben altre caratteristiche: rende fedeli, costanti, dinamici in amore.

Pensando a due sposi, cosa parla di più di bellezza? Qual è la bellezza a cui ambire? Due corpi perfetti, un conto in banca straripante, una casa faraonica o un amore che non solo dura, ma cresce nel tempo?

martedì 26 aprile 2016

L'adolescenza non è una malattia

L’adolescenza dei propri figli - specie del primo - richiede pazienza e lungimiranza e a volte fa preoccupare i genitori, almeno quanto una loro malattia. Come mai, ci chiediamo?
Certo, l’adolescenza è un periodo della vita complesso, in cui il ragazzo decide del modo di edificare e realizzare la sua identità profonda; per far questo deve necessariamente vivere una differenziazione, una desatellizzazione dai genitori; se ciò non accade non crescerà, vale a dire non riuscirà a sviluppare una personalità autonoma, matura.

Prendere le distanze dall’universo di mamma e papà è dunque una necessità interiore dei figli (non un affronto personale rivolto ai genitori!); essi sentono il bisogno di ricercare una originalità e una unicità proprie, come anche di avere uno spazio di libertà “segreto” in cui misurarsi con sé stessi, possibilmente senza controlli e interferenze.

A volte possono esprimere la ricerca del proprio “sé” maldestramente o vistosamente, in modo creativo o provocatorio, dipende anche da quanta resistenza e dissenso incontrano. Se si sentono impediti e ostacolati nel vivere questo passaggio, i ragazzi tendono ad assolutizzarlo, a dire bugie o a diventare aggressivi, pur di preservarsi.

 Va tenuto conto, comunque, che questo è un periodo temporaneo, transitorio, “sperimentale” per loro. In ogni caso, ciò che meno li aiuta è continuare a sentirsi trattati da piccoli, magari sgridati, umiliati davanti ad altre persone (es. fratelli), puniti senza motivazioni, ecc.

In questa fase più si sentono rispettati e compresi specie nelle loro difficoltà, più li aiutiamo a crescere. Il dialogo “da pari a pari” diventa uno strumento prezioso: poco o nulla sortisce la paternale urlata, è più costruttivo il confronto pacato, empatico, in cui ciascuno conserva il suo ruolo, ma lo fa con rispetto e atteggiamento di ascolto.

lunedì 4 aprile 2016

Maturità emotiva?

Si sente spesso parlare di maturità, o del suo contraltare, l’immaturità. Si afferma, ad esempio, che i genitori dovrebbero avere come obiettivo primario la maturità dei propri figli. Esiste una definizione precisa di maturità psicologica ed emotiva, che consiste fondamentalmente nel saper affrontare la realtà così come è, anche quando dolorosa.
Questo status interiore non è solo il frutto dell’azione educativa e pedagogica dei genitori, è anche conseguenza di un lavoro personale che porta nel tempo ad “sintonizzare” testa e cuore.
Alcuni esperti hanno individuato sette caratteristiche comuni alle persone psicologicamente ed emotivamente mature. Eccole brevemente.

1- Sanno dire addio
Le persone emotivamente mature sono libere dalla paura di “lasciar andare”, di staccarsi da cose e persone.  Esse sono in grado di chiudere dei cicli, e conseguentemente a guarire da eventuali ferite emotive.

2- Riescono a guardare il proprio passato emotivo senza condizionamenti negativi
Lasciarsi alle spalle il dolore del passato è assolutamente necessario per avanzare nel nostro percorso emotivo. I maturi sanno vivere pienamente il presente, imparando dagli errori, dalla sofferenza, nel desiderio di dare sempre il meglio di sé.

3- Hanno un buon grado di coscienza di sé, sanno fare ordine nei pensieri.
La chiarezza mentale delle persone mature contrasta con la pigrizia e il caos mentale di quelle immature. Per questo la maturità emotiva aiuta a risolvere i problemi quotidiani senza drammatizzare, in modo efficace.

4- Non reclamano su nulla
Le lamentele imprigionano generalmente in labirinti infruttuosi, senza uscita. Le persone emotivamente mature preferiscono agire, per cercare di migliorare una situazione, nella consapevolezza che la loro felicità è inversamente proporzionale alla quantità delle loro lamentele e recriminazioni.

5- Riescono ad essere empatiche, senza lasciarsi influenzare dalle emozioni altrui
Le persone emotivamente mature hanno rispetto per sé e per gli altri. Hanno la capacità di relazionarsi nel miglior modo possibile; sanno ascoltare, parlare e scambiare informazioni. Hanno imparato a guardare gli altri in modo generoso, senza temerne o contrastarne l’alterità.

6- Accettano i limiti propri e altrui
Le persone mature non si puniscono perché hanno dei limiti; semplicemente li accettano e cercano di migliorare. Sanno anche che proiettare sugli altri aspettative genera unicamente frustrazione in sé stessi e negli altri.

7- Hanno imparato ad aprirsi a livello emotivo
Si sono liberate dalle corazze emotive che isolano interiormente. Hanno imparato ad accordare fiducia, senza per questo aspettarsi la perfezione dagli altri. Sanno perdonarsi e soprattutto perdonare.

Pare allora che lavorare su sé stessi per raggiungere la maturità psicologico-emotiva sia utile, per vivere in armonia con sé stessi e con chi abbiamo vicino.

venerdì 25 marzo 2016

L'amore risorge


Questo – più che qualunque altro – è il tempo in cui ricordiamo che un rapporto d’amore può sì entrare in sofferenza fino a morire, ma può sempre anche risorgere.
E vale ancor più con il sacramento del matrimonio, che trasforma l’amore umano -  debole, limitato,  intermittente - in amore divino, rendendolo forte, infinito, eterno.

A tutti, buona Pasqua di Risurrezione!

venerdì 18 marzo 2016

Da cosa dipende la felicità?

L’Onu ha promosso la Giornata Mondiale della Felicità, fissata per il 20 marzo, con l’obiettivo di costruire nuovi indicatori di benessere che orientino le scelte di politica economica e sociale per una promozione integrale della persona. Un rapporto stilato da economisti, psicologi ed esperti di statistiche a livello mondiale indica la Danimarca come il Paese più felice, mentre il Burundi è l’ultimo, l’Italia è al 50-esimo posto.

Dalla ricerca – che non si basa tanto sul Pil o su indicatori come l’ambiente o la qualità dei servizi, ma sulla percezione del benessere psicologico-sociale - emerge che nei Paesi più ricchi si dedichi meno tempo alle relazioni umane, con effetti negativi sulla felicità individuale: questi Stati sono superati da diversi Paesi africani per questo motivo. I beni relazionali insomma sono più preziosi per la felicità umana che non il livello del reddito.

Le persone felici, poi, contribuiscono maggiormente allo sviluppo di un Paese, perché coloro che coltivano rapporti positivi, che hanno una vita relazionale sana, lavorano meglio, sono più “produttivi”. Basti pensare che quando si soffre nei luoghi di lavoro per i conflitti relazionali, spesso si lavora male. Ecco perché allora investire sulla qualità dei rapporti sociali, fare in modo che la gente stia più insieme e non si isoli nelle proprie “tombe tecnologiche”, che ci sia più incontro, più comunità, è un messaggio che emerge forte anche da questo tipo di studi sulla felicità.

Ma è possibile misurare e quantificare la felicità? Pare di sì, è sufficiente chiedere di rispondere da 1 a 10 a domande del tipo: “Bene, hai reddito, hai servizi pubblici, hai un certo tipo di ambiente circostante, ma tu come stai? Sei contento?”

A questa domanda fondamentale hanno lavorato anche Premi Nobel in economia, per i quali è importante capire da cosa dipende il benessere delle persone, e specularmente il loro malessere, quanto pesa il lavoro, 0 quanto pesa, ad esempio, un evento come il divorzio, un lutto, una malattia. E’ interessante scoprire che una separazione, in termini di felicità, pesa quanto una diminuzione di reddito tra i 100 e 200 mila euro.

La gente, in pratica, attribuisce un valore enorme ai rapporti sociali, soprattutto quando vengono meno. Dalla ricerca è emerso pure che la depressione è la fonte principale di malessere nel mondo.
Sarebbero allora auspicabili investimenti per la prevenzione da un lato e la promozione di beni relazionali dall’altro, piuttosto per l’apertura di nuovi centri commerciali o sale slot, che con la felicità non hanno nulla a che fare.

lunedì 8 febbraio 2016

La famiglia è diventata superflua o è ancora una risorsa?

A sentire gli attuali dibattiti, sembra che l’evoluzione della società comporti la necessità del superamento della famiglia nucleare (tradizionale), ormai troppo limitativa per le opportunità di vita che si aprono agli individui. La famiglia nucleare normo-costituita (ovvero quella forma sociale ordinata sul matrimonio fra un uomo e una donna e sulla stabilità delle loro relazioni orientate alla procreazione ed educazione dei figli attraverso la complementarietà e reciprocità fra i sessi) sembra non essere più valida, né sostenibile, né desiderabile, sembra solo il retaggio di un passato ormai remoto.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono basate sull’idea che la famiglia sia stata una necessità imposta agli individui da una società arretrata, concetto ribadito sempre più frequentemente dai media che ci ricordano a ogni piè sospinto che l’Italia è il fanalino di coda nell’Unione europea in merito al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali

In questo punto di vista non trova spazio la famiglia come risorsa - sia per le relazioni interpersonali al suo interno, che per i rapporti con l’esterno - ma viene assunta una visione antropologica secondo la quale gli esseri umani fanno famiglia per motivi utilitaristici, rendendola un luogo dominato dagli egoismi e dalle prevaricazioni anziché essere il momento in cui nasce la società civile, come ha dimostrato l’antropologo Claude Lévi-Strauss.

Alla base di tutto c’è la credenza che l’individuo possa espandersi e fiorire solo se può liberarsi dagli impegni e dalle responsabilità verso i legami familiari.

Sostenere che la famiglia non sia una risorsa ma solo un vincolo costrittivo significa ignorare i bisogni psicologici, affettivi, emozionali, simbolici delle persone. Si tratta di un punto di vista deterministico, materialistico, evoluzionistico, che si è diffuso con i processi di modernizzazione, e che oggi incontra una crisi però profonda, visti gli effetti negativi che produce proprio nell’esistenza reale delle persone.

Ma cosa possiamo rispondere a chi dice che l’uomo oggi non ha più bisogno, né si aspetta, di fidanzarsi e poi di sposarsi quando è giovane, di avere bambini, e di stare insieme al coniuge finché vive? E a chi ipotizza la deistituzionalizzazione dell’amore di coppia a favore delle cosiddette famiglie di scelta (families of choice), tra le tante: vivere da soli, essere genitori da soli, convivere con un partner dello stesso sesso, o vivere assieme stando ciascuno per conto proprio?

Queste scelte si vorrebbero far ritenere ugualmente valide rispetto alla famiglia tradizionale, partendo dal presupposto che nella società non si possono certo contrastare le tendenze evoluzionistiche, perché si suppone che siano migliorative in quanto tali, dimenticando che siamo entrati in un’epoca in cui ciò che viene dopo non è più necessariamente migliore di quello che c’era prima, e proprio sulle tematiche familiari si verifica il fallimento dell’ideologia del progresso che è stata tipica della modernità.

Se è vero che la famiglia normo-costituita non è più di moda, d’altra parte le nuove prerogative di fatto non portano ad un maggior senso di felicità e soddisfazione, anzi accade il contrario. Qualche dato.

Indagini sociologiche condotte in Francia mostrano che le coppie di fatto presentano un’instabilità e una fragilità maggiori delle coppie sposate (6 volte più fragili se sono senza figli, 2 volte più fragili se hanno figli).  Le persone sposate subiscono inoltre meno violenze dal partner e la qualità di relazione di coppia e il livello di soddisfazione dei partner è in media più alto nelle persone sposate che in quelle che non lo sono.

Il valore aggiunto del matrimonio si constata, oltreché dalla sua mancanza, anche dalla sua rottura, cioè dagli effetti del divorzio, che annulla le risorse positive che il matrimonio offre in quanto bene relazionale. Infatti, le ricerche empiriche dimostrano che:

  • Il divorzio è un evento generalmente negativo, soprattutto per la donna, perché determina una condizione di povertà in quanto vengono meno i benefici di una gestione comunitaria delle risorse familiari;
  • Per i figli dei divorziati le ricadute negative sono di ordine economico e psicologico con effetti di lungo periodo sulla loro vita: anche dopo anni il 25% continua a presentare problemi psicologici, scolastici e sociali; in Francia i figli di genitori separati costituiscono il 90% dei collegiali, l’80% dei ricoverati in psichiatria, e il 50% dei tossicomani;
  • Altro aspetto è la separazione dei figli dal padre, che dopo pochi anni diventa completamente assente; negli USA, (www.stateofourunions.org), risulta che i figli cresciuti senza la presenza paterna costituiscono il 69% delle vittime di abusi sessuali nelle famiglie ricomposte, il 90% dei senza fissa dimora, il 72% degli adolescenti omicidi, il 63% dei giovani suicidi, il 60% degli stupratori, l’85% dei giovani carcerati; in breve, i figli cresciuti senza figura paterna presentano un rischio di comportamenti devianti  che è più del doppio rispetto ai figli che crescono insieme ai due genitori.

Dagli studi psicologici sui figli di genitori separati risultano indici elevati di narcisismo, mancanza di senso del limite, depressione, ansia, scarsa autostima, passività, mancanza di progettualità, dipendenza da TV, internet, consumo di alcool e droga, aggressività e violenza.

In sostanza, forse si può dire che la famiglia è certamente un vincolo e comporta delle responsabilità che possono diventare impegnative per le persone e per la società. Tuttavia, se guardiamo la famiglia dal punto di vista delle esigenze esistenziali delle persone e dell’efficacia delle istituzioni sociali, la bilancia pende dalla parte della famiglia come risorsa.

Come farebbero gli individui a vivere una vita "buona" senza la famiglia o con una famiglia concepita come mera convivenza che perdura soltanto fino a quando è fonte di piacere e autorealizzazione individuale? Può esistere una famiglia in cui le relazioni siano continuamente messe in discussione fra individui che cercano solo il proprio compimento individuale?
La risposta è senza dubbio negativa.

(Fonte: Pierpaolo Donati (a cura di), Famiglia risorsa della società, Il Mulino)


venerdì 22 gennaio 2016

L'adultescenza

(Foto di Antony Puppo)
Fin dagli anni Ottanta il fenomeno dei  kid-adults è stato oggetto di studi negli USA. Con questo acronimo si connotavano quelle persone che, pur avendo biologicamente un’età adulta, manifestavano una personalità e un’identità dai tratti adolescenziali. Lo psicologo Dan Kiley è stato il primo a parlare di “Sindrome di Peter Pan”, tracciando le caratteristiche psicologiche, antropologiche e sociologiche degli adultescenti (neologismo corrispondente). In trent’anni, questa realtà sociale è divenuta un fenomeno tale da meritare attenzione e ascolto anche in Italia.

 L’adultescente è colui che conserva idee, atteggiamenti, abbigliamento, comportamenti tipici dell’età giovanile e addirittura adolescenziale. Che male c’è? Potrebbe dire qualcuno.
La soglia di criticità si manifesta, di fatto, quando queste personalità si confrontano con le responsabilità derivanti dall’essere partner, o ancor più, genitori: spesso emerge l’incapacità di instaurare rapporti maturi, duraturi, nonchè di esercitare il ruolo di educatori e di guide per i figli.

Secondo l’antropologo Van Gennep, adultescente è colui che non ha mai vissuto la transazione all’età adulta, essendo venuti meno quei riti di passaggio (senza ritorno), storicamente presenti in tutte le culture, pur se con modalità diverse. Quei passaggi, fino a ieri considerati naturali (nascita, pubertà, formazione della famiglia e morte), oggi non hanno più il carattere della definitività (con l'ovvia eccezione dell'ultimo); le scelte corrispondenti alle diverse fasi della vita sono divenute fluide, liquide, non più percepite come strettamente vincolanti.

Anche l’adultescente che compie il passo della formazione di una nuova famiglia, mantiene spesso un legame di dipendenza con la famiglia di origine, che - anziché essere una presenza di supporto – si rivela un impedimento e un ostacolo alla necessaria autonomia del nuovo nucleo familiare. Di fatto, in non pochi casi, il figlio, non appena attraversa una qualche crisi, non esita a tornare a casa dai genitori.

L'adultescenza è oggi anche un fiorente businnes. Pensiamo alla moda “adultescente” destinata, indifferentemente, a bambini, adolescenti, e adulti, a tutte quelle forme di intrattenimento trasversale, comuni alle diverse le fasce di età (attività ludiche, videogiochi); persino la produzione musicale, cinematografica, televisiva va nella stessa direzione, giacchè è volta a perpetuare una fase della vita che dovrebbe durare solo qualche anno.

La vita di coppia degli adultescenti è caratterizzata da una forte emotività che scivola nell’instabilità, dalla drammatizzazione e teatralizzazione dei problemi quotidiani, dall’esibizione narcisistica dei sentimenti (sui social network). Se diventano madri e padri, gli adultescenti faticano ad allearsi con l’altro genitore in vista del bene del figlio, tanto da essere figure di riferimento deboli e remissive, che trasmettono insicurezza più che solidità. 

L’approccio narcisistico esteso ad ogni genere di rapporto, impedisce una vera crescita e maturità umane, intese anche come capacità di pensare prima all’altro che a se stessi, per cui – ad esempio – non si valutano le conseguenze delle proprie scelte sulla vita degli altri, ma ci si concentra sul proprio benessere, appagamento e gratificazione. Quando l’altro non assolve più questo compito rischia di essere cancellato dall'orizzonte relazionale, senza rimorso alcuno.

Che fare allora? Può essere importante promuovere e sostenere, in chi ci sta attorno, quelle scelte che parlano di maturità, di adultità piena, e testimoniare semplicemente che ogni fase della vita ha la sua bellezza, la sua dignità, il suo valore, senza paura, senza volgere nostalgicamente lo sguardo alla giovinezza passata, che – in quanto tale – non può perpetuarsi all'infinito.

giovedì 7 gennaio 2016

Andrea, primo in cordata

È dono grande poter condividere un pezzo di strada con chi si stima e si ama, con chi si sente vero fratello, prescindendo dai vincoli di sangue. È dono grande poter camminare da fratelli insieme, vale a dire crescere progressivamente e fianco a fianco, come sposi, come padri e madri, come figli di Dio e della sua Chiesa.

Quando poi si è parte di una stessa realtà ecclesiale, come una comunità, ad esempio, questa prossimità è ancor più stretta, il dono è ancor più grande. 

Esser parte di una Comunità vuol dire camminare nella vita come in una cordata, in cui abbiamo in comune il percorso, la fatica, ma anche le gioie per le tappe raggiunte. Soprattutto, abbiamo in comune la meta, ove tutti ci ritroveremo, per gustare la gioia senza fine.

Sei giunto per primo, caro fratello Andrea, ci hai preceduti. Sappiamo che lì ci attendi. Proseguiremo nel cammino continuando a contemplare nel cuore la tua gioia di vivere, la tua forza, la tua sapienza, il tuo amore a Dio e alla Chiesa, la tua profonda comprensione del mistero sponsale.

Sarà il nostro tesoro, la nostra spinta nei momenti di fatica, il nostro canto.

A presto, Andrea, fratello molto amato.