mercoledì 14 ottobre 2015

Il matrimonio non è esente dai vizi – La superbia


 
In effetti, non si sente più parlare granché dei sette vizi capitali, se non per esaltarli quasi fossero virtù, qualcosa di cui vantarsi con tanto di sorrisino ammiccante.E allora vorremmo iniziare un piccolo percorso in tante tappe quanti sono i vizi, guardandoli in faccia uno ad uno, perché ci pare che la famiglia non ne sia immune e quando prendono piede in uno o più membri di essa, sappiamo che possono generare sofferenza a vari livelli.
Cominciamo con la superbia, visto che è considerata dai sapienti la radice di tutti i vizi. Nella sua radice etimologica c’è “super”, sopra: il superbo è colui che si sente al di sopra degli altri, più degli altri. C’è una sovrastima di sé stessi, un’autopromozione in pratica. Con la superbia l’io diventa il principio e il fine di tutto. Chi è toccato da questo vizio normalmente giudica e condanna: possiamo dire che il giudizio è la misura della superbia.

Intuiamo facilmente che nella vita di coppia, nel rapporto con i figli questa caratteristica va minare alla base ogni dinamica relazionale, perché il giudizio del superbo viene percepito costantemente come un impedimento alla relazione affettiva libera. Il superbo si reputa per natura migliore degli altri, senza difetti e limiti, tende a suscitare sensi di colpa, prevarica, svilisce inesorabilmente chi ha vicino (coniuge, figli), e questi tenderanno a sentirsi costantemente inadeguati. Egli impedisce anche ai figli di crescere con equilibrio nella loro identità maschile o femminile; i figli, infatti, tendono ad identificarsi nel genitore del loro stesso sesso, e si percepiranno sviliti a loro volta se si identificano col coniuge del superbo.

Può accadere che la superbia sia condivisa da entrambi i coniugi, si assiste allora all’idolatria della coppia verso sé stessa. Questa coppia si sente diversa da tutti gli altri, migliore, e finisce per isolarsi, o a concedersi solo a chi può meritarne la presenza e la compagnia. Il suo parlare è per lo più improntato al giudizio e alla critica.

Questo vizio va a contaminare alla radice anche il rapporto col trascendente, perché il superbo divinizza sé stesso prendendo il posto di Dio.  Il danno spirituale che arreca questo vizio è la perdita del senso del peccato, dal momento che non l’amore, bensì il proprio comportamento diventa il metro per giudicare tutto e tutti.  Il superbo tende a esigere da Dio che si comporti come lui desidera e pensa, e si adirerà con il Creatore se non otterrà ciò che ritiene giusto, tanto più che pensa di meritare quanto ha invece come dono.

Esiste una cura? Bè, la fede indica come diventare diversamente “super”. Basta non elevarsi al di sopra di tutto e tutti, Dio compreso, ma riconoscersi come semplici creature, e porsi nella condizione di chi trova gioia nel servire. Facendoci piccoli, attenti agli altri, troveremo la virtù opposta alla superbia, vale a dire l’umiltà. L’umiltà è strettamente legata all’amore, quanto più cresciamo nell’umiltà, tanto più cresciamo nell’amore e viceversa: ama di più chi perde di più, ama di più chi è più umile. Certo, questo richiede una vigilanza costante sui nostri pensieri, sulle nostre parole, sulle nostre azioni, ma questo impegno sarà ciò che ci farà vivere in gioiosa pienezza.

(fonti: Misteogrande.org; I sette vizi capitali, Dag Tessore)

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