martedì 29 settembre 2015

L'ombra della depressione

Safet Zec
Gli esperti dicono che il nostro contesto sociale è caratterizzato dal progresso, dal trionfo della tecnica e della scienza, ma anche, parallelamente, dall’erosione dei legami sociali, dallo spaesamento culturale e morale, dall’alienazione del lavoro e dalla dittatura del consumo ed è facile constatare come tutto ciò possa generare nelle persone una disintegrazione identitaria, quindi una fragilità di fondo che può alimentare a sua volta paure, rancori, angosce, incapacità di dare significato al dolore e, in molti casi, depressione.

Ci ha colpito il concetto di disintegrazione identitaria. E’ innegabile che molte persone edificano la propria identità su fondamenta che per svariati motivi possono crollare. Pensiamo a quanti, ad esempio, dopo aver dedicato buona parte del loro tempo e della loro vita al lavoro, magari costruendo un’impresa, hanno poi subìto un fallimento, a quel punto non solo aziendale ma anche personale. Oppure pensiamo a chi ha creduto e investito la propria esistenza in un legame affettivo, magari suggellato dal sacramento del matrimonio e dalla presenza di figli, e ha poi subìto l’abbandono, con il conseguente crollo delle certezze e dei riferimenti relazionali. E’ facile allora capire lo spaesamento, la fragilità che può trasformarsi in malessere interiore, in depressione.

Esistono tre tipi di depressione, ed è importante distinguerle, anche se ogni persona depressa ha bisogno di ascolto, di aiuto e di speranza. Ogni forma depressiva influenza in modo diverso il modo di vivere e di sentire, di essere in contatto con il mondo e con gli altri.

 Si distingue una depressione esistenziale, che svuota temporaneamente la persona di ogni interesse e iniziativa, che porta con sé tristezza e smarrimento, inaridendo gioie e speranze. È esperienza comune a molti attraversare ciclicamente questo stato d’animo, e poi superarlo. Fa parte della vita.
C’è anche la depressione motivata o reattiva, che è la risposta a una situazione dolorosa (ad esempio un lutto), e che si attenua fino a scomparire quando la causa esaurisce la sua influenza emozionale negativa e la persona trova in se stessa, come nel caso della depressione esistenziale, le risorse per recuperare la serenità e la gioia di vivere.

E infine c’è la depressione come malattia, chiamata Episodio Depressivo Maggiore, più circoscritta, che non ha motivazioni riconoscibili, ed è caratterizzata da perdita di iniziativa, inibizione del pensiero, angoscia fino al rifiuto per la vita. Quest’ultima implica il ricorso a cure specifiche, per poter essere superata.

Quando queste forme di sofferenza toccano persone vicine, diventa importante offrire un aiuto corretto e adeguato, anche ricorrendo al supporto medico, se occorre, affinché la depressione non abbia l’ultima parola, ma diventi occasione per far giungere il nostro affetto, unitamente alla nostra sollecitudine per la riconquista della salute e dell’equilibrio interiore di chi ci sta a cuore.

(fonte: Elogio della depressione, di Aldo Bonomi e Eugenio Borgna, Einaudi)

giovedì 3 settembre 2015

Tutta colpa dei social network

E’ ormai un fenomeno sociale  conclamato: lo spazio che occupano nella vita di molte persone piattaforme di connessione come Facebook, Twitter  e ora WhatsApp, oggi è sempre più ampio.  Si tratta di uno spazio temporale, anzitutto. Dedichiamo, cioè, diverse ore del giorno, della sera o della notte, a consultare siti on-line e a comunicare attraverso social network – sempre più, sottraendo tempo a relazioni significative “faccia a faccia”.   

La cosa non riguarda solo i giovani e i giovanissimi. Questo fenomeno sociale tocca anche le relazioni affettive. In effetti, non è infrequente vedere giovani coppie – ad esempio in pizzeria – che, anziché guardarsi negli occhi e comunicare come ci si aspetterebbe, hanno lo sguardo posato ciascuno sul proprio smartphone, di cui condividono di quando in quando qualche schermata, al limite commentandola brevemente.

Un nostro sondaggio informale tra oltre trenta coppie che si preparano al matrimonio quasi all'unanimità ha definito la presenza dei social network come “troppo invadete” nel loro rapporto.

Ma ben più autorevolmente di noi, alcuni studi e ricerche in ambito psicologico e sociale, condotte tra Stati Uniti e Italia, dimostrano che sempre più spesso litigi, gelosie e difficoltà relazionali, infedeltà o divorzio hanno la loro origine nell'uso, o abuso, di questi strumenti di comunicazione di massa. (fonte: Cyberpsychology, Behavior & Social Network). In Italia il 20% delle separazioni annovera tra le motivazioni un’eccessiva presenza in rete del partner e le relazioni che vi coltiva.

Pure una recente ricerca inglese dell’Università di Oxford relativa al ricorso a social network come forma di comunicazione su un campione di 24.000 coppie conferma che questi luoghi virtuali sono una delle principali cause di instabilità e crisi di coppia, perché nel mondo in rete si tende a costruire una vita parallela che può sfociare, nel caso specifico, nell'adulterio (virtuale o consumato).  


Se è vero che ormai si accarezza più volentieri lo schermo del proprio smartphone delle persone che diciamo di amare – e il fatto può riguardare indistintamente fidanzati, sposi, genitori, figli – scegliere di limitare il tempo alla navigazione on-line può diventare un vero atto d’amore!