sabato 8 agosto 2015

Torno da mammà

L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna”, canta il versetto biblico, e sembrerebbe scontato, quando si parla di matrimonio, della formazione di un nuovo legame affettivo. Quel “lasciare papà e mamma”, tuttavia, non si realizza sempre e del tutto, e quando ciò non avviene, o avviene con riserva, la coppia può entrare in crisi.

Per lasciare il proprio nucleo familiare è necessario aver sviluppato la capacità di stare in piedi con le proprie gambe; il distacco sano implica un’autonomia,  un’indipendenza (non solo economica, ma decisionale, di pensiero).

Se è così, allora i futuri suoceri sarebbero chiamati a “lasciar andare”, a riconoscere al figlio ormai adulto fiducia,  libertà, responsabilità e il rispetto per le sue scelte e decisioni, evitando quelle invasioni, imposizioni, interferenze, possessività che di fatto gli impediscono di giungere alla maturità piena. Questo può richiedere una riflessione o un cammino da parte dei genitori, se non è frutto di un loro progetto educativo di lungo corso.

Ne stiamo parlando, perché in base a recenti indagini Istat, confermate dall’Ufficio nazionale di pastorale familiare della CEI, è emerso che uno dei fattori di maggior attrito tra marito e moglie è il rapporto con le famiglie d’origine (31%), e che i fallimenti di giovani coppie dovuti a un rapporto sbagliato con mamma e papà sono in continuo aumento; quando questi ultimi – alla prima crisi di coppia dei figli – si dichiarano disposti a “riprenderli in casa”, di fatto precludono alla coppia l’occasione per tentare di superare quel momento di difficoltà, cosa che potrebbe farli crescere e rafforzare il loro rapporto (come avviene in molti casi in cui non esiste la possibilità di ritorno alla famiglia d’origine).

Sembra che l’errore relazionale più ricorrente sia la dipendenza reciproca: così ci sono figli grandi che continuano ad essere dipendenti dai genitori, ma anche viceversa (spesso i genitori si aspettano di poter mantenere le abitudini di frequentazione, anche dopo il matrimonio del figlio/a), manca in questi casi il riconoscimento di quello spazio vitale inviolabile che consentirebbe al nuovo nucleo familiare di svilupparsi e crescere in modo autonomo.

Non si tratta, quindi, di negarsi reciprocamente affetto o vicinanza,  ma di impostare (o reimpostare) il rapporto genitori-figli,  amando sì, ma con sapienza, volendo cioè il bene e la libertà dell’altro, mettendo in conto che può essere necessario il tempo per fare insieme un cammino di revisione e di guarigione, per la conquista di nuovi equilibri.