sabato 11 aprile 2015

Nella salute e nella malattia

Marc Chagall
E’ passato qualche anno, da quando abbiamo vissuto l’esperienza della mia malattia. Inaspettatamente, un tumore. Poi tutto si è concatenato con una velocità tale, da non lasciare quasi il tempo di pensare: gli esami, il ricovero, l’intervento, la convalescenza. Ci fu però il tempo per una preghiera fatta insieme, accompagnata dalla comune volontà di affidare quel momento e quella malattia a Dio, con fiducia, con abbandono, con il desiderio di accogliere tutto quello che si fosse presentato da affrontare e vivere.  E –  subito – una pace è scesa nel cuore di entrambi, che ci ha accompagnato fino alla guarigione. Di più, una comunione tra noi mai sperimentata prima.

Proprio oggi, riordinando la libreria, a Daniela è capitato tra le mani il diario tenuto in quei giorni dell’estate 2007. Rileggere oggi le mie parole  mi fa un certo effetto: “L’accoglienza di una volontà diversa dalla propria (o una realtà diversa, come la malattia) può diventare lo spazio della presenza di Dio, che sempre ci restituisce a modo suo tutto ciò che abbiamo rimesso nelle sue mani. Lasciare le proprie certezze e accogliere anche la sofferenza, la croce nella propria vita, genera un’enorme quantità di amore, un amore che avvolge tutto e tutto trasforma.”

Tre giorni dopo l’intervento: “...la malattia riesce a toglierti tutto, a impoverirti di ogni cosa, a rendere tutto insignificante: il tuo corpo, la tua forza, la tua autonomia, l’autosufficienza... La malattia può toglierti tutto, ma non l’amore, non Dio. Si spalancano, al contrario, orizzonti infiniti, dove ciò che conta è il sentimento di comunione, che oltre a stabilire una relazione nuova con gli altri, è arricchito della presenza di Dio”.

Anche oggi è stata un’esperienza da “malato”, che mi ha aperto uno spiraglio su questo stato della persona. Oggi ho percepito chiaramente come nella psicologia di alcuni il “malato” e la “malattia” siano la stessa cosa: un fastidio, con conseguente perdita di qualsiasi sguardo sull'uomo. Ma ho incontrato anche l’umanità, la gentilezza e la disponibilità di tanti...”.

Al ritorno a casa: “Ringrazio il Signore per la vicinanza di tante persone, e per la tua presenza, Daniela, il tuo dono incondizionato, il tuo essere sposa fino in fondo. Spero che questa comunione così forte e profonda che stiamo vivendo, questa intima vicinanza, non venga travolta dalla normalità”.

Guardando indietro, poi di fatto ci sono stati momenti in cui quella comunione straordinaria è stata sepolta da tante cose, ma da quella esperienza di malattia (da quella dis-grazia, che in realtà si è rivelata una grazia) abbiamo imparato qual è l’unica vera fonte della nostra comunione. Sta a noi attingervi.

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