martedì 21 aprile 2015

L’ambiguità, virus del nostro tempo

Ci ha stupito apprendere che una delle caratteristiche della mentalità nel nostro tempo sia l’ambiguità, per la quale, ad esempio, due argomentazioni opposte e incongruenti possono coesistere nella nostra mente in assoluta tranquillità e indifferenza. Ci si può fare, per questo motivo, paladini del principio dell’onestà, e al contempo agire in modo disonesto, sostenuti dalla forma verbale: “Sì, ma in questo caso...

A livello collettivo, il panorama politico fornisce una chiara dimostrazione di ambiguità: vi sono politici che fanno rumorose battaglie mediatiche per difendere i valori tradizionali, mentre il loro quotidiano è caratterizzato da vistose trasgressioni, senza che questo susciti il minimo imbarazzo.

Ma anche a livello individuale, gli abbandoni dei progetti di vita, le fughe da relazioni importanti come quella di coppia o il rapporto con i figli, il declino verso una carenza morale, le contraddizioni tra il dire e il fare, il pretendere dagli altri ciò che non esigiamo da noi stessi, sono esempi e conseguenze di un tale modo di pensare, in una sorta di compromesso di integrità.
L’ambiguità è  intesa, infatti, anche come tendenza a sfuggire alla fatica delle proprie responsabilità, scambiando la frequenza statistica del fenomeno con la normalità: “Siccome così fan tanti significa che si può fare”.

E ciò che forse a noi più interessa è il fatto che l’ambiguità va a influenzare il mondo degli affetti, l’identità anche di genere, la sessualità. Intuiamo cosa può significare per la famiglia: composizioni precarie e atipiche dei nuclei familiari, procreazioni tecnologiche, allentamento delle funzioni genitoriali, con la difficoltà a imporre regole e limitazioni ai figli e a se stessi. Così possiamo trovare bambini precocissimi, che però poi non giungono mai ad una autentica maturazione e adulti con comportamenti da eterni adolescenti; padri materni che faticano a esprimere la loro funzione di depositari della regola e del limite, e madri che sfuggono alle sfide del rapporto col neonato (parti in anestesia, rinuncia all'allattamento, separazione precoce dal bambino).

Ci sembra che il rischio più grande per la famiglia, in un contesto culturale di questo tipo, sia la rinuncia alla bellezza della differenziazione, alla definizione chiara dell’identità personale e dei ruoli che competono a ciascuno: ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i figli in primis, che avrebbero bisogno, da piccoli come da grandi, di riferimenti solidi, equilibrati, affidabili per poter diventare a loro volta uomini e donne coerenti con i valori di cui sono portatori.

(fonte: L'ambiguità, di Simona Argentieri, Einaudi)

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