giovedì 24 dicembre 2015

Buon Natale




A tutti gli amici, i fratelli e le sorelle, a tutti coloro che soffrono, che sono soli, che sono lontani dalla propria famiglia, o da se stessi, a tutti coloro che sono in ricerca, proprio a tutti auguriamo che sia un BUON NATALE, vissuto nella consapevolezza di essere molto amati da quel Bambino che viene per benedire le nostre vite!

Auguri
 
daniela e marco

lunedì 21 dicembre 2015

La lussuria e l’oggettivazione dell’altro

È vero che i vizi sono inclinazioni che hanno caratterizzato l’uomo di ogni tempo, senza eccezioni e senza sosta, ma è pur vero anche che in ogni epoca uno tra questi sembra imperare sugli altri, o meglio, sulla vita della gente. Quello della lussuria forse è il vizio del nostro tempo. I rimandi ad esso sono ovunque, a partire dai media, e non risparmiano nessuno, nemmeno i più indifesi. La società non è attrezzata per difendersi, per combattere questo vizio, anzi, semmai è il contrario, tanto che ogni comportamento che vira verso questa forma di contaminazione tende ad autolegittimarsi, e a spingersi sempre più in là, sempre più in basso, fino allo svuotamento morale, fino alla malattia spirituale cronica.

Parlare del vizio della lussuria non significa dover colpevolizzare la sessualità: la sessualità, e il piacere che può derivarne, non sono legati al peccato in maniera automatica, come una certa impostazione del passato portava a credere. La sessualità, il piacere, sono parte di ciò che Dio definisce come cosa “molto buona”, tanto che ad essi ha legato il dono sacro della vita! La sessualità nel suo significato più profondo è espressione dell’amore scambievole, del dono di tutta la persona, della tenerezza e del rispetto per l’altro.

L’attuale contesto e l’evoluzione culturale, a partire dal ’68, ne han deviato e minato il senso e il fine.
La lussuria parte dal cervello contaminando ogni pensiero, coinvolge tutti i sensi, si impossessa del cuore, toglie ogni senso critico di coscienza razionale. In pratica, è la perdita del controllo di sé che porta a cercare la trasgressione, l’eccesso... Spesso nasce dalla sfrenata cura del proprio corpo, che viene considerato prevalentemente come strumento di piacere, e al contempo coinvolge l’altro, o qualche sua parte del corpo, che diventa mero oggetto di piacere a sua volta. Perverte insomma la propria e la sessualità altrui, sganciandola dal suo fine unitivo e procreativo.
La lussuria porta al pensiero fisso di voler fare sesso, lo stesso con chi, senza curarsi delle conseguenze su di sé e sull'altro. E quando il sesso diventa pensiero dominante o pensiero unico, distrugge ogni relazione sana, l’interesse verso un legame duraturo.

La mentalità libertina, la pornografia dilagante, sono concause della trasformazione da persone libere a schiave di questo vizio. Se una persona giunge al matrimonio con questo vizio o con un passato caratterizzato da questa forma di schiavitù, dovrà lavorare molto su di sé per entrare in un’ottica di dono, di stima dell’altro. Questo vizio, se presente nel matrimonio, può portare progressivamente all’oggettivazione del coniuge, allo scandalo, alla mancanza di pudore, alla concupiscenza, al tradimento, fino a forme di perversione e devianza.

Per questo diventa importante educare i figli alla bellezza totale di sé e dell’altro, ad una sessualità e affettività autentiche, al rispetto per sé stessi e per l’altro, al dominio di sé, ad uno sguardo critico su ciò che la cultura attuale propone loro a piene mani. Oltre a parlarne con loro, può essere utile vigilare sul loro uso di cellulare e in particolare di internet, specie se bambini e adolescenti.

E nessuno può pensare: non è un mio problema, perché tutti riceviamo frequentemente e senza cercarli stimoli negativi, che possono diventare tentazioni e quindi comportamenti conseguenti. Custodire allora anzitutto gli occhi, per custodire mente e anima, coltivare relazioni di qualità, nutrire lo spirito, per dominare le pulsioni – tutto questo può fare la differenza per vivere la nostra sessualità e affettività nell'ottica del dono d’amore. 

mercoledì 9 dicembre 2015

Moderazione e condivisione, antidoti all'ingordigia


Il vizio della gola non corrisponde propriamente al piacere di mangiare, alla capacità di apprezzare la buona cucina, è piuttosto un atteggiamento di smoderatezza, di voracità verso il cibo, un eccesso in tutti i sensi: in quantità, qualità e nel tempo. Va ben oltre il normale bisogno di nutrirsi. È una ricerca di sazietà senza limiti.

Come capiamo se nel nostro rapporto con il cibo c’è una componente di vizio? Beh, se sappiamo mangiare anche qualcosa che non ci piace, come rinunciare a qualcosa che ci piace, possiamo credere di aver un rapporto giusto con il cibo. Nel comportamento dell’ingordo c'è la tendenza a mangiare di nascosto, o da solo. Col cibo, alcuni pensano di placare una certa angoscia del vivere, di riempire un vuoto esistenziale, in altri casi questo vizio è legato ad una scarsa stima di sé, altre volte dietro l’ingordigia si nasconde una certa aggressività che si sfoga nella distruzione di ciò che si assimila.

Gli antichi affermavano che esiste uno stretto legame fra gola e parola, perché hanno in comune lo stesso organo fisico: la bocca. Così la bocca che non riesce a dominarsi nel cibo, facilmente non si domina nemmeno nelle parole, per cui spesso il goloso è anche portato al pettegolezzo, quasi che alla pesantezza del corpo, corrispondesse una superficialità dell’anima.

Dicono che l’ingordigia non sia quasi mai un vizio solitario, ma che sia propedeutico ad altri vizi. I padri della Chiesa affermavano che attraverso la gola passano tutti i mali che affliggono l’uomo. Per questo invitavano alla moderazione nel cibo, per imparare a dominare ogni umana inclinazione negativa.

Nella vita di coppia e di famiglia si sa che il cibo è un elemento importante, perché quotidiano, e sono tante e diverse le modalità nel gestirlo: ci sono famiglie che hanno il culto del cibo (tanto che si va sempre più affermando una sorta di idolatria del cibo, un’attenzione maniacale per ciò che si assume, tanto da farne una religione, l'altare a cui sacrificare molta parte del proprio tempo e del proprio denaro) e altre che non se ne curano più di tanto; famiglie che non hanno alcuna regola a riguardo (in casa tutti possono mangiare di tutto, a qualsiasi ora)  e altre che sprecano regolarmente alimenti.
In ogni caso, l'ipernutrizione,  che caratterizza buona parte del mondo occidentale, nel medio e lungo periodo, porta a problemi seri di sovrappeso e di salute, sia negli adulti che nei bambini.

Si sa che il cibo è per sua natura veicolo di relazione, con la natura da cui deriva e con le persone che lo preparano e lo consumano insieme- oltre che con Dio, che ce lo dispensa - e comunica vita, perché il cibo consumato nella condivisione nutre anche l’anima. Ecco perché è un gesto d’amore non lasciare mangiare da sole le persone che ci vivono accanto, e curarne per loro qualità e quantità.

Fa la differenza, in famiglia, anche educare ed educarsi alla misura, alla sobrietà e semplicità dei pasti, come segno di rispetto e partecipazione alla sofferenza di tutti coloro che mancano del cibo necessario per vivere, attraverso scelte di condivisione concreta.

martedì 24 novembre 2015

L'avarizia e la vera ricchezza

Anche il vizio dell’avarizia, come gli altri del resto, può far sentire i suoi effetti nella vita di coppia e di famiglia. I maestri dello spirito definiscono questo vizio come il bisogno costante di possedere, di accumulare beni, e denaro in particolare. L'avarizia porta a identificare se stessi con ciò che si possiede: sono le cose a dare significato all’esistenza. Possiamo dire che l’avaro ha in ultima analisi un rapporto sbagliato con le cose. A causa dell’insicurezza del futuro, egli tende ad accumulare, a non consumare ciò che possiede, andando ben oltre la giusta prudenza: l'avaro asseconda un’ansia per il futuro che fa perdere il lume della ragione, lo sguardo intelligente sulle cose, per cui il mezzo di sostentamento diventa il fine ultimo.

L'avarizia assume vari volti e varie forme. Esiste un’avarizia spirituale, che porta a non condividere quanto compreso, quanto sperimentato, ma a trattenerlo nella propria borsa spirituale; l'avaro si illude in pratica di potersi santificare da solo.

Esiste un’avarizia del tempo, che può portare pian piano all’isolamento, perché il non trovare mai tempo da donare alle altre persone genera una chiusura del cuore che induce ad allontanarsi progressivamente da tutti.

In generale, chi è affetto da questo vizio prova un’avidità insaziabile, che impoverisce la persona nella sua capacità di donarsi nella gratuità, di essere in relazione con gli altri, perché quanto più si ha, tanto più si trattiene, tanto più ci si chiude per non dover condividere. L’avaro vive generalmente scontento e lamentoso e finisce per frequentare solo chi può dargli un vantaggio; i suoi punti di riferimento, infatti, sono coloro che hanno più di lui. Tende a sacrificare tutto e tutti all’altare del dio denaro, che diventa l’unico metro per misurare qualsiasi situazione o persona e ciò lo porta anche a restare indifferente alle necessità dei poveri, vicini e lontani.

In famiglia, in particolare, l’avaro è concentrato costantemente sulle entrate e uscite di cassa: quanto si è speso diventa più importante del coniuge, dei figli. Nascono allora litigi, tensioni, giudizi, condanne, ancor più se qualcuno in casa è incline a fare spese superflue.  In altri casi l’avaro, per guadagnare di più, è disposto a mettere la famiglia in situazioni finanziarie pericolose: investimenti a rischio, slot machine, giochi d’azzardo...

Capiamo che il problema qui non è la ricchezza in quanto tale: nella Bibbia è segno della benedizione di Dio; la questione è che per l’avaro la ricchezza diventa dio stesso, è idolatria. Egli pone, infatti, tutta la sua fiducia nei beni, nel denaro: la ricchezza per lui diventa così maledizione.

L’avidità  ha spesso come conseguenza un’avarizia del sentimento d’amore: può risentirne l’intero impianto relazionale e affettivo: ci sarà avarizia di parole, di gesti d’affetto, di tempo donato al coniuge e ai figli.

Come vincere questo vizio? I maestri dello spirito dicono che esso va anzitutto riconosciuto: l’umiltà è il primo passo. Non è facile in questo caso, perché l’avarizia si nasconde dietro motivazioni giuste: la prudenza, la sobrietà, il dare valore alle cose. Ecco che allora l’atteggiamento di gratitudine per quanto si ha, ricorrere a Colui che è dono per eccellenza nei sacramenti, condividere progressivamente le cose, il denaro, i sentimenti, il tempo, orientare i desideri del cuore dalle cose alle persone... tutto ciò può aiutare a invertire la tendenza del cuore per comprendere qual è la vera ricchezza della vita.
(fonte: misterogrande.org)

lunedì 9 novembre 2015

Non tramonti mai il sole sulla vostra ira


Nessuno può dirsi esente dall’inclinazione verso un qualche vizio specifico, ed è importante individuarlo per poterlo contrastare, non solo a nostro vantaggio spirituale, ma anche per il bene di coloro che ci vivono accanto. Questo ci sembra particolarmente vero per il vizio dell’ira.

Il comportamento iracondo, con il turpiloquio da cui spesso è accompagnato, è per lo più legittimato, nell’attuale contesto culturale, in nome e a difesa delle proprie ragioni o diritti, anche in barba alle leggi.

I segni comportamentali dell’ira – che si concretizzano il più delle volte in aggressioni verbali o fisiche che sfuggono al controllo della ragione - sono di solito ben riconoscibili. Anzi, stiamo parlando del vizio più visibile rispetto a tutti gli altri. È una passione che nasce e esplode repentinamente nel cuore, e al cuore può tornare, come veleno nascosto, per colpire magari a distanza di tempo. L’ira induce a scagliarsi contro l’altro per far prevalere la propria ragione sulla sua, come atto di superiorità.

Va detto che non c’è solo un’ira negativa, esiste infatti anche la virtù dell’ira, che è mossa da retta intenzione ed è orientata a ripristinare la giustizia o il bene. Secondo S. Agostino è un peccato non esercitare l’ira buona, restare, ad esempio, indifferenti a una situazione di ingiustizia. Esiste, del resto, anche l’ira di Dio, che è mossa dall’amore: essa scatta per salvarci dal male che ci stiamo facendo.

In famiglia, l’ira è un ostacolo enorme alla comunicazione, al dialogo costruttivo, all’unità, perché l’iracondo - con una possibile gamma di comportamenti molto estesa -  si pone violentemente contro l’altro, lo aggredisce, oppure cova in cuor suo astio e rancore nei suoi confronti, rompendo così lo stato di grazia legato all’alleanza d’amore.

Spesso nella coppia l’ira nasce quando l’altro delude le nostre aspettative, o non corrisponde ai nostri desideri, così gli si nega inizialmente l’accoglienza interiore, poi ci si esprime con parole ostili, inquinate, fino a manifestare il nostro rancore con l’aggressione diretta. L’ira non è sempre e necessariamente urlata, può anche essere fredda, calcolata, fatta di battute cattive, giudizi ironici, complicità “contro” costruite con altri.  

Noi genitori dovremmo vigilare anche sull’ira dei figli, perché può essere autolesionista, oltre che aggressiva verso gli altri, fino a sfociare in forme di violenza vere e proprie. Diventa importante accompagnarli nel gestire questa inclinazione, ancor più se pensiamo che oggi i giovani sono bombardati dai media, e fin da piccoli, con immagini, parole, espressioni di violenza gratuita fatta passare come normale, anzi divertente. I nostri figli sono, di fatto, immersi in una cultura violenta, ove la loro ira può trovare terreno fertile in cui crescere a dismisura.

Capiamo allora la valenza educativa, o diseducativa, dell’esempio che, da genitori, forniamo loro nell’interazione con gli altri, nel modo di gestire i conflitti, nel linguaggio a cui ricorriamo normalmente, dal momento che i figli tendono a far proprio il modo di fare e di esprimersi respirato in famiglia.

Come si contrasta l’ira? Anzitutto dicono che, quando non si possono evitare situazioni e contesti che la accendono, è importante scegliere di dominarla, magari con un silenzio congruo, anche quando il cuore è ancora in subbuglio. Quel silenzio aiuta a decantare i sentimenti negativi che ci spingerebbero a reagire con veemenza, per riprendere il controllo di noi stessi con la ragione, con la pazienza e, potendo, con la preghiera, fino a recuperare la dolcezza e la benevolenza verso l’altro.

Comprendiamo allora il valore della Parola “Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore” perché questo è ciò che ruba la bellezza dell’essere famiglia unita, nella pace.

lunedì 26 ottobre 2015

L’accidia e la cancellazione dell’altro


Forse è il vizio capitale meno popolare e riconosciuto, anche se oggi l’accidia è una malattia dell’anima molto diffusa, come pure un modo di vivere dai molti volti: quello dell’indifferenza, del pessimismo, della noia, della pigrizia, dell’assenza di passione. In questo senso l’accidia può essere definita un vizio sociale. Essa genera un vuoto interiore che si tende a riempire con mille sciocchezze. Diventa facilmente una scelta di vita, che induce a scegliere di non scegliere, a lasciarsi vivere. È una sorta di paralisi dell’anima, che fa perdere il gusto del bene, dell’amore, impedisce di gustare il momento presente, rende incapaci di stupirsi, di gioire. È una rassegnazione su tutti i fronti.

L’accidioso di solito ama poco, non si mette in gioco, tende a seppellire i suoi talenti.  Si sente onesto perché non fa nulla di male, si limita a condannare il male intorno a sé, al massimo parla del bene che ci dovrebbe essere, ma pretende poco da se stesso concretamente. Gli alleati preferiti dell’accidioso sono la televisione, oggi il PC o lo smartphone, e il cibo.

Intuiamo che quando in famiglia qualche membro è vinto da questo vizio, tutti ne percepiscono il peso, perché manca nell’accidioso l’interessamento e la sensibilità verso le esigenze di chi ha intorno a sé (coniuge, figli, genitori). La qualità delle relazioni ne risente: si finisce per dedicare più attenzione alle cose che alle persone. Anzi, le cose diventano il rifugio per evitare la relazione. Con gli altri magari si parla, si comunica, ma in casa si tace, chiudendosi nel proprio mondo, nella convinzione che nulla valga veramente la pena. Anche davanti a problemi o prospettive, si preferisce lo status quo, rifiutando ogni novità o cambiamento.

Il danno più grande che reca questo vizio è che pian piano l’altro si cancella dal proprio orizzonte. Di solito si comincia con lo sguardo: non ci si guarda più negli occhi. Poi si parla sempre meno e mai di cose che contano. Dove non si contrasta l’accidia si finisce per vivere vite parallele. Queste coppie forse non si separano, ma di fatto non trasmettono un modello positivo di famiglia, perché manca in loro la speranza, la voglia di amare, di migliorare: seppelliscono di fatto il dono del sacramento per lasciarlo lì, inutilizzato.

Come contrastare il vizio dell’accidia concretamente? Riappropriandosi anzitutto del rapporto di coppia, e di quello con i figli, a partire da piccoli gesti quotidiani, che sanno comunicare inequivocabilmente un rinnovato desiderio di amare. Questo di solito innesca circoli virtuosi che risvegliano sorprendentemente l’amore e la vita tra le mura di casa, e anche fuori. I padri della Chiesa insegnano che è importante mettersi in ascolto di quel vuoto interiore che corrisponde al desiderio di infinito di ognuno, e colmarlo, aprendosi progressivamente alla dimensione trascendente, questo darà frutti inaspettati.   

(fonti: Scacco matto ai vizi, Ugo Sartorio, Ed Messaggero Padova; misterogrande.org)

mercoledì 14 ottobre 2015

Il matrimonio non è esente dai vizi – La superbia


 
In effetti, non si sente più parlare granché dei sette vizi capitali, se non per esaltarli quasi fossero virtù, qualcosa di cui vantarsi con tanto di sorrisino ammiccante.E allora vorremmo iniziare un piccolo percorso in tante tappe quanti sono i vizi, guardandoli in faccia uno ad uno, perché ci pare che la famiglia non ne sia immune e quando prendono piede in uno o più membri di essa, sappiamo che possono generare sofferenza a vari livelli.
Cominciamo con la superbia, visto che è considerata dai sapienti la radice di tutti i vizi. Nella sua radice etimologica c’è “super”, sopra: il superbo è colui che si sente al di sopra degli altri, più degli altri. C’è una sovrastima di sé stessi, un’autopromozione in pratica. Con la superbia l’io diventa il principio e il fine di tutto. Chi è toccato da questo vizio normalmente giudica e condanna: possiamo dire che il giudizio è la misura della superbia.

Intuiamo facilmente che nella vita di coppia, nel rapporto con i figli questa caratteristica va minare alla base ogni dinamica relazionale, perché il giudizio del superbo viene percepito costantemente come un impedimento alla relazione affettiva libera. Il superbo si reputa per natura migliore degli altri, senza difetti e limiti, tende a suscitare sensi di colpa, prevarica, svilisce inesorabilmente chi ha vicino (coniuge, figli), e questi tenderanno a sentirsi costantemente inadeguati. Egli impedisce anche ai figli di crescere con equilibrio nella loro identità maschile o femminile; i figli, infatti, tendono ad identificarsi nel genitore del loro stesso sesso, e si percepiranno sviliti a loro volta se si identificano col coniuge del superbo.

Può accadere che la superbia sia condivisa da entrambi i coniugi, si assiste allora all’idolatria della coppia verso sé stessa. Questa coppia si sente diversa da tutti gli altri, migliore, e finisce per isolarsi, o a concedersi solo a chi può meritarne la presenza e la compagnia. Il suo parlare è per lo più improntato al giudizio e alla critica.

Questo vizio va a contaminare alla radice anche il rapporto col trascendente, perché il superbo divinizza sé stesso prendendo il posto di Dio.  Il danno spirituale che arreca questo vizio è la perdita del senso del peccato, dal momento che non l’amore, bensì il proprio comportamento diventa il metro per giudicare tutto e tutti.  Il superbo tende a esigere da Dio che si comporti come lui desidera e pensa, e si adirerà con il Creatore se non otterrà ciò che ritiene giusto, tanto più che pensa di meritare quanto ha invece come dono.

Esiste una cura? Bè, la fede indica come diventare diversamente “super”. Basta non elevarsi al di sopra di tutto e tutti, Dio compreso, ma riconoscersi come semplici creature, e porsi nella condizione di chi trova gioia nel servire. Facendoci piccoli, attenti agli altri, troveremo la virtù opposta alla superbia, vale a dire l’umiltà. L’umiltà è strettamente legata all’amore, quanto più cresciamo nell’umiltà, tanto più cresciamo nell’amore e viceversa: ama di più chi perde di più, ama di più chi è più umile. Certo, questo richiede una vigilanza costante sui nostri pensieri, sulle nostre parole, sulle nostre azioni, ma questo impegno sarà ciò che ci farà vivere in gioiosa pienezza.

(fonti: Misteogrande.org; I sette vizi capitali, Dag Tessore)

martedì 29 settembre 2015

L'ombra della depressione

Safet Zec
Gli esperti dicono che il nostro contesto sociale è caratterizzato dal progresso, dal trionfo della tecnica e della scienza, ma anche, parallelamente, dall’erosione dei legami sociali, dallo spaesamento culturale e morale, dall’alienazione del lavoro e dalla dittatura del consumo ed è facile constatare come tutto ciò possa generare nelle persone una disintegrazione identitaria, quindi una fragilità di fondo che può alimentare a sua volta paure, rancori, angosce, incapacità di dare significato al dolore e, in molti casi, depressione.

Ci ha colpito il concetto di disintegrazione identitaria. E’ innegabile che molte persone edificano la propria identità su fondamenta che per svariati motivi possono crollare. Pensiamo a quanti, ad esempio, dopo aver dedicato buona parte del loro tempo e della loro vita al lavoro, magari costruendo un’impresa, hanno poi subìto un fallimento, a quel punto non solo aziendale ma anche personale. Oppure pensiamo a chi ha creduto e investito la propria esistenza in un legame affettivo, magari suggellato dal sacramento del matrimonio e dalla presenza di figli, e ha poi subìto l’abbandono, con il conseguente crollo delle certezze e dei riferimenti relazionali. E’ facile allora capire lo spaesamento, la fragilità che può trasformarsi in malessere interiore, in depressione.

Esistono tre tipi di depressione, ed è importante distinguerle, anche se ogni persona depressa ha bisogno di ascolto, di aiuto e di speranza. Ogni forma depressiva influenza in modo diverso il modo di vivere e di sentire, di essere in contatto con il mondo e con gli altri.

 Si distingue una depressione esistenziale, che svuota temporaneamente la persona di ogni interesse e iniziativa, che porta con sé tristezza e smarrimento, inaridendo gioie e speranze. È esperienza comune a molti attraversare ciclicamente questo stato d’animo, e poi superarlo. Fa parte della vita.
C’è anche la depressione motivata o reattiva, che è la risposta a una situazione dolorosa (ad esempio un lutto), e che si attenua fino a scomparire quando la causa esaurisce la sua influenza emozionale negativa e la persona trova in se stessa, come nel caso della depressione esistenziale, le risorse per recuperare la serenità e la gioia di vivere.

E infine c’è la depressione come malattia, chiamata Episodio Depressivo Maggiore, più circoscritta, che non ha motivazioni riconoscibili, ed è caratterizzata da perdita di iniziativa, inibizione del pensiero, angoscia fino al rifiuto per la vita. Quest’ultima implica il ricorso a cure specifiche, per poter essere superata.

Quando queste forme di sofferenza toccano persone vicine, diventa importante offrire un aiuto corretto e adeguato, anche ricorrendo al supporto medico, se occorre, affinché la depressione non abbia l’ultima parola, ma diventi occasione per far giungere il nostro affetto, unitamente alla nostra sollecitudine per la riconquista della salute e dell’equilibrio interiore di chi ci sta a cuore.

(fonte: Elogio della depressione, di Aldo Bonomi e Eugenio Borgna, Einaudi)

giovedì 3 settembre 2015

Tutta colpa dei social network

E’ ormai un fenomeno sociale  conclamato: lo spazio che occupano nella vita di molte persone piattaforme di connessione come Facebook, Twitter  e ora WhatsApp, oggi è sempre più ampio.  Si tratta di uno spazio temporale, anzitutto. Dedichiamo, cioè, diverse ore del giorno, della sera o della notte, a consultare siti on-line e a comunicare attraverso social network – sempre più, sottraendo tempo a relazioni significative “faccia a faccia”.   

La cosa non riguarda solo i giovani e i giovanissimi. Questo fenomeno sociale tocca anche le relazioni affettive. In effetti, non è infrequente vedere giovani coppie – ad esempio in pizzeria – che, anziché guardarsi negli occhi e comunicare come ci si aspetterebbe, hanno lo sguardo posato ciascuno sul proprio smartphone, di cui condividono di quando in quando qualche schermata, al limite commentandola brevemente.

Un nostro sondaggio informale tra oltre trenta coppie che si preparano al matrimonio quasi all'unanimità ha definito la presenza dei social network come “troppo invadete” nel loro rapporto.

Ma ben più autorevolmente di noi, alcuni studi e ricerche in ambito psicologico e sociale, condotte tra Stati Uniti e Italia, dimostrano che sempre più spesso litigi, gelosie e difficoltà relazionali, infedeltà o divorzio hanno la loro origine nell'uso, o abuso, di questi strumenti di comunicazione di massa. (fonte: Cyberpsychology, Behavior & Social Network). In Italia il 20% delle separazioni annovera tra le motivazioni un’eccessiva presenza in rete del partner e le relazioni che vi coltiva.

Pure una recente ricerca inglese dell’Università di Oxford relativa al ricorso a social network come forma di comunicazione su un campione di 24.000 coppie conferma che questi luoghi virtuali sono una delle principali cause di instabilità e crisi di coppia, perché nel mondo in rete si tende a costruire una vita parallela che può sfociare, nel caso specifico, nell'adulterio (virtuale o consumato).  


Se è vero che ormai si accarezza più volentieri lo schermo del proprio smartphone delle persone che diciamo di amare – e il fatto può riguardare indistintamente fidanzati, sposi, genitori, figli – scegliere di limitare il tempo alla navigazione on-line può diventare un vero atto d’amore!

sabato 8 agosto 2015

Torno da mammà

L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna”, canta il versetto biblico, e sembrerebbe scontato, quando si parla di matrimonio, della formazione di un nuovo legame affettivo. Quel “lasciare papà e mamma”, tuttavia, non si realizza sempre e del tutto, e quando ciò non avviene, o avviene con riserva, la coppia può entrare in crisi.

Per lasciare il proprio nucleo familiare è necessario aver sviluppato la capacità di stare in piedi con le proprie gambe; il distacco sano implica un’autonomia,  un’indipendenza (non solo economica, ma decisionale, di pensiero).

Se è così, allora i futuri suoceri sarebbero chiamati a “lasciar andare”, a riconoscere al figlio ormai adulto fiducia,  libertà, responsabilità e il rispetto per le sue scelte e decisioni, evitando quelle invasioni, imposizioni, interferenze, possessività che di fatto gli impediscono di giungere alla maturità piena. Questo può richiedere una riflessione o un cammino da parte dei genitori, se non è frutto di un loro progetto educativo di lungo corso.

Ne stiamo parlando, perché in base a recenti indagini Istat, confermate dall’Ufficio nazionale di pastorale familiare della CEI, è emerso che uno dei fattori di maggior attrito tra marito e moglie è il rapporto con le famiglie d’origine (31%), e che i fallimenti di giovani coppie dovuti a un rapporto sbagliato con mamma e papà sono in continuo aumento; quando questi ultimi – alla prima crisi di coppia dei figli – si dichiarano disposti a “riprenderli in casa”, di fatto precludono alla coppia l’occasione per tentare di superare quel momento di difficoltà, cosa che potrebbe farli crescere e rafforzare il loro rapporto (come avviene in molti casi in cui non esiste la possibilità di ritorno alla famiglia d’origine).

Sembra che l’errore relazionale più ricorrente sia la dipendenza reciproca: così ci sono figli grandi che continuano ad essere dipendenti dai genitori, ma anche viceversa (spesso i genitori si aspettano di poter mantenere le abitudini di frequentazione, anche dopo il matrimonio del figlio/a), manca in questi casi il riconoscimento di quello spazio vitale inviolabile che consentirebbe al nuovo nucleo familiare di svilupparsi e crescere in modo autonomo.

Non si tratta, quindi, di negarsi reciprocamente affetto o vicinanza,  ma di impostare (o reimpostare) il rapporto genitori-figli,  amando sì, ma con sapienza, volendo cioè il bene e la libertà dell’altro, mettendo in conto che può essere necessario il tempo per fare insieme un cammino di revisione e di guarigione, per la conquista di nuovi equilibri.

mercoledì 22 luglio 2015

L’ecologia dell’amore

E’ indubbio che sia cresciuta nel tempo – nell'opinione comune - una certa sensibilità per l’ambiente e gli esseri viventi in genere, una coscienza ecologica, potremmo dire. Di questo non si può che gioire, pur riconoscendo che in molti casi e luoghi la nostra casa comune e gli esseri che la abitano non sono ancora custoditi e rispettati come ci si aspetterebbe. Papa Francesco, nell'ultima enciclica, Laudato si’, parla di questo: del creato come dono di Dio, della radice umana della crisi ecologica, del dominio tecnocratico sulla vita delle persone e sul funzionamento della società, sull'economia, sulla politica.

Viene auspicata perciò dal Papa un’ecologia integrale, che sia ambientale, ma anche culturale, economica e sociale. E a tal proposito ci viene in mente che qualche sociologo - riconoscendo ad ogni essere vivente la necessità di un’atmosfera per poter respirare – definisce per analogia l’erosfera, quell'atmosfera cioè in cui l’amore degli sposi e della famiglia dovrebbe respirare e vivere e possibilmente crescere.

Oggi questo specifico ambiente umano, sociale e culturale, è inquinato, eroso, tanto da aver ridotto l’amore familiare all'agonia. Le cause sono molteplici: manipolazione tecnica della vita nascente (contraccezione, aborto legalizzati), pornografia, ideologia del gender, separazione dell’aspetto unitivo da quello procreativo del rapporto coniugale, invadenza della tecnologia nel quotidiano, inadeguatezza di leggi a tutela della famiglia formata da un uomo, una donna e dai loro figli.  E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Come contribuire a ripristinare una buona qualità dell’erosfera, allora?

Ce lo siamo chiesti. Ci pare che ognuno possa fare qualcosa, e a ben guardare, molti lo stanno già facendo. C’è chi prende coscienza che avere una famiglia è un dono da custodire e valorizzare, con coraggio, libertà e creatività. C’è, ad esempio, chi rinuncia alla TV, perché ritiene che non educhi, ma diseduchi; chi rinuncia ad uno standard di reddito elevato per poter  essere più presente in famiglia e avere tempo per i figli; chi spalanca le porte della propria casa accogliendo ragazzi in affido; chi si apre alla vita, scegliendo i metodi naturali; chi si adopera affinché nella scuola del proprio figlio si adottino prassi didattiche corrette e rispettose dell’orientamento educativo dei genitori; chi sceglie di donare il proprio tempo nella gratuità mettendosi a servizio di altri... anche qui, per fortuna, l’elenco sarebbe ancora lungo!



martedì 16 giugno 2015

Ero forestiero...

Quando la televisione fa del buon giornalismo, quando si mette al servizio della verità è doveroso riconoscerlo. Ci sembra sia il caso del reportage di Corrado Formigli andato in onda lunedì 15 giugno scorso su la7, all'interno della trasmissione Piazzapulita, dal titolo L’esodo,  la cui visione è disponibile su http://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/speciale-piazzapulita-crack-lesodo-16-06-2015-157331.

Si tratta di un viaggio, documentato con coraggio, nella sofferenza umana causata da guerre, ingiustizie, miseria. Le storie di tanti giovani, tante vite costrette a lasciare la propria famiglia, la propria terra senza sapere cosa riserverà loro il futuro, pensiamo non possano lasciare un sola persona indifferente. Di più, verosimilmente esse lasciano un solco profondo nell'anima, perché è immediato immaginare al loro posto uno dei nostri giovani, dei nostri figli. 

Cosa prova una madre, sapendo che il proprio figlio rischia di subire violenza, di essere incarcerato e trattato alla stregua di un animale, di morire durante il viaggio di stenti o annegato? Da cuore a cuore, non si può non partecipare a questa pena infinita e sentirne il grido interiore.

Eppure. Eppure una fetta dell’opulenta Europa, quell'Europa che spreca in maniera conclamata danaro pubblico (cfr. http://www.la7.it/piazzapulita/video/gli-sprechi-della-casta-europea-parte-1-23-09-2014-137113), fatica a farsi solidale, indurisce il cuore di fronte al dramma umano di migliaia di fratelli che hanno avuto in sorte di nascere in una zona della terra in cui è attualmente negata la speranza di vita. 

Fonte: thepostinternazionale

Nega loro - senza farne una questione di coscienza - accoglienza, condivisione degli spazi e della ricchezza. Nega di tendere la mano a chi sta chiedendo aiuto con uno sguardo di supplica e con la speranza di non essere lasciato morire. Come può la ricca Europa girare la testa dall’altra parte e pensare solo a conservare quanto rischia comunque di perdere a causa dell’egoismo, cioè la propria dignità? Anche alcune nostre realtà politiche manifestano tristemente la stessa chiusura del cuore. 


Forse per questo risuona forte nel cuore in questo tempo la Parola:”...poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti... Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. ... In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

 

martedì 26 maggio 2015

La perla in tasca

Gli sposi ne sono spesso ignari, e restano tali anche dopo anni di matrimonio. A tutt’oggi, constatiamo che c’è una scarsa consapevolezza del fatto che il sacramento del matrimonio ha in se stesso una potenza rigeneratrice dell’amore sponsale.La grazia sacramentale dona cioè agli sposi la possibilità di far risorgere la loro relazione tutte le volte che essa entra in sofferenza.

Questo non deve stupire, in ogni sacramento è Dio stesso che agisce. E ne abbiamo avuto prova alla festa di nozze a Cana di Galilea, dove Gesù, essendo finito il vino, ha tramutato l’acqua conservata in alcune giare in altrettanto vino eccellente. L’acqua è simbolo della povertà, delle difficoltà, dei peccati degli sposi, mentre il vino è simbolo del loro amore toccato dalla grazia di Dio. Ecco, Dio restituisce ad ogni coppia di sposi il loro amore perduto, provato o affievolito, trasformando quell'acqua  in vino, e un vino molto migliore del primo. (Vale la pena leggere questo brano, è nel Vangelo di Giovanni, al secondo capitolo).

Anche noi ci ritroviamo oggi – dopo aver sperimentato molte delle nostre povertà umane e dopo avergli detto in diversi momenti: Non abbiamo più vino! – un amore più forte e più vero di quello dei primi tempi. E ora abbiamo chiara la consapevolezza che il miracolo avvenuto sotto i nostri occhi e soprattutto nel nostro cuore non è un nostro merito, frutto della nostra intelligenza, o di qualche nostra capacità, ma è un Suo dono.

Possiamo anche dire che quel miracolo in questa ventina d’anni di matrimonio si è ripetuto tante, tante volte. E ogni volta l’eccellenza del vino donato ci ha lasciati senza parole.
Questa per noi è la perla che viene donata ad ogni coppia di sposi il giorno delle nozze, e ci dispiace pensare che tanti rapporti naufragano per non aver saputo chiedere: “Trasforma la nostra acqua in vino!”. Non c’è acqua che Egli non sappia trasformare in eccellente bevanda, non c’è rapporto che Egli non sappia far risorgere, non c’è ferita relazionale che Egli non possa risanare.

Il giorno delle nozze si riceve molto di più dei regali degli invitati, per questo ogni coppia di sposi dovrebbe sapere di poter vivere da ricchi, con quello gioiello preziosissimo che è la grazia del sacramento del matrimonio. Sarebbe un peccato vivere da poveri, con questa perla in tasca.

lunedì 4 maggio 2015

I limiti dell’altro

Safet Zec
Dal confronto con alcune coppie in crisi è emerso chiaramente che uno dei più alti scogli relazionali sono i limiti del partner. Per limiti intendiamo quei tratti del carattere o quelle qualità intrinseche, più o meno radicate, più o meno innate, più o meno modificabili,  che  fanno soffrire o “urtano” a tal punto, da mettere a repentaglio la stabilità e a volte l’esito del rapporto stesso.

Dov'è il punto critico, ci siamo chiesti, qual è la possibile chiave di volta che può trasformare uno scoglio insormontabile in un trampolino di lancio?
Sono tante – ci pare – le variabili in gioco in una difficoltà relazionale. Tra le variabili più incisive ci sono senz'altro l’aspettativa e l’esigenza. Chi decide di investire tutta la propria vita con una persona spesso si ritrova più o meno consciamente a proiettare su di essa una serie di aspettative, non solo per il proprio benessere affettivo e psichico, ma anche in relazione al bene della coppia stessa.

L’aspettativa però, ancor più se si trasforma progressivamente in esigenza, ha un effetto contrario rispetto a quello sperato, può cioè destabilizzare e allontanare, anziché edificare. Chi si ritrova in balia della tensione generata dall'aspettativa dell’altro, spesso si chiude in se stesso, così non “tira fuori” neanche quel poco che potenzialmente potrebbe dare.

Nella nostra limitata esperienza a riguardo – ci siamo imbattuti in alcuni limiti dell’altro, che erano (e sono ancora) quelli che ci fanno più soffrire, perché corrispondono – fatalità –  ad un nostro desiderio/bisogno profondo.

Due cose ci hanno aiutato a uscire da questa situazione di sofferenza relazionale. E’ stato importante anzitutto comprendere col cuore che i limiti che l’altro/a ha, fanno soffrire lui/lei per primo; ma ancor più è stato importante abbandonare l’esigenza – vale a dire essere stati disponibili a rinunciare per amore e di vero cuore proprio a quell’aspetto o quella aspettativa, mettendo in conto la possibilità che quel limite dell’altro potrebbe non essere mai superato.

La comprensione empatica, unita a questa rinuncia definitiva, ci hanno aiutato a creare le condizioni migliori per tentare di superare i nostri limiti, perché hanno generato uno spazio di accoglienza e di benevolenza, in cui ci sentiamo liberi di dare il meglio di noi stessi.

A distanza di tempo, constatiamo che qualche passetto da ambo le parti è stato fatto. Di quei passetti abbiamo imparato a gioire grandemente, a essere grati l’uno all’altra.

martedì 21 aprile 2015

L’ambiguità, virus del nostro tempo

Ci ha stupito apprendere che una delle caratteristiche della mentalità nel nostro tempo sia l’ambiguità, per la quale, ad esempio, due argomentazioni opposte e incongruenti possono coesistere nella nostra mente in assoluta tranquillità e indifferenza. Ci si può fare, per questo motivo, paladini del principio dell’onestà, e al contempo agire in modo disonesto, sostenuti dalla forma verbale: “Sì, ma in questo caso...

A livello collettivo, il panorama politico fornisce una chiara dimostrazione di ambiguità: vi sono politici che fanno rumorose battaglie mediatiche per difendere i valori tradizionali, mentre il loro quotidiano è caratterizzato da vistose trasgressioni, senza che questo susciti il minimo imbarazzo.

Ma anche a livello individuale, gli abbandoni dei progetti di vita, le fughe da relazioni importanti come quella di coppia o il rapporto con i figli, il declino verso una carenza morale, le contraddizioni tra il dire e il fare, il pretendere dagli altri ciò che non esigiamo da noi stessi, sono esempi e conseguenze di un tale modo di pensare, in una sorta di compromesso di integrità.
L’ambiguità è  intesa, infatti, anche come tendenza a sfuggire alla fatica delle proprie responsabilità, scambiando la frequenza statistica del fenomeno con la normalità: “Siccome così fan tanti significa che si può fare”.

E ciò che forse a noi più interessa è il fatto che l’ambiguità va a influenzare il mondo degli affetti, l’identità anche di genere, la sessualità. Intuiamo cosa può significare per la famiglia: composizioni precarie e atipiche dei nuclei familiari, procreazioni tecnologiche, allentamento delle funzioni genitoriali, con la difficoltà a imporre regole e limitazioni ai figli e a se stessi. Così possiamo trovare bambini precocissimi, che però poi non giungono mai ad una autentica maturazione e adulti con comportamenti da eterni adolescenti; padri materni che faticano a esprimere la loro funzione di depositari della regola e del limite, e madri che sfuggono alle sfide del rapporto col neonato (parti in anestesia, rinuncia all'allattamento, separazione precoce dal bambino).

Ci sembra che il rischio più grande per la famiglia, in un contesto culturale di questo tipo, sia la rinuncia alla bellezza della differenziazione, alla definizione chiara dell’identità personale e dei ruoli che competono a ciascuno: ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i figli in primis, che avrebbero bisogno, da piccoli come da grandi, di riferimenti solidi, equilibrati, affidabili per poter diventare a loro volta uomini e donne coerenti con i valori di cui sono portatori.

(fonte: L'ambiguità, di Simona Argentieri, Einaudi)

sabato 11 aprile 2015

Nella salute e nella malattia

Marc Chagall
E’ passato qualche anno, da quando abbiamo vissuto l’esperienza della mia malattia. Inaspettatamente, un tumore. Poi tutto si è concatenato con una velocità tale, da non lasciare quasi il tempo di pensare: gli esami, il ricovero, l’intervento, la convalescenza. Ci fu però il tempo per una preghiera fatta insieme, accompagnata dalla comune volontà di affidare quel momento e quella malattia a Dio, con fiducia, con abbandono, con il desiderio di accogliere tutto quello che si fosse presentato da affrontare e vivere.  E –  subito – una pace è scesa nel cuore di entrambi, che ci ha accompagnato fino alla guarigione. Di più, una comunione tra noi mai sperimentata prima.

Proprio oggi, riordinando la libreria, a Daniela è capitato tra le mani il diario tenuto in quei giorni dell’estate 2007. Rileggere oggi le mie parole  mi fa un certo effetto: “L’accoglienza di una volontà diversa dalla propria (o una realtà diversa, come la malattia) può diventare lo spazio della presenza di Dio, che sempre ci restituisce a modo suo tutto ciò che abbiamo rimesso nelle sue mani. Lasciare le proprie certezze e accogliere anche la sofferenza, la croce nella propria vita, genera un’enorme quantità di amore, un amore che avvolge tutto e tutto trasforma.”

Tre giorni dopo l’intervento: “...la malattia riesce a toglierti tutto, a impoverirti di ogni cosa, a rendere tutto insignificante: il tuo corpo, la tua forza, la tua autonomia, l’autosufficienza... La malattia può toglierti tutto, ma non l’amore, non Dio. Si spalancano, al contrario, orizzonti infiniti, dove ciò che conta è il sentimento di comunione, che oltre a stabilire una relazione nuova con gli altri, è arricchito della presenza di Dio”.

Anche oggi è stata un’esperienza da “malato”, che mi ha aperto uno spiraglio su questo stato della persona. Oggi ho percepito chiaramente come nella psicologia di alcuni il “malato” e la “malattia” siano la stessa cosa: un fastidio, con conseguente perdita di qualsiasi sguardo sull'uomo. Ma ho incontrato anche l’umanità, la gentilezza e la disponibilità di tanti...”.

Al ritorno a casa: “Ringrazio il Signore per la vicinanza di tante persone, e per la tua presenza, Daniela, il tuo dono incondizionato, il tuo essere sposa fino in fondo. Spero che questa comunione così forte e profonda che stiamo vivendo, questa intima vicinanza, non venga travolta dalla normalità”.

Guardando indietro, poi di fatto ci sono stati momenti in cui quella comunione straordinaria è stata sepolta da tante cose, ma da quella esperienza di malattia (da quella dis-grazia, che in realtà si è rivelata una grazia) abbiamo imparato qual è l’unica vera fonte della nostra comunione. Sta a noi attingervi.

martedì 31 marzo 2015

La destrutturazione della famiglia

Se fino a qualche tempo fa l’ordine naturale della famiglia, intesa come frutto dell’alleanza coniugale, vedeva a un certo punto i figli lasciare i genitori per formarne una di propria, oggi questo ordine si è invertito: sempre più spesso sono i genitori ad andarsene, per costituirsi una nuova realtà familiare, lasciando ricadere il peso di questa scelta sulle spalle dei figli, costretti a diventare di colpo adulti.

Come se nella parabola del figlio prodigo, fosse stato il padre ad andarsene in un paese lontano portandosi via l’eredità, lasciando a casa i figli da soli, che sperano di vederlo tornare.
Come si è giunti a una tale inversione antropologica? Gli esperti dicono che i motivi sono tanti e complessi. E noi non facciamo fatica a crederlo.

Constatiamo come la realtà della famiglia sia colpita da diversi venti di dottrina, supportati da legislatori compiacenti, tendenti a sminuirne il valore in quanto tale. Di fatto, la cultura contemporanea è caratterizzata dalla destrutturazione, dalla frammentazione, dalla separazione di tutti i legami dell’ambito familiare: separazione tra coniugi, tra genitori e figli, allontanamento tra fratelli. Si creano poi frequentemente complesse reti generate da nuovi legami affettivi, che difficilmente, però, rendono la crescita di un bambino o di un adolescente equilibrata e serena.

Nemmeno il ruolo materno e quello paterno sono più facilmente definibili, come un tempo: vi sono infatti - dalla prima fecondazione in vitro e il primo dono di ovocita - madri d’intenzione (che cresceranno i bambini), madri genetiche (che donano l’ovocita) e madri surrogate, e, specularmente, padri d’intenzione, padri genetici e padri legali (per la legge non più indispensabile). Come potranno i figli di domani, riconoscere le loro radici,  delineare la propria identità basata sulle fondamenta familiari? (per approfondire questa riflessione è utile il testo di Olivier Bonnewijn, Genitori all’indomani del divorzio, ed. Messaggero di Padova).

Anche solo pensando a questo, riconosciamo qual è il compito e la responsabilità di ogni coppia che decida di accogliere e donare al mondo una nuova vita: il compito educativo ha in sé una matrice sacra, poiché Gesù ha detto: “Chi accoglie questo bambino nel mio nome, accoglie me” (Lc 9,48)

Crediamo che ciascuno di noi, con le proprie scelte quotidiane,  possa contribuire a custodire, edificare e far crescere la realtà della famiglia, consapevoli di essere in controtendenza, ma anche di diffondere luce e speranza intorno a noi. Custodire la famiglia equivale, di fatto, a fare scelte che manifestano un amore autentico, libero da egoismi e interessi personali, capace di mettere al primo posto il bene dei figli e di coloro che ci sono affidati.

martedì 10 marzo 2015

Questi nostri giovani e il loro disagio

Sarà perché ormai abbiamo una certa età, sarà che siamo genitori, di fatto ormai non riusciamo a non guardare i giovani e sentirli tutti un po’ figli, e sentire per ognuno di loro una partecipazione empatica al loro vissuto, a ciò che provano, specialmente quando si percepisce che nel loro profondo abita la sofferenza.

Si parla da tempo di disagi e devianze dei giovani. I sociologi e gli psicologi hanno le loro chiavi di lettura, i loro parametri interpretativi che certo possono aiutare a capire i giovani di oggi. Rispetto ad epoche precedenti,  le nuove generazioni hanno accesso  ad un alto grado di istruzione, godono di  standard di benessere e salute altrettanto elevati, eppure praticano comportamenti lesivi dell’integrità psicofisica  sempre più preoccupanti. Pensiamo al consumo di droghe e alcool, in crescita, anche tra i pre-adolescenti.

Perché? Vien da pensare che il disagio dei giovani abbia una radice di natura morale, capace di incidere sul loro modo di concepire e vivere la loro libertà,  anche se buona parte delle analisi socio-psicologiche si sganciano dal livello morale del problema e si limitano a descriverne gli effetti. Questo però, a nostro parere,  rischia di ridurci a semplici spettatori del dramma che tanti ragazzi vivono.

Non siamo noi genitori, e più  in generale noi adulti, chiamati a educare, a trasmettere alle nuove generazioni quelle norme morali - anzitutto la capacità di discernere ciò che è oggettivamente bene e ciò che è male - che costituirebbero i pilastri su cui edificare la loro esistenza?

L’onda relativista ha travolto il senso del vero, del buono e del bello in tanti ragazzi, diventa allora importante aiutarli a recuperare questi valori, perché possano vivere la vera libertà, che consiste, non nell'assecondare qualsiasi desiderio e impulso, ma  nel poter scegliere il bene, e perseguirlo. In questo soltanto possono trovare felicità e realizzazione piena.

martedì 17 febbraio 2015

Perché perdonare?

Dire che tutti sbagliamo prima o poi, perché siamo poveri esseri umani, sembra un’ovvietà. E nessuno sarebbe disposto ad affermare  – conseguentemente – di poter esigere la perfezione da qualcun altro. Ulteriore passaggio di questo sillogismo dovrebbe essere la disponibilità a perdonare l’imperfezione dell’altro, vale a dire il suo errore, dal momento che anche noi, in quanto umani e ”fallibili”, necessitiamo di perdono. Eppure...

Eppure tanti rapporti finiscono progressivamente per sgretolarsi nel momento in cui scivolano fuori da questa logica d’amore, all'interno della quale la misericordia potrebbe essere il collante relazionale.

Sia all'interno del rapporto di coppia, che in quello con i figli (ma in generale questo vale per tutti i rapporti), avere coscienza che chi ho davanti non sarà in grado di sostenere le mie aspettative, almeno nel medio e lungo periodo, e che, proprio come me, è persona in cammino - con le sue fatiche, le sue debolezze, le sue povertà - può aiutare ad avere uno sguardo d’amore autentico su chi vive accanto a noi.

Ci sembra che il vero amore non possa mancare di questa dimensione del perdono. Per esperienza personale, le  volte che ci siamo alternativamente perdonati, ci siamo al contempo anche ridati vita, perché l’errore in cui si può cadere, senza un abbraccio accogliente che faccia risollevare lo sguardo, può altrimenti schiacciare e tenere a terra, negando la speranza di un nuovo inizio.

Rembrandt, Il figlio prodigo
Resta comunque sempre difficile perdonare, qualcuno dice, impossibile senza un aiuto dall'alto.  E poi non tutti gli errori sono uguali, e certi torti subiti lasciano ferite indelebili. Tutto vero. E` anche vero, però, che dare il perdono e sentirsi perdonati equivale ad amare e sentirsi amati.  Di fatto, in ogni famiglia sono innumerevoli le occasioni per chiedere e donare il perdono: farne esperienza non equivale soltanto a fare esperienza di amore, ma spalanca le porte alla realtà ancor più sublime della misericordia di Dio, per cui perdonare porta a sperimentare la dolcezza del Suo abbraccio di Padre.

mercoledì 28 gennaio 2015

L’urgente bisogno di paternità


Papa Francesco insiste su questo punto. Nella società attuale, a prescindere dalle latitudini, i bambini e i giovani stanno soffrendo a causa della latitanza – a volte fisica e reale, altre volte riflessa o intermittente – della figura paterna. Alla base di questo problema, dai tanti risvolti e dalle tante conseguenze nella vita presente e futura dei figli, pare ci sia la labilità del profilo dell’identità del padre, che si rivela sempre più liquida.

Nel contesto culturale attuale i papà faticano ad esercitare il ruolo che spetta loro da che mondo è mondo: essere cioè trasmettitori dei principi, dei valori, delle regole di vita che costituiscono le colonne portanti, le basi su cui poggerà l’esistenza dei loro figli.

I padri moderni depongono le loro armi educative,  preferendo il ruolo di amiconi alla pari per i propri figli (magari sullo stesso social network) di compagni di gioco, divenendo così figure marginali dentro la famiglia dal momento non avanza loro del tempo per stare con i figli, vuoi per il lavoro, vuoi per i loro interessi personali.

E la conseguenza è che i figli si sentono poco o per nulla amati e considerati, senza una guida sicura e salda, insomma, si sentono orfani di padre, abbandonati a loro stessi, pur disponendo in molti casi di tanti oggetti, danaro, possibilità di divertimento.

I figli del nostro tempo sono ricchi di cose, dunque, ma poveri di amore. La ricerca di compensazioni, a volte pericolose,  al di fuori del contesto familiare per molti è inevitabile. Non solo. L’assenza della figura paterna, e la contemporanea massiva presenza della figura materna, non aiuta a edificare nel figlio/nella figlia una identità di genere definita ed equilibrata.

Ci sembra allora importante che in famiglia ciascuno aiuti l’altro a diventare ciò che è chiamato ad essere: le mamme possono sostenere i papà nel loro compito specifico, e viceversa: tutti beneficeranno dei frutti di questa felice scelta, a partire dai figli.

giovedì 8 gennaio 2015

Il nostro matrimonio e il povero

A pensarci, sono già passati oltre vent'anni, da quel 12 novembre 1993, quando - nella Chiesa di Cristo Re di Bolzano - ci siamo sposati.
Della nostra abissale diversità abbiamo già detto molto, ma ancora non abbiamo detto nulla su un desiderio che ci ha unito fin dal principio: che il povero ci fosse compagno di vita, come metro di misura nelle nostre scelte, come  termometro della nostra fede e della nostra carità.

Ricordo che poco tempo prima di sposarci, io, Daniela, avevo letto il libro di Teresa di Lisieux, Storia di un’anima, nel quale la santa descrive come abbia voluto invitare Gesù nel giorno della sua professione religiosa – le sue nozze – desiderandolo come ospite speciale.

Così in cuor mio, anch'io ho espresso lo stesso desiderio, che è poi diventato preghiera che più o meno era questa: “Vieni Gesù, vieni alle nostre nozze. Vieni, sii tu il Re della nostra casa. Vieni e resta con noi per tutto il tempo che ci darai da vivere insieme. Renditi presente nella nostra vita, specialmente nei momenti di difficoltà. Non puoi mancare, sei ufficialmente invitato”.

Venne il giorno tanto atteso. Era piuttosto presto, perché il nostro desiderio era di sposarci all'alba, così da entrare in chiesa col buio e uscire con la luce. I parenti però avevano protestato, allora anziché alle 6.00 ci siamo sposati alle 9.30. Pazienza.

Arrivando con la macchina davanti alla Chiesa, vedemmo che il padre domenicano che avrebbe celebrato le nostre nozze stava discutendo animatamente con un giovane di strada che aveva dormito su dei cartoni sul sagrato della chiesa. Probabilmente era lì dalla notte precedente. Il sacerdote voleva soltanto che gli sposi trovassero tutto in ordine, ma ho visto quel povero ho pensato: “Signore, sei venuto!” Così sono corsa incontro ai due, pregando il sacerdote di lasciar stare e quel giovane di non andare via.
Lui sorrise e rimase per tutto il tempo della celebrazione, non so se dentro o fuori dalla Chiesa.
A Messa finita, comunque, era ancora lì. Ci fece gli auguri e ci baciò.
Fummo molto contenti della sua presenza. Con sorpresa degli invitati, lo invitammo a restare anche per il piccolo rinfresco.
Quel giovane fu certamente ignaro di incarnare l’ospite d’onore, di essere Presenza di Gesù.
Tra le foto di quel giorno purtroppo lui non si vede, sono però ben visibili i suoi cartoni, che aveva appoggiato al muro di fianco alla chiesa.

Ripensando a quell'incontro per noi speciale, credo che il Signore abbia voluto dirci: “Se volete la mia presenza, cercatemi nel povero. Non dimenticatevi di lui e io non mi dimenticherò di voi.. Servitemi nel povero,e io provvederò a voi in ogni vostra necessità”.

A distanza di un paio di decenni, possiamo dire che il Signore è rimasto fedele alla sua promessa, e noi desideriamo in cuor nostro continuare a riconoscerlo in ogni povero che incrocia il nostro cammino.