giovedì 27 novembre 2014

La nostra sofferenza agli occhi di Dio

Non esiste famiglia che non si ritrovi prima o poi faccia a faccia con il dolore.  La sofferenza dentro una famiglia può avere molti volti: quello di un figlio che non arriva, quello della scomparsa di un genitore o della perdita del lavoro, quello di una malattia grave o di una conflittualità interna senza tregue, quello di una dipendenza o quello di un tradimento.

Ciò che fa la differenza è però il modo in cui una famiglia sceglie di affrontare quel dolore. C’è chi reagisce chiudendosi in se stesso, isolandosi  e lasciando soli anche gli altri membri, in quel caso il dolore divide, allontana, generando l’ulteriore sofferenza della solitudine.

Ma un dolore si può affrontare anche insieme, in tal caso unisce, trasformandosi in forza, coraggio, generosità, amore diffusivo. L’abbiamo sperimentato: anni fa, nel 2007 per l’esattezza, la sofferenza ha bussato alla nostra porta: la diagnosi inaspettata di tumore al fegato per uno di noi due. Abbiamo scelto di vivere ogni fase di quella prova insieme, affidando tutto a Dio: la nostra vita, l’esito dell’operazione, le eventuali conseguenze, tutto. Mai abbiamo sperimentato un’unione tanto forte tra noi, mai abbiamo sentito tanto saldo il sostegno dall'Alto, che si è tradotto in pace interiore, assenza di paura o angoscia, serenità e un più profondo amore reciproco.

Ci sembra di aver capito che la sofferenza può avere volti diversi, ma in tutti i casi può assumere una particolare forma: quella della croce di Cristo.
Se al di fuori della dimensione di fede, il dolore è solo assurdità, torto subìto, mancanza di senso e può generare conseguentemente angoscia e rabbia - agli occhi di Dio ha un valore infinito e - nella misura in cui glielo consegniamo – quel dolore va a unirsi a quello di Suo Figlio sulla croce, acquisendo così un'efficacia redentiva, per la salvezza non solo nostra, ma di altri fratelli che Lui associa alla nostra esistenza.

Ogni disgrazia può trasformarsi allora in grazia, benedizione, vita nuova, ancor più se chi soffre sente  l'affetto, la solidarietà, la vicinanza nella preghiera e la compartecipazione di chi ha accanto. Il farsi prossimo con chi soffre sarà allora segno visibile e tangibile dell'amore stesso di Dio.

giovedì 20 novembre 2014

La purezza come scelta

Ci capita, durante l’anno, di fare qualche intervento, nella nostra diocesi o in qualche altra, all'interno dei percorsi in preparazione al matrimonio cristiano – quelli che un tempo si chiamavano corsi per fidanzati - affrontando qualche tematica o portando semplicemente la nostra testimonianza di vita di sposi.

E’ interessante notare come, nel corso del tempo, la composizione dei gruppi di aspiranti sposi cristiani sia andata modificandosi sensibilmente: se fino a qualche anno fa le coppie erano per lo più giovani e, in alcuni casi, con una scelta di purezza alle spalle, oggi incontriamo sempre più spesso coppie già conviventi, anche da anni, alcune di queste con figli, e altre già sposate civilmente.

Crediamo che tutto ciò per il Signore, che sigillerà quelle unioni con il Sacramento del matrimonio, non costituisca problema. Crediamo però anche fermamente che la scelta di due persone di seguire un percorso di castità prematrimoniale ponga le migliori premesse per accogliere la grazia che questo sacramento veicola. E con gioia constatiamo che ci sono giovani coppie che fanno questa scelta, non facile ma assai feconda.

Non abbiamo potuto fare a meno di trattare questo “spinoso” argomento con i nostri figli: la purezza come scelta, ben consapevoli che gran parte della proposta mediatica dedicata ai giovani ha un’impostazione diametralmente opposta.
Come genitori e adulti sentiamo il dovere di trasmettere ai giovani il valore di vivere l’affettività e la sessualità nel rispetto di se stessi e degli altri,  senza banalizzazioni, svendite e approcci consumistici.

Ci sembra fondamentale non abdicare su questo importante fronte educativo.

Constatiamo giornalmente che i giovani sono bombardati dalla stupidità, dalla volgarità, dalla pornografia, che trovano a piene mani a partire dai programmi e canali a loro dedicati, per non parlare del web. Sempre più giovani, comunque, stanno comprendendo il senso profondo e il valore positivo di una scelta che è senza dubbio coraggiosa e controcorrente, ma che  proietta in verticale l'autostima, contrariamente a tante altre scelte distruttive o svilenti.
Ecco una delle tante testimonianze a riguardo che circola sul web: pensiamo valga la pena ascoltare la storia di Jason e Crystalina:

https://www.youtube.com/watch?v=zMFeMq643xY

Non è il caso, almeno per noi genitori ed educatori, e aggiungiamo sacerdoti, di dimostrare lo stesso coraggio, se non parlando della bellezza e del valore della purezza, quanto meno fornendo ai giovani un illuminato senso critico su questo argomento?


giovedì 6 novembre 2014

Omogenitorialità?

La recente trascrizione contra legem nel Registro di Roma, effettuata dal sindaco Ignazio Marino, del matrimonio (contratto all'estero) di 16 coppie omosessuali, e il conseguente avvallo di tale gesto da parte della Presidente della Camera Boldrini, ci costringono a riflettere su un tema verosimilmente correlato a tale evento: l’omogenitorialità.

Per omogenitorialità si intende il diritto di adottare bambini da parte di una coppia gay. Questo  tema è portato avanti dalle solite lobbies GLBT che si adoperano strenuamente per la diffusione dell’ideologia del gender; il fatto che attualmente le adozioni siano un diritto delle sole coppie formate da un uomo e una donna viene da esse presentato come una discriminazione inaccettabile.

I sostenitori di tale “diritto” vantano una documentazione - che definiscono scientifica e di “considerevole mole” - che è in realtà alquanto scarna (si tratta di 9 studi con campioni esigui) lacunosa (non vengono rispettate le più elementari norme che garantiscono un rigore scientifico e quelle adottate invalidano gli studi presentati, perché si parte da una tesi costruendone i paradigmi, anziché giungervi successivamente allo studio) e tendenziosa (è stata redatta da persone direttamente coinvolte nel problema). Non solo. Le citate lobbies, e chi si fa paladino delle loro cause, ignorano e screditano volutamente gli studi psicologici documentati sugli effetti negativi nello sviluppo psico-fisico dei bambini cresciuti da coppie omosessuali.

Eppure non può che esser doveroso prendere coscienza delle possibili implicazioni di una tale scelta nella vita  della persona adottata, a partire dalla sua infanzia.  L’Associazione statunitense Medici Pediatri (American College of Pediatricians) ha assunto una posizione decisamente critica a riguardo, sottolineando che l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali “produce danni irreparabili alla società, alla famiglia e ai bambini”.

Ulteriori ricerche infatti, accreditate dal punto di vista del rigore scientifico  (cfr. Regnerus sull’Elsevier’s Social Science Research e lo studio di Loren Marks, dell’Università della Louisiana), attestano, tra le altre cose, che la popolazione omosessuale ha un’incidenza maggiore di depressione, ansia e abuso di sostanze rispetto alla popolazione generale; che i figli di coppie gay sviluppano un orientamento omosessuale; che la famiglia formata da un padre e da una madre conviventi è la miglior condizione in cui i figli possono crescere.

(fonti: L’omogenitorialità, ovvero l’adozione omosessuale, di M. Gandolfini e R. Marchesini, La Biblioteca della Manif; Voglio la mamma, di Mario Adinolfi, Ed. Youcanprint)

Stupisce quanto il dibattito ideologico e politico sorvoli sui bisogni dei più piccoli, sul loro bene, sul loro futuro, in una cieca ottusità che va contrastata ovunque possibile.