martedì 9 settembre 2014

Cosa uccide un amore?


Marc Chagall
Vediamo naufragare e disgregarsi tante coppie intorno a noi, con triste frequenza. Ci capita di essere testimoni di tutto il carico di sofferenze che ogni rottura di rapporto implica. Allora ce lo siamo chiesti: cos’è che conduce un amore alla fine?
Consapevoli che ogni storia è a sé, e che generalizzare sarebbe un madornale errore, tuttavia qualche risposta l’abbiamo trovata. Qualche costante tra tante variabili ci pare che esista.
Viviamo in una cultura dominata da alcune convinzioni che possono rivelarsi distruttive per un legame affettivo, anche il più inossidabile.

Da un lato c’è l’ideologia del Nuovo, secondo la quale la nostra felicità e la nostra piena realizzazione risiedono in ciò che ancora non abbiamo (auto, iPhone, abito, amici, partner). Il bene non è mai quello che si ha, è sempre un’altra cosa, e quella diventa automaticamente l’oggetto del nostro desiderio. Questa ideologia - alimentata con scopo primario di mantenere il mercato e i consumi - oltre a generare dei consumatori modello, ha finito per distruggere migliaia di rapporti. In quest’ottica, che è un inganno, un legame familiare, un rapporto sponsale, dopo un certo tempo è destinato a risultare noioso perché obsoleto, quindi si va in cerca del Nuovo.

E’ diffusa parallelamente un’altra convinzione, parimenti illusoria, secondo cui amore e desiderio sono due cose separate, non compatibili. In questo Freud ha avuto la sua responsabilità.  E’ chiaro che se le due cose vengono scisse, dopo l’innamoramento (in cui i due aspetti si fondono e confondono) guarderemo al nostro matrimonio, alla famiglia, o meglio al nostro partner come l’oggetto/soggetto del nostro amore, ma non più del nostro desiderio. A quel punto si può essere spinti a cercare un altro oggetto/ soggetto del desiderio (l’amante spesso ha questa funzione).

C’è poi la mentalità libertina, che ci fa credere che ogni lasciata è persa, che niente è destinato ormai a durare, che la fedeltà non può esistere per tutta la vita.

Anche la mentalità  individualistica che sfocia invariabilmente nell'egocentrismo non costruisce certo la coppia: l'altro/a mi serve per alimentare la mia immagine positiva, la mia gratificazione, il mio bisogno, praticamente il partner viene  “usato”  e ridotto ad una presenza solo funzionale.

Ci verrebbe da dire, anzi da gridare a qualsiasi giovane coppia che voglia impegnarsi in un progetto comune definitivo che non dovrebbe farsi ingannare da queste false convinzioni. L’amore, se coltivato, curato, può durare, eccome, e la felicità può esser trovata dentro la ripetizione dei gesti nel quotidiano, i quali, se fatti con amore, diventano sempre nuovi. Dipende dal cuore che ci mettiamo.
Amore e piacere possono coesistere, durare e crescere nel tempo; l’amore non è un consumo avido, può invece essere dono per l’altro. Voler amare per primi, volere la felicità dell’altro prima che la mia. E’ questo che fa la differenza, è questo che trasforma una variabile nella costante dell'eterno.

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