giovedì 25 settembre 2014

Di mamma ce n’è una sola (prima parte)

Se è vero che la figura del padre è essenziale nella vita futura del figlio, quella della madre è indubbiamente altrettanto significativa: essa è colei che trasmette le virtù, la capacità di relazionarsi con gli altri e di amare, nella misura in cui sussistono le condizioni perché ciò avvenga.

Ma questo non accade sempre e comunque: è facile intuire che se la madre ha una personalità problematica, il figlio porterà su di sé i segni indelebili del suo condizionamento negativo. Assodato che non esistono madri perfette, e che non è questo che costituisce problema, esistono di fatto tanti modi di esprimere la maternità, che corrispondono ad altrettante influenze e ripercussioni sulla prole.

Accanto a migliaia di madri che portano avanti il loro ruolo con amore, responsabilità, impegno, frutto di una relazione con il figlio fatta magari di alti e bassi, ma che comunque farà di lui un adulto in equilibrio, vi sono anche madri che, faticando a gestire se stesse, non possono che riversare sul figlio il loro dolore, le loro paure o le loro fragilità.

Secondo Marina Valcarenghi, psicanalista, autrice di Mamma non farmi male: ombre della maternità, edito da Mondadori, esistono tra queste le madri totali, istrioniche, ansiose, nere, assenti, depresse, vittime, isteriche. Ciascuna di esse si rapporta al figlio in maniera diversa, con risvolti differenti nella vita della sua creatura.

La madre totale, ad esempio, è colei che identifica la propria esistenza con la maternità ed è capace di rinunciare a tutto (lavoro, amicizie, interessi, anche il marito passa in secondo piano) per i propri figli, i quali fanno molta fatica a liberarsi da questa madre “piovra” che tende a soffocarli con le proprie richieste e rivendicazioni. Spesso le figlie idealizzano questo tipo di madre o finiscono per scappare da lei, mentre i maschi soffrono per la scarsa presenza del padre e conseguentemente possono sviluppare incertezze sulla propria identità sessuale o finiscono per avere rapporti problematici con le donne.

Altro tipo di madre è quella istrionica, che tende ad attirare costantemente l’attenzione su di sé, scivola spesso nel giovanilismo, mettendo i figli in imbarazzo con i suoi atteggiamenti stravaganti e maliziosi.

Le madri ansiose ai giorni nostri sono più numerose di altre. Sono quelle, ad esempio, che si catapultano dal medico per disturbi, anche insignificanti, del proprio figlio. E’ come se quasi avessero perso, o non si fidassero del loro istinto, che porta normalmente a riconoscere i bisogni del bambino e a gestirli con equilibrio. I figli della mamma ansiosa spesso sono tristi, sfiduciati, apatici, perché il messaggio che ricevono costantemente da lei è: Mi preoccupo tanto per te, perché non sei capace come gli altri di cavartela da solo.

Continua…

mercoledì 17 settembre 2014

Quando il padre non c’è

Non abbiamo mai scordato quelle due frasi: “Il dono più grande che può fare un padre al proprio figlio è amare sua madre” e  specularmente “Il dono più grande che una madre che può fare al proprio figlio è amarne il padre”.

E’ innegabile che per un bambino l’amore dei genitori sia motivo di felicità ed equilibrio interiore. Anche i nostri figli, quando da piccoli ci vedevano abbracciati, come fanno tanti bambini da che mondo è mondo, venivano a incastrarsi letteralmente in mezzo a noi, in un evidente moto di gioia. L’amore dei genitori edifica interiormente i figli, perché è la base su cui va a fondarsi la loro identità. La consapevolezza che la loro esistenza è frutto del rapporto tra mamma e papà diventa la sorgente della loro fiducia, l’ancora interiore a cui aggrapparsi nei momenti difficili, il porto sicuro che è sempre lì, pronto ad accoglierli.

Ma cosa può succedere quando quel rapporto si sgretola sotto i loro occhi? Come si modifica l’immagine interiore del loro io che sta tentando di prendere forma? Dove andranno a ricercare il porto sicuro perduto? Nel momento in cui una madre e un padre si lasciano il mondo interiore del loro figlio, prima ancora che quello esteriore (necessariamente messo sottosopra), vede sconvolgere i consueti e naturali riferimenti. Quando un rapporto d’amore si interrompe gli eventuali figli restano, nella maggioranza dei casi, con la madre e il padre finisce spesso per diventare una figura intermittente, che muta la propria funzione. Da educatori passano ad essere semplici intrattenitori, abdicando rispetto al proprio ruolo centrale di trasmettitori della Legge, vale a dire di quelle regole che saranno i riferimenti valoriali del figlio per tutta la vita. Certo, non sempre è così.

Quando però il padre diventa il grande assente nella vita dei figli le conseguenze possono essere anche gravi.

Una recente ricerca statunitense ha dimostrato che i bambini provenienti da famiglie senza padre rappresentano il:
90% di tutti i bambini senza dimora e in fuga.
85% di tutti i bambini che esibiscono i disordini del comportamento.
80% dei violentatori motivati da “dislocamento della rabbia”.
71% delle adolescenti incinte.
75% di tutti i pazienti adolescenti presso i centri per abuso di droghe.
85% di tutta la gioventù che risiede in prigione.
63% dei suicidi giovanili.
(Fonte: http://sarahbaratella.tumblr.com )

Questo triste elenco riguarda la società americana, tuttavia pensiamo che la valenza e l’importanza della figura del padre nella vita di una persona sia universale e prescinda da collocazioni spazio-territoriali e contesti culturali. Ecco perché desideriamo sottolinearne e  valorizzarne il ruolo e dire ad ogni padre: “Sei importante nella società e ancor più, sei fondamentale nella vita dei tuoi figli!”

martedì 9 settembre 2014

Cosa uccide un amore?


Marc Chagall
Vediamo naufragare e disgregarsi tante coppie intorno a noi, con triste frequenza. Ci capita di essere testimoni di tutto il carico di sofferenze che ogni rottura di rapporto implica. Allora ce lo siamo chiesti: cos’è che conduce un amore alla fine?
Consapevoli che ogni storia è a sé, e che generalizzare sarebbe un madornale errore, tuttavia qualche risposta l’abbiamo trovata. Qualche costante tra tante variabili ci pare che esista.
Viviamo in una cultura dominata da alcune convinzioni che possono rivelarsi distruttive per un legame affettivo, anche il più inossidabile.

Da un lato c’è l’ideologia del Nuovo, secondo la quale la nostra felicità e la nostra piena realizzazione risiedono in ciò che ancora non abbiamo (auto, iPhone, abito, amici, partner). Il bene non è mai quello che si ha, è sempre un’altra cosa, e quella diventa automaticamente l’oggetto del nostro desiderio. Questa ideologia - alimentata con scopo primario di mantenere il mercato e i consumi - oltre a generare dei consumatori modello, ha finito per distruggere migliaia di rapporti. In quest’ottica, che è un inganno, un legame familiare, un rapporto sponsale, dopo un certo tempo è destinato a risultare noioso perché obsoleto, quindi si va in cerca del Nuovo.

E’ diffusa parallelamente un’altra convinzione, parimenti illusoria, secondo cui amore e desiderio sono due cose separate, non compatibili. In questo Freud ha avuto la sua responsabilità.  E’ chiaro che se le due cose vengono scisse, dopo l’innamoramento (in cui i due aspetti si fondono e confondono) guarderemo al nostro matrimonio, alla famiglia, o meglio al nostro partner come l’oggetto/soggetto del nostro amore, ma non più del nostro desiderio. A quel punto si può essere spinti a cercare un altro oggetto/ soggetto del desiderio (l’amante spesso ha questa funzione).

C’è poi la mentalità libertina, che ci fa credere che ogni lasciata è persa, che niente è destinato ormai a durare, che la fedeltà non può esistere per tutta la vita.

Anche la mentalità  individualistica che sfocia invariabilmente nell'egocentrismo non costruisce certo la coppia: l'altro/a mi serve per alimentare la mia immagine positiva, la mia gratificazione, il mio bisogno, praticamente il partner viene  “usato”  e ridotto ad una presenza solo funzionale.

Ci verrebbe da dire, anzi da gridare a qualsiasi giovane coppia che voglia impegnarsi in un progetto comune definitivo che non dovrebbe farsi ingannare da queste false convinzioni. L’amore, se coltivato, curato, può durare, eccome, e la felicità può esser trovata dentro la ripetizione dei gesti nel quotidiano, i quali, se fatti con amore, diventano sempre nuovi. Dipende dal cuore che ci mettiamo.
Amore e piacere possono coesistere, durare e crescere nel tempo; l’amore non è un consumo avido, può invece essere dono per l’altro. Voler amare per primi, volere la felicità dell’altro prima che la mia. E’ questo che fa la differenza, è questo che trasforma una variabile nella costante dell'eterno.

lunedì 1 settembre 2014

Narcisismo e vita di coppia

 Non è infrequente oggigiorno che anche un rapporto di coppia possa reggersi su basi narcisistiche. Spesso il narcisista si accompagna a una persona con un’autostima piuttosto bassa, la quale è attratta dall'immagine esteriore di sicurezza che il narcisista sfoggia di sé. Il partner di quest’ultimo manifesta esigenze emotive ed affettive assai modeste, è di solito una persona accondiscendente, che si accontenta di rivestire un ruolo secondario, si ritaglia ristretti ambiti decisionali e accetta di subire l’arroganza e le umiliazioni del narcisista per quieto vivere. E’ portata soprattutto ad alimentare la vanità del narciso, possibilmente guardandosi bene dal criticarlo, se non vuole saggiare la sua ira e il suo spietato e repentino allontanamento affettivo.

Ci pare di capire che questo tipo relazione amorosa tiene nel tempo, se il partner del narcisista riesce a ricavare delle gratificazioni esterne alla coppia, nel lavoro, nel rapporto coi figli, se ci sono, nei rapporti di amicizia o nella coltivazione di qualche hobby; ma nel lungo periodo, se il rapporto non evolve, o meglio, se il narcisista non cresce nel fargli spazio, il partner cadrà in forme depressive o compensative dovute anche al senso di solitudine che si ritrova a dover sopportare.

Ecco perché nel rapporto di coppia ci sembra importante aiutarsi a crescere, per poter tendere e muoversi verso la stessa meta, che può essere un equilibrio relazionale in cui non ci sono primi e secondi, vittime e carnefici, chi si impone e chi subisce, o chi ama e chi si lascia solo amare.

Se pensiamo alla nostra storia di coppia, anche noi siamo partiti da punti assai distanti, e le nostre alterità, compreso il narcisismo che a fasi alterne ha caratterizzato entrambi, creavano un abisso tale che prima di ritrovarci quanto meno sulla stessa strada c’è voluto diverso tempo.

Ora che camminiamo nella stessa direzione, solo ora possiamo davvero sentirci “pari” dentro il nostro rapporto, perché finalmente l’uno ammette di aver bisogno dell’altro con umiltà e non ci più lasciamo soli in quel lavorio interiore costituito dal riconoscimento dei propri limiti e dal tentativo di superarli. Ci son voluti quasi vent’anni, forse perché siamo teste durette …