giovedì 18 dicembre 2014

Benigni, i telespettatori e i 10 comandamenti

Chissà le facce, ci siamo detti. Chissà le facce di chi fa televisione e fino a ieri era ancora convinto che agli italiani non si potessero propinare altro che programmi dai contenuti vacui, di intrattenimento banale o raramente edificante, i cui soli titoli sono già – a nostro parere – un insulto all'intelligenza. Qualche esempio ? Techetechete, La papera non fa l’eco... ma lasciamo stare.

Il programma su Rai 1 I dieci comandamenti - con Benigni come unico intrattenitore e una scenografia che era un inno alla sobrietà - ha superato ogni più rosea aspettativa sugli ascolti: un numero considerevole di telespettatori (oltre dieci milioni) ha dimostrato che gli italiani non solo non sono ipodotati - come tanti programmi televisivi credono di poter dimostrare con le loro proposte all'insegna di superficialità, volgarità, assenza di contenuti - ma apprezzano e ricercano la profondità, la riflessione, il senso.

Chissà che per intercessione del saggio Benigni non si compia ora un secondo miracolo, e cioè - che a partire dall'esperienza di questo suo programma - chi di dovere prenda coscienza che una proposta televisiva può contemplare un intrattenimento di spessore, senza bisogno di ricorrere alla povertà dei dialoghi e delle battute e/o all'esibizione ormai trita e ritrita delle solite signorine svestite e ammiccanti, perché da troppo tempo tutto ciò offende l’intelligenza e la dignità degli adulti,  oltre a far gran danno alla mente dei più piccoli, che inglobano modelli, stili e comportamenti che non educano né edificano.

Grazie allora Benigni, che il Signore ti benedica.

giovedì 27 novembre 2014

La nostra sofferenza agli occhi di Dio

Non esiste famiglia che non si ritrovi prima o poi faccia a faccia con il dolore.  La sofferenza dentro una famiglia può avere molti volti: quello di un figlio che non arriva, quello della scomparsa di un genitore o della perdita del lavoro, quello di una malattia grave o di una conflittualità interna senza tregue, quello di una dipendenza o quello di un tradimento.

Ciò che fa la differenza è però il modo in cui una famiglia sceglie di affrontare quel dolore. C’è chi reagisce chiudendosi in se stesso, isolandosi  e lasciando soli anche gli altri membri, in quel caso il dolore divide, allontana, generando l’ulteriore sofferenza della solitudine.

Ma un dolore si può affrontare anche insieme, in tal caso unisce, trasformandosi in forza, coraggio, generosità, amore diffusivo. L’abbiamo sperimentato: anni fa, nel 2007 per l’esattezza, la sofferenza ha bussato alla nostra porta: la diagnosi inaspettata di tumore al fegato per uno di noi due. Abbiamo scelto di vivere ogni fase di quella prova insieme, affidando tutto a Dio: la nostra vita, l’esito dell’operazione, le eventuali conseguenze, tutto. Mai abbiamo sperimentato un’unione tanto forte tra noi, mai abbiamo sentito tanto saldo il sostegno dall'Alto, che si è tradotto in pace interiore, assenza di paura o angoscia, serenità e un più profondo amore reciproco.

Ci sembra di aver capito che la sofferenza può avere volti diversi, ma in tutti i casi può assumere una particolare forma: quella della croce di Cristo.
Se al di fuori della dimensione di fede, il dolore è solo assurdità, torto subìto, mancanza di senso e può generare conseguentemente angoscia e rabbia - agli occhi di Dio ha un valore infinito e - nella misura in cui glielo consegniamo – quel dolore va a unirsi a quello di Suo Figlio sulla croce, acquisendo così un'efficacia redentiva, per la salvezza non solo nostra, ma di altri fratelli che Lui associa alla nostra esistenza.

Ogni disgrazia può trasformarsi allora in grazia, benedizione, vita nuova, ancor più se chi soffre sente  l'affetto, la solidarietà, la vicinanza nella preghiera e la compartecipazione di chi ha accanto. Il farsi prossimo con chi soffre sarà allora segno visibile e tangibile dell'amore stesso di Dio.

giovedì 20 novembre 2014

La purezza come scelta

Ci capita, durante l’anno, di fare qualche intervento, nella nostra diocesi o in qualche altra, all'interno dei percorsi in preparazione al matrimonio cristiano – quelli che un tempo si chiamavano corsi per fidanzati - affrontando qualche tematica o portando semplicemente la nostra testimonianza di vita di sposi.

E’ interessante notare come, nel corso del tempo, la composizione dei gruppi di aspiranti sposi cristiani sia andata modificandosi sensibilmente: se fino a qualche anno fa le coppie erano per lo più giovani e, in alcuni casi, con una scelta di purezza alle spalle, oggi incontriamo sempre più spesso coppie già conviventi, anche da anni, alcune di queste con figli, e altre già sposate civilmente.

Crediamo che tutto ciò per il Signore, che sigillerà quelle unioni con il Sacramento del matrimonio, non costituisca problema. Crediamo però anche fermamente che la scelta di due persone di seguire un percorso di castità prematrimoniale ponga le migliori premesse per accogliere la grazia che questo sacramento veicola. E con gioia constatiamo che ci sono giovani coppie che fanno questa scelta, non facile ma assai feconda.

Non abbiamo potuto fare a meno di trattare questo “spinoso” argomento con i nostri figli: la purezza come scelta, ben consapevoli che gran parte della proposta mediatica dedicata ai giovani ha un’impostazione diametralmente opposta.
Come genitori e adulti sentiamo il dovere di trasmettere ai giovani il valore di vivere l’affettività e la sessualità nel rispetto di se stessi e degli altri,  senza banalizzazioni, svendite e approcci consumistici.

Ci sembra fondamentale non abdicare su questo importante fronte educativo.

Constatiamo giornalmente che i giovani sono bombardati dalla stupidità, dalla volgarità, dalla pornografia, che trovano a piene mani a partire dai programmi e canali a loro dedicati, per non parlare del web. Sempre più giovani, comunque, stanno comprendendo il senso profondo e il valore positivo di una scelta che è senza dubbio coraggiosa e controcorrente, ma che  proietta in verticale l'autostima, contrariamente a tante altre scelte distruttive o svilenti.
Ecco una delle tante testimonianze a riguardo che circola sul web: pensiamo valga la pena ascoltare la storia di Jason e Crystalina:

https://www.youtube.com/watch?v=zMFeMq643xY

Non è il caso, almeno per noi genitori ed educatori, e aggiungiamo sacerdoti, di dimostrare lo stesso coraggio, se non parlando della bellezza e del valore della purezza, quanto meno fornendo ai giovani un illuminato senso critico su questo argomento?


giovedì 6 novembre 2014

Omogenitorialità?

La recente trascrizione contra legem nel Registro di Roma, effettuata dal sindaco Ignazio Marino, del matrimonio (contratto all'estero) di 16 coppie omosessuali, e il conseguente avvallo di tale gesto da parte della Presidente della Camera Boldrini, ci costringono a riflettere su un tema verosimilmente correlato a tale evento: l’omogenitorialità.

Per omogenitorialità si intende il diritto di adottare bambini da parte di una coppia gay. Questo  tema è portato avanti dalle solite lobbies GLBT che si adoperano strenuamente per la diffusione dell’ideologia del gender; il fatto che attualmente le adozioni siano un diritto delle sole coppie formate da un uomo e una donna viene da esse presentato come una discriminazione inaccettabile.

I sostenitori di tale “diritto” vantano una documentazione - che definiscono scientifica e di “considerevole mole” - che è in realtà alquanto scarna (si tratta di 9 studi con campioni esigui) lacunosa (non vengono rispettate le più elementari norme che garantiscono un rigore scientifico e quelle adottate invalidano gli studi presentati, perché si parte da una tesi costruendone i paradigmi, anziché giungervi successivamente allo studio) e tendenziosa (è stata redatta da persone direttamente coinvolte nel problema). Non solo. Le citate lobbies, e chi si fa paladino delle loro cause, ignorano e screditano volutamente gli studi psicologici documentati sugli effetti negativi nello sviluppo psico-fisico dei bambini cresciuti da coppie omosessuali.

Eppure non può che esser doveroso prendere coscienza delle possibili implicazioni di una tale scelta nella vita  della persona adottata, a partire dalla sua infanzia.  L’Associazione statunitense Medici Pediatri (American College of Pediatricians) ha assunto una posizione decisamente critica a riguardo, sottolineando che l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali “produce danni irreparabili alla società, alla famiglia e ai bambini”.

Ulteriori ricerche infatti, accreditate dal punto di vista del rigore scientifico  (cfr. Regnerus sull’Elsevier’s Social Science Research e lo studio di Loren Marks, dell’Università della Louisiana), attestano, tra le altre cose, che la popolazione omosessuale ha un’incidenza maggiore di depressione, ansia e abuso di sostanze rispetto alla popolazione generale; che i figli di coppie gay sviluppano un orientamento omosessuale; che la famiglia formata da un padre e da una madre conviventi è la miglior condizione in cui i figli possono crescere.

(fonti: L’omogenitorialità, ovvero l’adozione omosessuale, di M. Gandolfini e R. Marchesini, La Biblioteca della Manif; Voglio la mamma, di Mario Adinolfi, Ed. Youcanprint)

Stupisce quanto il dibattito ideologico e politico sorvoli sui bisogni dei più piccoli, sul loro bene, sul loro futuro, in una cieca ottusità che va contrastata ovunque possibile.

venerdì 17 ottobre 2014

Quale identità di genere?

Se ne parla sempre più spesso, specie in relazione al problema delle tante scuole italiane che - in forza dell’azione voluta dal Governo tramite il Dipartimento delle pari opportunità, sotto il nome di “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere - hanno fatto propri gli indirizzi di programma sulla formazione sessuale dei nostri figli secondo la cosiddetta teoria del gender, cavalcando la pur giusta motivazione della lotta contro il bullismo e della discriminazione, come cita il carteggio. 

Chi si prende la briga di leggere l’intero protocollo che fissa gli Standard per l’Educazione Sessuale in Europa (http://www.lamanifpourtous.it/sitehome/wp-content/uploads/2013/11/OMS-Standard-per-l%E2%80%99Educazione-Sessuale-in-Europa-.pdf), si rende immediatamente conto che vi sono contemplate iniziative didattiche che non esitiamo a definire turpi. Si tratta di vera e propria corruzione di minori, di profanazione sistematica dell’innocenza infantile, tutto in nome di un’emancipazione e di una libertà auto-determinante, che mira a scavalcare e a sostituirsi all’autorità dei genitori in fatto di educazione all'affettività, alla sessualità e al concetto di famiglia.

Di fatto, siamo nel pieno di un’ imposizione ideologica forzata e forzosa (che qualcuno definisce dittatoriale, dal momento che non è stato raccolto alcun previo consenso e condivisione) totalmente slegata dalla comune concezione scientifica, giuridica e sociale dell’essere uomo e donna, maschio e femmina. 

Come si è arrivati a questo? La gendercrazia è stata promulgata e finanziata dalle lobbies GBLT (acronimo di Gay, Bisessuale, Lesbica, Transessuale), rappresentative di sparuti ma determinati gruppi di persone che operano, attraverso meccanismi legislativi, per sdoganare, rispetto alla sessualità, i concetti di biologia e di norma, smantellando la distinzione tra ciò che è fisiologia (natura), patologia e devianza. 

La teoria del gender mira insomma a orientare pesantemente la cultura attuale, affermando che l’identità di genere è un mero fatto culturale, frutto opzionale di una scelta soggettiva.

L’aspetto più emblematico è che il gender afferma per l’individuo il primato del desiderio, delle pulsioni (senza specificare quali, quindi, indistintamente verso: donna, uomo, feticcio, animale, bambino, oggetto qualsiasi, cadavere, ecc.) trasformandoli in diritti, senza valutarne il contenuto e le conseguenze. Intuiamo la gravità di uno sganciamento di tale approccio da qualsivoglia connotazione etica e morale!

Il gender – ma non solo - gioca molto sulla distorsione dei termini e del loro significato, per orientare il pensiero comune. E’ da un pezzo che l’opinione pubblica viene ingannata con questo escamotage per anestetizzare le coscienze rispetto ad azioni e scelte vitali. Qualche esempio? Così come l’aborto, la fecondazione in vitro e la contraccezione vengono chiamati diritti riproduttivi, o l’eutanasia diritto alla salute, adesso il sostenere la famiglia naturale diventa omofobia o trasfobia. E che la teoria del gender poggi su basi ingannevoli l’ha provato un comico norvegese. L’avete visto il suo video? 


martedì 14 ottobre 2014

Il per sempre in amore

Nel web ogni tanto ne spunta qualcuna, come astro luminoso. Sono le storie di persone che si sono scelte, hanno deciso di mettere la propria vita l’uno nelle mani dell’altra, e a questo impegno non sono mai venute meno. Fino alla fine dei loro giorni.

Come Don e Maxine Simpson, uniti dal sacramento del matrimonio, durato 62 anni, e che neanche la morte ha separato, giacché sono spirati, mano nella mano, lo stesso giorno, o come Les e Helen Brown, rimasti insieme 75 anni, che hanno lasciato questa terra entrambi nel giro di due giorni. Una storia analoga arriva dalla Toscana, e chissà quante altre storie d’amore ci sarebbero da raccontare, come storie di fedeltà, di eternità, potremmo dire.

Il per sempre, in amore, dunque può esistere.  E non crediamo sia una felice fatalità, pensiamo piuttosto sia un atto di volontà, anzitutto. Perché nella vita di due sposi giorno dopo giorno, anno dopo anno, si alternano sole e pioggia, caldo e gelo, amore e apparente non amore, vicinanza e distanza, tuttavia se nella coppia entrambi scelgono di guardare nella stessa direzione, la stessa meta, e di camminare insieme - costi quel che costi - quell'amore non può che essere benedetto, e conseguentemente dare vita fino alla fine.

Questo è l’augurio che facciamo ad ogni coppia, in special modo a quelle che hanno da poco deciso di intraprendere questo meraviglioso viaggio insieme, che è il matrimonio!

giovedì 2 ottobre 2014

Di mamma ce n'è una sola (seconda parte)

Tra i vari tipi di madre che lasciano un’impronta problematica nei figli, c’è senz'altro la madre “nera”. Si identifica con quella che pensa sempre in negativo, rimugina sui suoi fallimenti e spegne ogni gioia e creatività del proprio figlio, giudicando sfavorevolmente anche i suoi successi. E’ facile intuire che i suoi figli si sentono costantemente inadeguati e insicuri, e tendono a pensare di non essere mai stati amati. Se i figli crescendo non reagiscono in maniera vitale, recuperando la fiducia in se stessi, percepiranno un costante velo di malinconia e tristezza, percependo se stessi come parte lesa dalla vita.

Le madri assenti, invece, rifiutano il compito di crescere e di accudire i propri figli tendendo a delegare a figure sostitutive il ruolo che spetterebbe a loro in quanto tali. In qualche modo fuggono dalla maternità, spesso per un senso di colpa e di inadeguatezza. I loro figli finiscono per considerarsi un ingombro senza valore, sviluppando così una profonda insicurezza.

Le madri depresse poi faticano a trovare in se stesse le energie sufficienti per occuparsi dei propri figli, che ne ereditano spesso la malinconia e un senso di inutilità e abbandono. Spesso essi faticano a sviluppare interessi e passioni, rischiando di condurre una vita piatta, senza gioia, faticosa dal punto di vista relazionale; nelle figlie può nascere una fortissima dipendenza dalla mamma, mentre i maschi diventano precocemente adulti per aiutarla, oppure restano estremamente infantili.

La madre vittima fa del lamento la sua regola di vita, mendica commiserazione e protezione dai propri figli, che si sforzano di assumerne e compensarne i limiti, ritrovandosi così ad invertire il ruolo genitore-figlio. Da ciò può nascere uno schiacciante senso di colpa nel figlio, per non essere riuscito mai davvero ad aiutarla completamente. Sono tra coloro che nel tempo tendono a sviluppare dipendenze da alcool e droghe.

La madre isterica è quella che si altera per un nonnulla, ha sbalzi d’umore improvvisi, aggredisce i figli con rimproveri esagerati per motivi banali, terrorizzandoli. Questi figli vivono così nella paura costante e nell'incertezza tendendo a sviluppare una diffidenza verso tutti e le loro azioni sono modellate sul senso di colpa.

Aggiungeremmo, a questa lista della dottoressa Marina Valcarenghi, la madre “faccio tutto io”. E’ colei che assume tutti i compiti della famiglia, specie quelli che spetterebbero ai figli, impedendo loro di compiere quei passi di crescita verso una sana autonomia (questo dovrebbe essere il compito di ogni genitore). Istintivamente, evitano ogni sforzo, sofferenza e fatica ai propri figli, che – in questo modo - rischiano di diventare persone passive, senza iniziativa, pigre e con un costante atteggiamento di esigenza verso gli altri.

In cuor nostro - a prescindere dal tipo di madre che una donna si ritrova ad essere - crediamo che ciascuna abbia le potenzialità per crescere assieme ai propri figli, per migliorare, per riscattarsi. Per esperienza personale sappiamo che ogni figlio è pronto ad accogliere una mamma quando questa riconosce i propri limiti, ne chiede perdono con umiltà e cerca di superarli con la buona volontà. Anzi, è un’utile scuola di vita, per un figlio, imparare e capire che la perfezione non è di questo mondo, e che ha invece grande valore il desiderio, accompagnato dall'impegno fattivo, di essere migliori ogni giorno.
Nella vita faranno altrettanto.

giovedì 25 settembre 2014

Di mamma ce n’è una sola (prima parte)

Se è vero che la figura del padre è essenziale nella vita futura del figlio, quella della madre è indubbiamente altrettanto significativa: essa è colei che trasmette le virtù, la capacità di relazionarsi con gli altri e di amare, nella misura in cui sussistono le condizioni perché ciò avvenga.

Ma questo non accade sempre e comunque: è facile intuire che se la madre ha una personalità problematica, il figlio porterà su di sé i segni indelebili del suo condizionamento negativo. Assodato che non esistono madri perfette, e che non è questo che costituisce problema, esistono di fatto tanti modi di esprimere la maternità, che corrispondono ad altrettante influenze e ripercussioni sulla prole.

Accanto a migliaia di madri che portano avanti il loro ruolo con amore, responsabilità, impegno, frutto di una relazione con il figlio fatta magari di alti e bassi, ma che comunque farà di lui un adulto in equilibrio, vi sono anche madri che, faticando a gestire se stesse, non possono che riversare sul figlio il loro dolore, le loro paure o le loro fragilità.

Secondo Marina Valcarenghi, psicanalista, autrice di Mamma non farmi male: ombre della maternità, edito da Mondadori, esistono tra queste le madri totali, istrioniche, ansiose, nere, assenti, depresse, vittime, isteriche. Ciascuna di esse si rapporta al figlio in maniera diversa, con risvolti differenti nella vita della sua creatura.

La madre totale, ad esempio, è colei che identifica la propria esistenza con la maternità ed è capace di rinunciare a tutto (lavoro, amicizie, interessi, anche il marito passa in secondo piano) per i propri figli, i quali fanno molta fatica a liberarsi da questa madre “piovra” che tende a soffocarli con le proprie richieste e rivendicazioni. Spesso le figlie idealizzano questo tipo di madre o finiscono per scappare da lei, mentre i maschi soffrono per la scarsa presenza del padre e conseguentemente possono sviluppare incertezze sulla propria identità sessuale o finiscono per avere rapporti problematici con le donne.

Altro tipo di madre è quella istrionica, che tende ad attirare costantemente l’attenzione su di sé, scivola spesso nel giovanilismo, mettendo i figli in imbarazzo con i suoi atteggiamenti stravaganti e maliziosi.

Le madri ansiose ai giorni nostri sono più numerose di altre. Sono quelle, ad esempio, che si catapultano dal medico per disturbi, anche insignificanti, del proprio figlio. E’ come se quasi avessero perso, o non si fidassero del loro istinto, che porta normalmente a riconoscere i bisogni del bambino e a gestirli con equilibrio. I figli della mamma ansiosa spesso sono tristi, sfiduciati, apatici, perché il messaggio che ricevono costantemente da lei è: Mi preoccupo tanto per te, perché non sei capace come gli altri di cavartela da solo.

Continua…

mercoledì 17 settembre 2014

Quando il padre non c’è

Non abbiamo mai scordato quelle due frasi: “Il dono più grande che può fare un padre al proprio figlio è amare sua madre” e  specularmente “Il dono più grande che una madre che può fare al proprio figlio è amarne il padre”.

E’ innegabile che per un bambino l’amore dei genitori sia motivo di felicità ed equilibrio interiore. Anche i nostri figli, quando da piccoli ci vedevano abbracciati, come fanno tanti bambini da che mondo è mondo, venivano a incastrarsi letteralmente in mezzo a noi, in un evidente moto di gioia. L’amore dei genitori edifica interiormente i figli, perché è la base su cui va a fondarsi la loro identità. La consapevolezza che la loro esistenza è frutto del rapporto tra mamma e papà diventa la sorgente della loro fiducia, l’ancora interiore a cui aggrapparsi nei momenti difficili, il porto sicuro che è sempre lì, pronto ad accoglierli.

Ma cosa può succedere quando quel rapporto si sgretola sotto i loro occhi? Come si modifica l’immagine interiore del loro io che sta tentando di prendere forma? Dove andranno a ricercare il porto sicuro perduto? Nel momento in cui una madre e un padre si lasciano il mondo interiore del loro figlio, prima ancora che quello esteriore (necessariamente messo sottosopra), vede sconvolgere i consueti e naturali riferimenti. Quando un rapporto d’amore si interrompe gli eventuali figli restano, nella maggioranza dei casi, con la madre e il padre finisce spesso per diventare una figura intermittente, che muta la propria funzione. Da educatori passano ad essere semplici intrattenitori, abdicando rispetto al proprio ruolo centrale di trasmettitori della Legge, vale a dire di quelle regole che saranno i riferimenti valoriali del figlio per tutta la vita. Certo, non sempre è così.

Quando però il padre diventa il grande assente nella vita dei figli le conseguenze possono essere anche gravi.

Una recente ricerca statunitense ha dimostrato che i bambini provenienti da famiglie senza padre rappresentano il:
90% di tutti i bambini senza dimora e in fuga.
85% di tutti i bambini che esibiscono i disordini del comportamento.
80% dei violentatori motivati da “dislocamento della rabbia”.
71% delle adolescenti incinte.
75% di tutti i pazienti adolescenti presso i centri per abuso di droghe.
85% di tutta la gioventù che risiede in prigione.
63% dei suicidi giovanili.
(Fonte: http://sarahbaratella.tumblr.com )

Questo triste elenco riguarda la società americana, tuttavia pensiamo che la valenza e l’importanza della figura del padre nella vita di una persona sia universale e prescinda da collocazioni spazio-territoriali e contesti culturali. Ecco perché desideriamo sottolinearne e  valorizzarne il ruolo e dire ad ogni padre: “Sei importante nella società e ancor più, sei fondamentale nella vita dei tuoi figli!”

martedì 9 settembre 2014

Cosa uccide un amore?


Marc Chagall
Vediamo naufragare e disgregarsi tante coppie intorno a noi, con triste frequenza. Ci capita di essere testimoni di tutto il carico di sofferenze che ogni rottura di rapporto implica. Allora ce lo siamo chiesti: cos’è che conduce un amore alla fine?
Consapevoli che ogni storia è a sé, e che generalizzare sarebbe un madornale errore, tuttavia qualche risposta l’abbiamo trovata. Qualche costante tra tante variabili ci pare che esista.
Viviamo in una cultura dominata da alcune convinzioni che possono rivelarsi distruttive per un legame affettivo, anche il più inossidabile.

Da un lato c’è l’ideologia del Nuovo, secondo la quale la nostra felicità e la nostra piena realizzazione risiedono in ciò che ancora non abbiamo (auto, iPhone, abito, amici, partner). Il bene non è mai quello che si ha, è sempre un’altra cosa, e quella diventa automaticamente l’oggetto del nostro desiderio. Questa ideologia - alimentata con scopo primario di mantenere il mercato e i consumi - oltre a generare dei consumatori modello, ha finito per distruggere migliaia di rapporti. In quest’ottica, che è un inganno, un legame familiare, un rapporto sponsale, dopo un certo tempo è destinato a risultare noioso perché obsoleto, quindi si va in cerca del Nuovo.

E’ diffusa parallelamente un’altra convinzione, parimenti illusoria, secondo cui amore e desiderio sono due cose separate, non compatibili. In questo Freud ha avuto la sua responsabilità.  E’ chiaro che se le due cose vengono scisse, dopo l’innamoramento (in cui i due aspetti si fondono e confondono) guarderemo al nostro matrimonio, alla famiglia, o meglio al nostro partner come l’oggetto/soggetto del nostro amore, ma non più del nostro desiderio. A quel punto si può essere spinti a cercare un altro oggetto/ soggetto del desiderio (l’amante spesso ha questa funzione).

C’è poi la mentalità libertina, che ci fa credere che ogni lasciata è persa, che niente è destinato ormai a durare, che la fedeltà non può esistere per tutta la vita.

Anche la mentalità  individualistica che sfocia invariabilmente nell'egocentrismo non costruisce certo la coppia: l'altro/a mi serve per alimentare la mia immagine positiva, la mia gratificazione, il mio bisogno, praticamente il partner viene  “usato”  e ridotto ad una presenza solo funzionale.

Ci verrebbe da dire, anzi da gridare a qualsiasi giovane coppia che voglia impegnarsi in un progetto comune definitivo che non dovrebbe farsi ingannare da queste false convinzioni. L’amore, se coltivato, curato, può durare, eccome, e la felicità può esser trovata dentro la ripetizione dei gesti nel quotidiano, i quali, se fatti con amore, diventano sempre nuovi. Dipende dal cuore che ci mettiamo.
Amore e piacere possono coesistere, durare e crescere nel tempo; l’amore non è un consumo avido, può invece essere dono per l’altro. Voler amare per primi, volere la felicità dell’altro prima che la mia. E’ questo che fa la differenza, è questo che trasforma una variabile nella costante dell'eterno.

lunedì 1 settembre 2014

Narcisismo e vita di coppia

 Non è infrequente oggigiorno che anche un rapporto di coppia possa reggersi su basi narcisistiche. Spesso il narcisista si accompagna a una persona con un’autostima piuttosto bassa, la quale è attratta dall'immagine esteriore di sicurezza che il narcisista sfoggia di sé. Il partner di quest’ultimo manifesta esigenze emotive ed affettive assai modeste, è di solito una persona accondiscendente, che si accontenta di rivestire un ruolo secondario, si ritaglia ristretti ambiti decisionali e accetta di subire l’arroganza e le umiliazioni del narcisista per quieto vivere. E’ portata soprattutto ad alimentare la vanità del narciso, possibilmente guardandosi bene dal criticarlo, se non vuole saggiare la sua ira e il suo spietato e repentino allontanamento affettivo.

Ci pare di capire che questo tipo relazione amorosa tiene nel tempo, se il partner del narcisista riesce a ricavare delle gratificazioni esterne alla coppia, nel lavoro, nel rapporto coi figli, se ci sono, nei rapporti di amicizia o nella coltivazione di qualche hobby; ma nel lungo periodo, se il rapporto non evolve, o meglio, se il narcisista non cresce nel fargli spazio, il partner cadrà in forme depressive o compensative dovute anche al senso di solitudine che si ritrova a dover sopportare.

Ecco perché nel rapporto di coppia ci sembra importante aiutarsi a crescere, per poter tendere e muoversi verso la stessa meta, che può essere un equilibrio relazionale in cui non ci sono primi e secondi, vittime e carnefici, chi si impone e chi subisce, o chi ama e chi si lascia solo amare.

Se pensiamo alla nostra storia di coppia, anche noi siamo partiti da punti assai distanti, e le nostre alterità, compreso il narcisismo che a fasi alterne ha caratterizzato entrambi, creavano un abisso tale che prima di ritrovarci quanto meno sulla stessa strada c’è voluto diverso tempo.

Ora che camminiamo nella stessa direzione, solo ora possiamo davvero sentirci “pari” dentro il nostro rapporto, perché finalmente l’uno ammette di aver bisogno dell’altro con umiltà e non ci più lasciamo soli in quel lavorio interiore costituito dal riconoscimento dei propri limiti e dal tentativo di superarli. Ci son voluti quasi vent’anni, forse perché siamo teste durette …

lunedì 25 agosto 2014

Narcisi si nasce o di diventa?

Narciso, Caravaggio
Pare, dunque, che le manifestazioni e gli atteggiamenti narcisistici corrispondano a pratiche sociali assai diffuse e siano facilmente identificabili nel contesto quotidiano: si tratta di comportamenti che rimandano al mito di Narciso - innamorato perdutamente della propria immagine, rappresenta coloro che amano solo se stessi e sono per questo incapaci di far spazio agli altri dentro di sé – e che sono normali, nel corso dello sviluppo di un individuo, e si manifestano soprattutto nell’età dell’adolescenza. Tutto nella norma, dunque. Certo poi bisogna riconoscere che l’adolescenza nella nostra società ha un’onda lunga, supera cioè anagraficamente di molto la fascia d’età convenzionale, per cui in una famiglia possono coesistere figli adolescenti e genitori con atteggiamenti adolescenziali, con i risvolti problematici e diseducativi che possiamo immaginare.

Non vogliamo certo addentrarci in quello che è quel vero e proprio disturbo narcisistico della personalità (DNP), che individua elementi precisi e in forma radicata, come la convinzione di essere speciali e superiori agli altri per qualità e capacità, un senso esagerato di importanza,  la mancanza di empatia verso gli altri, la richiesta eccessiva di ammirazione, l’invidia, proiezioni esagerati di successo, fascino, potere, atteggiamenti arroganti e presuntuosi, e che rappresenta quindi una patologia clinica.

Ci sembrano però degni di interesse i comportamenti narcisistici dentro la famiglia, perché svelarne le dinamiche forse può aiutare a non farsi dominare da essi e ad avere, gli uni sugli altri, uno sguardo di bene.

Oggi si riscontra un’educazione e un’induzione al narcisismo, verosimilmente inconsapevole, da parte dei genitori nei confronti dei propri figli. Le madri in questo hanno spesso un ruolo focale, nel momento in cui alimentano in vari modi nel figlio un’immagine di sé non corrispondente alla realtà, con proiezioni di aspettative che spesso arrivano a “deformarlo” interiormente.
Si parla in questo caso di madri narcisiste. Sono donne che considerano i propri figli come l’orgoglio di cui vantarsi, hanno normalmente grandi ambizioni su di loro e presentano ed esibiscono i figli come i loro “gioielli”.
Spesso i figli di questo tipo di madre si sentono obbligati a fare scelte che però non corrispondono ai loro desideri più profondi e conducono una vita solo apparentemente appagante, che però li rende profondamente insoddisfatti. La madre narcisista esercita di fatto una forte violenza sui propri figli perché non ne riconosce il diritto a essere diversi da come lei li vuole.
I figli di madri narcisiste diventano spesso narcisisti a loro volta: sviluppano una concetto distorto di amore, che per loro è solo condizionato, e da qui nasce la convinzione di non poter essere amati per quello che sono veramente, con conseguenze prevedibili nella loro vita affettiva in generale.
Anche i padri possono essere narcisisti. Sono uomini spesso di successo, egocentrici, che generano nel figlio due tipi di atteggiamento: di emulazione, per diventarne simile, o di forte conflittualità, per ridurlo a sembianze più umane e accessibili e per sentirsi finalmente amato da lui.

Il  narcisista manifesta in generale, sia in casa che fuori, atteggiamenti spiccatamente orientati ad esibire ed affermare se stesso, per ottenere ammirazione e plauso. Non risulta simpatico, in questo, merita però, specie se si tratta di un figlio adolescente, uno sguardo più profondo ed empatico, perché esiste in lui un contraltare interiore, caratterizzato da fragilità, paura del confronto, ipersensibilità e sentimenti di inferiorità.
Può apparire paradossale, questa duplice facciata, ma non deve stupire, giacché ognuno di noi è un concentrato di dicotomie, che contribuiscono a renderci unici e inimitabili, proprio come il narcisista afferma di sé, e giustamente, se non fosse che gli elementi che lui identifica come distintivi rispetto agli altri, non sono gli stessi che istintivamente gli riconoscono gli altri.

Forse quel che possiamo fare, è cercare con umiltà e pazienza di ricondurre il narcisista che abbiamo davanti o dentro alla verità di sé, mostrandogli le sue vere qualità, facendogli capire che è stimabile e amabile, senza bisogno di essere grandioso, senza bisogno di essere altro da sé.

Continua…

martedì 19 agosto 2014

Selfie, social network e narcisismo

Di recente abbiamo trascorso una giornata al lago di Braies, località altoatesina di straordinaria bellezza. Merita indubbiamente qualche foto, ci siamo detti, e ci ha colpito il fatto che eravamo quasi gli unici a fotografare il lago e non noi stessi con sfondo lago: sarà stato un caso, ma quel giorno ci siamo imbattuti in decine di persone che scattavano selfie in ogni dove. Un unico signore, oltre a noi, a un certo punto si è fermato, ha messo a fuoco l’obiettivo e ha scattato qualche foto al paesaggio.
Questo semplice frangente ci ha fatto ragionare su una pratica sociale così diffusa come il selfie, foto scattata a se stessi in genere con smartphone, tablet o fotocamera e condivisa su un social network.

I sociologi affermano che i selfie sono una tipica manifestazione dell’atteggiamento narcisistico che oggi sembra imperare nella nostra società. E non riguarda solo gli adolescenti, perché anche gli adulti non ne sono immuni. Certo, la valenza attribuita e la frequenza degli autoscatti possono variare da soggetto a soggetto, ma in generale il selfie corrisponde alla ricerca di una gratificazione derivante dall’ammirazione per se stessi e per le proprie azioni. Il fatto che i selfie non rimangano nella dimensione privata ma vengano resi pubblici, pare corrisponda al desiderio di approvazione degli altri, espressa dalla richiesta dei “mi piace”.

Abbiamo scoperto che già si parla di “sindrome da #selfie”, sia per la vastità del fenomeno, che per la sua frequenza. Già esistono diverse ricerche svolte in ambito accademico che attestano che un uso eccessivo di social network può portare allo sviluppo di diverse patologie psichiche, la più diffusa delle quali è il disturbo narcisistico della personalità (DPN).

Nel libro iDisorder, di Larry Rosen, vengono elencati una serie di disturbi del comportamento causati dall’essere always-on attraverso i vari strumenti tecnologici di cui si dispone. L’aspetto più interessante di questa ricerca è che molti fruitori di Facebook utilizzano il social network per manovrare la percezione di se stessi agli occhi degli altri, attraverso la condivisione di commenti, stati, foto e selfie appunto, in una sorta di autopromozione. Pare non sia importante che l’immagine di sé “pubblicata” corrisponda alla realtà e a ciò che davvero si è, si prova e si sta vivendo, l’importante è ottenere approvazione e stima.
(Fonte http://compassunibo.wordpress.com/)

Pensando agli adolescenti e ai giovani, ci chiediamo se il percepire maggior affetto, stima e considerazione dalle persone che sono loro vicine, a partire dai loro familiari, potrebbe fare la differenza, se ciò potrebbe distoglierli da questa ricerca di approvazione sul web, che a volte pare esagerata, altre volte disperata...

Continua…

domenica 10 agosto 2014

Preghiera e consumo

Safet Zec
Qualche giorno fa il Papa ha scritto su Twitter: “Auguro ad ogni famiglia di riscoprire la preghiera domestica: questo aiuta anche a capirsi e perdonarsi”.

Certo, nell’era del consumismo, nell’ideologia di mercato la famiglia per essere ben integrata e omologata deve soprattutto guadagnare e spendere, deve consumare. Il suo tempo non può essere dedicato ad altro, neppure quello libero. Bella sfida allora, quella che propone il Papa. Sì, perché oggi vogliono farci credere che la preghiera, il tempo dedicato ad essa non è un valore, non ha senso, non può esistere come espressione di libertà e vettore unitivo con Dio e tra chi prega insieme. Eppure Gesù l’ha promesso: “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Dal momento che l’ha detto, significa che è vero. E non è solo roba da preti, suore e vecchiette. Noi sempre l’abbiamo sperimentato. Non solo nella Messa, o in altri momenti di preghiera comunitari, ma anche come coppia, come famiglia.
Nel nostro semplice vissuto quotidiano, abbiamo percepito quanto e come il tempo dedicato alla preghiera sia squisitamente alto, tutt’altro che vuoto, tutt’altro che infecondo.

Abbiamo cominciato con qualche preghiera nota a entrambi, poi pian piano abbiamo conosciuto la potenza del rosario, la bellezza della preghiera spontanea, del grazie a tavola, dell’intercessione per chi è nel bisogno e nella sofferenza. Tutto questo ha in sé una forza che unisce, che aiuta a conoscersi, e sì, anche a perdonarsi. Oggi, in casa, non c’è difficoltà che non sia sostenuta e superata con la preghiera, non c’è gioia che non generi un grazie rivolto verso l’alto.

Safet Zec
Forse per tante famiglie può essere uno scoglio difficile, quello della preghiera comune. A pensarci, ci si fa molti meno problemi a dire e dirsi cose di cui poi ci si può pentire, che non a pregare insieme. Del resto pregare è un linguaggio, e se non lo abbiamo ancora imparato, può essere necessario un po’ di tempo e un po’ di pazienza per acquisirlo. La cosa bella è che è sempre possibile iniziare, e che ogni famiglia può trovare il suo stile di preghiera. Basta partire dalla consapevolezza comune che Gesù è sempre pronto ad ascoltarci ad accoglierci, a rendersi presente in mezzo a noi. Gesù è persona viva, sensibile, presente. Soprattutto, è misericordioso.

Ci sono coppie che iniziano la giornata con un Padre Nostro abbracciati, ce ne sono altre che la sera dicono il rosario e lasciano liberi i figli di unirsi a loro, ci sono famiglie che pregano a tavola prima di mangiare,  altre coppie pregano prima di dormire spontaneamente affidando a Dio le loro preoccupazioni, i figli, il mondo.

E voi, che stile di preghiera adottate o adottereste? Qualsiasi fosse, non abbiamo dubbi che avreste di che smentire l’ideologia del consumo.

venerdì 25 luglio 2014

Cyberbullismo e solitudine vanno insieme

Safet Zec
Abbiamo sempre avuto uno sguardo attento sul mondo giovanile, in particolare su quello degli adolescenti, quanto meno per cercare di interpretare e comprendere il comportamento e gli atteggiamenti dei nostri figli in quel particolare momento della vita, e per  alternare un approccio empatico alle  affermazioni perentorie delle nostre “ragioni”, quando serviva. Come genitori ci pare di aver fatto qualche passo giusto e molti errori, ma di tutto abbiamo voluto far tesoro, per crescere a nostra volta. Questo ha fatto sì che estendessimo nel tempo, per lo più inconsapevolmente, lo sguardo da padre e da madre su ogni loro coetaneo.

Ecco perché ci ha colpito il libro della scrittrice irlandese Catherine Dunne Quel che ora sappiamo. Questo romanzo descrive con delicata profondità il dramma di una famiglia che viene toccata da una grande tragedia, conseguentemente ad un atto di cyberbullismo, la cui vittima è il figlio adolescente. La forza dei legami familiari riuscirà a far superare quel momento, senza però cancellare i segni di quel dolore immenso.

Questo libro ci ha portato a riflettere su questo fenomeno che colpisce tanti giovani, il più delle volte a insaputa degli adulti che li circondano, dal momento che questi ultimi spesso non hanno dimestichezza né accesso agli strumenti tecnologici che i ragazzi usano quotidianamente.

Probabilmente tutti sappiamo che al cyberbullismo ricorrono per lo più dei giovani che utilizzano le nuove tecnologie per intimorire, molestare, mettere in imbarazzo, far sentire a disagio o escludere dei loro coetanei. Tutto questo può avvenire utilizzando le diverse modalità offerte dai nuovi media. Si servono di telefonate, messaggi (con o senza immagini), chat sincrone, social network (per es. Facebook, Twitter), siti di domande e risposte (Ask.fm), siti di giochi online, forum online.

Le vittime vengono colpite con pettegolezzi diffusi attraverso mail, sms, messaggi postati nei social network o nei blog che rendono pubbliche informazioni, immagini o video imbarazzanti  su di loro (che a volte risultano essere falsi); in alcuni casi alla vittima viene rubata l’identità e il profilo social, in altri ne viene costruito uno falso, con lo scopo di metterla in imbarazzo o danneggiarne la reputazione, insultandola o deridendola, fino ad arrivare alle minacce fisiche attraverso un qualsiasi media. Queste aggressioni possono far seguito a episodi di bullismo (scolastico o più in generale nei luoghi di aggregazione dei ragazzi) o essere comportamenti solo online. (Fonte:  http://www.azzurro.it)

I  suicidi tra i giovanissimi a causa del cyberbullismo non si contano più, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Nella maggior parte dei casi la solitudine in cui sono lasciati i ragazzi, nel gestire questo problema, è determinante. I familiari delle giovani vittime vengono spesso catapultati in questo spietato contesto di persecuzione quando ormai i danni sono già stati impetrati pesantemente.

E’ facile allora percepire da parte di noi adulti  (genitori, educatori, insegnanti) l’urgenza di essere a loro presenti, non solo fisicamente, per tendere una mano dando ai giovani un ascolto senza giudizio, umile, per porci al loro fianco, per far sì che la loro libertà non sia cieca e raminga, ma abbia una meta: il loro bene, la loro dignità.
Nostro compito è farli sentire parte di un contesto familiare e sociale che li ama e li accompagna, che ha fiducia e stima di loro, che sa passare il testimone della speranza nel domani.

sabato 19 luglio 2014

Le stagioni del matrimonio: Autunno


Si sa che anche il matrimonio più collaudato e apparentemente riuscito non è immune da momenti di crisi, da cali affettivi e allentamenti emozionali, insomma nessuna unione sponsale, nessun rapporto può dirsi mai “al sicuro” e quindi non bisognoso di attenzione e cura.
Anche il tempo dell’estate può sfociare in un autunno, stagione in cui le foglie del matrimonio cominciano a cadere. In questa stagione a livello esteriore la coppia ha ancora un bell’aspetto, in realtà dentro le mura di casa si ha la chiara percezione che le cose stiano cambiando. Ecco che allora possono comparire lo sconforto, l'insofferenza, il risentimento, l’incomunicabilità, la distanza, o il sentirsi trascurati dal coniuge.

L’autunno può sopraggiungere ad esempio quando la coppia o, come accade più di frequente, la moglie, ha concentrato le sue attenzioni soprattutto sui figli: nel momento in cui questi diventano indipendenti, la coppia si ritrova a gestire con difficoltà il gap relazionale che si è creato tra i due. Ci si ritrova in autunno anche quando per molto tempo il dialogo profondo è stato trascurato (questo accade più frequentemente agli uomini), o limitato alle sole comunicazioni funzionali, “di servizio”. In questi casi solo una sincera comunicazione di ciò che abita il cuore nel profondo può far evitare di precipitare nell’inverno.
L’autunno può anche arrivare in rapporti tra giovani sposi se questi, dopo il matrimonio, hanno continuato a vivere vite separate, da single. In tali casi è importante costruire ex novo un’identità sponsale, la comprensione che in forza del matrimonio si diventa una sola carne, quindi non si può più prescindere dalla presenza dell’altro e dal fatto che ci ha donato e posto tra le mani la sua vita.

Per passare dall’autunno a una stagione migliore è necessario prendere sul serio i segnali di stanchezza o pericolo che derivano dalla nostra relazione coniugale e intraprendere azioni positive, costruttive, che ripristinino la speranza e alimentino l’amore dell’altro.  Chiedere aiuto a Dio, in questi casi, può fare un’enorme differenza. I frutti non si faranno attendere. L’abbiamo sperimentato.

Se vuoi approfondire questo tema, suggeriamo il libro di Gary Chapman Le 4 stagioni del matrimonio, edito dalla Elledici.

venerdì 11 luglio 2014

Le stagioni del matrimonio: Estate

L’estate nel matrimonio corrisponde al tempo del raccolto. Gli sposi raccolgono i frutti degli sforzi di comprensione reciproca, di accoglienza delle differenze, di comunicazione di ciò che abita il cuore, di perdono chiesto e donato.

Sono finalmente superati, o almeno sensibilmente ridotti, i fraintendimenti e si giunge alla soluzione dei problemi con maggior fluidità e complicità. Nella stagione estiva c’è anche la quieta soddisfazione che deriva dal godere della presenza reciproca, dalla fiducia nell’altro e nel suo amore.

Questa serenità nasce spontanea dalla contemplazione della nostra storia d’amore costruita nel tempo, che tante volte ha mostrato la sua fragilità, ma che ci ritroviamo tra le mani comunque come un dono grande.

Nella stagione dell’estate del matrimonio abbiamo molto ben chiaro che siamo tutti e due portatori sani di difetti, e tuttavia ci vogliamo bene, anzi ci accogliamo con maggior benevolenza proprio in quelle fragilità, che un tempo ci facevano andar su tutte le furie o erano capaci di far erigere muri alti e spessi tra noi. Ebbene, ora quei muri sono stati abbattuti e c’è una vicinanza che scalda il cuore.

L’estate è anche il tempo propizio dell’apertura, sia delle porte di casa a tutti coloro che lo desiderano, che delle porte del cuore alla sofferenza e ai bisogni degli altri. E’ la stagione in cui ci si può concedere il lusso di dedicare tempo all’ascolto, a una parola data e ricevuta, insomma all’amicizia vera. Questo è anche il tempo più favorevole alla crescita spirituale, che consente di unire due vite al livello più alto e al contempo più profondo.

Se si dedica del tempo alla cura e al nutrimento della propria anima, la stagione dell’estate può durare decenni.

continua...

giovedì 3 luglio 2014

Le stagioni del matrimonio.. Primavera!

Se dopo oltre vent'anni siamo ancora contenti e desiderosi di continuare la nostra vita insieme, significa che ad ogni inverno attraversato è seguita una stagione più propizia. Certo, tutte le volte che ci siamo ritrovati col gelo del cuore, nulla lì per lì faceva sperare in una ripresa. Apparentemente, ogni possibilità di ripristino di un equilibrio sembrava così remota da far pensare che tutto era inesorabilmente finito. Apparentemente, durante l’inverno, il nostro amore sembrava morto, o quanto meno, sepolto sotto una spessa coltre di ghiaccio.

In più, ci accorgevamo che da soli, con i nostri sforzi, con la nostra intelligenza, insomma, pur mettendo in campo tutti i nostri mezzi umani, non riuscivamo a colmare quella distanza tra noi che ci faceva tanto soffrire. Puntualmente poi, esausti, non ci restava che alzare gli occhi al cielo e chiedere aiuto a Colui nel nome del quale tempo addietro ci eravamo uniti. E puntualmente l’aiuto, la luce, il tepore tornavano. E con essi il nostro amore. Rinato. Così come avviene in natura, per cui dopo il rigido freddo tutto il creato si ridesta a vita nuova, così il nostro amore sponsale si è sempre ripresentato a noi con forza, donandoci nuovo slancio, speranza e fiducia. Insomma, un nuovo inizio. Niente di più bello, della sensazione di poter ricominciare insieme, con gratitudine e ottimismo, per la consapevolezza e la gioia di aver superato un momento di difficoltà.

A pensarci, ogni inverno attraversato ci ha resi un po’ più forti e soprattutto consci che il nostro amore ha sempre una chance, per il fatto che è ancorato a quello di Dio, in virtù del sacramento del matrimonio. E l’amore di Dio, in quanto tale, è eterno, fedele, senza limiti. Sentiamo che quel Suo amore ha trasformato la natura del nostro povero amore umano, in un amore progressivamente più simile al Suo: la nostra capacità attuale di accoglierci e di perdonarci non è solo farina del nostro sacco, anzi, se guardiamo dentro al nostro sacco, la farina è molto poca, ma poiché Gli viene consegnata ogni giorno, vediamo che non finisce mai.

Sappiamo bene che così come ogni inverno, anche le primavere passano e la possibilità di ripiombare nel disagio del freddo è sempre dietro l’angolo, ma questo non spaventa, perché siamo certi di non essere soli.

continua...

mercoledì 25 giugno 2014

Le stagioni del matrimonio... Inverno

Pare che ogni matrimonio - e verosimilmente ogni rapporto stabile e duraturo - attraversi ciclicamente periodi che presentano le stesse caratteristiche delle quattro stagioni. Questo perché i rapporti umani sono generalmente in divenire: le esperienze, le relazioni e il contesto in cui viviamo lasciano traccia dentro di noi, tanto da influenzare i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti nei confronti di chi ci sta a fianco. Noi due non facciamo eccezione. Il nostro rapporto di coppia ha attraversato una dopo l’altra la rigidità dell’inverno, la novità ritrovata della primavera, la soddisfazione e la pace dell’estate, la tristezza dell’autunno. E non in questo ordine. Non a periodi regolari.
Da tutto questo avvicendarsi ci pare di aver imparato qualcosa. Quel che ci sembra di aver capito lo diremo nei prossimi post. Proveremo a descrivere ciascuna delle quattro stagioni del nostro matrimonio, certi ormai che molte altre coppie prima di noi le hanno attraversate e altre dopo di noi vi passeranno.

Vorremmo iniziare dall'inverno. Forse perché il nostro rapporto è stato piuttosto difficile nei primi anni, sia durante il fidanzamento che dopo il matrimonio, a causa delle tante differenze che non riuscivamo ad integrare.
L’inverno è generalmente sinonimo di rigidità, di durezza, di difficoltà, di gelo nel cuore. Abbiamo attraversato, e non solo una volta, periodi con queste caratteristiche. I nostri problemi riguardavano soprattutto la comunicazione (era così difficile farsi capire dall'altro, farsi leggere dentro): il fraintendimento era all'ordine del giorno. A causa di ciò il clima tra noi diventava freddo, tanto da farci percepire la solitudine, una distanza tale da farci sentire quasi rifiutati dall'altro.

Pare sia normale che le coppie si ritrovino periodicamente in situazioni come questa. In alcuni casi la freddezza nel rapporto a due può durare un mese, in altri casi decenni. In ogni caso i sentimenti che prevalgono nella stagione dell’inverno sono la delusione, la solitudine, il risentimento, il sentirsi rifiutati. Il clima di coppia è distaccato, formale, le conversazioni possono sfociare in litigi oppure in un silenzio rotto solo da poche comunicazioni di servizio.

Nella stagione dell’inverno l’amore coniugale può sembrare morto, come avviene in natura, in realtà sotto la neve le radici di un amore possono sempre dare nuova vita. Molte coppie cadono nell'inganno di credere non aver più nulla da condividere, per il fatto che attraversano questa stagione. Di fatto molti matrimoni e molte unioni si frantumano in questa fase dell’amore. Siamo del parere che molte coppie, se solo avessero avuto la pazienza di aspettare e di mettersi nuovamente in gioco, avrebbero gustato con sorpresa la gioia di una fioritura nuova.

Una coppia nell'arco della vita può attraversare questa stagione ripetutamente, e riuscire però ad uscirne ogni volta, se entrambi scelgono di amare nuovamente. Ci sono piccoli atti d’amore capaci di sciogliere interi iceberg.              
continua...

mercoledì 18 giugno 2014

Tombe tecnologiche?


Ci ha fatto pensare l’affermazione di un noto psicologo,  Paolo Crepet, secondo cui “i giovani ormai vivono rinchiusi nelle loro tombe tecnologiche” (la loro stanza) e disimparano a relazionarsi realmente non solo con il mondo degli adulti, ma anche con quello dei pari, dei coetanei, riuscendo a comunicare solo attraverso il filtro di uno schermo o di un messaggio.

A ciò i nostri giovani arrivano comunque dopo un processo che inizia molto presto, già nella primissima infanzia. Di recente abbiamo visto una bimba di un anno di vita circa dentro un passeggino che comunicava con suoni disarticolati, ma aveva in mano un gioco elettronico con il quale interagiva con disinvoltura. La mamma intanto consultava il suo iPad.

Andando a Venezia in treno qualche mese fa, ci siamo ritrovati a fianco di una famigliola con due bimbi piccoli, che venivano “tenuti buoni” dai genitori piazzando loro tra le mani cellulari e fotocamera alternativamente.

Tempo addietro ci è capitato di andare a prendere uno dei nostri ragazzi ad una festa di compleanno e trovare tutti gli invitati con lo sguardo sul proprio telefono, fatta eccezione per un paio che parlavano tra loro.  Ci pare siano tutti segni inequivocabili di una presenza - o invadenza? - della tecnologia nella vita delle persone e in particolare dei giovani, con il reale rischio che questo vada a discapito di ciò che conta davvero: le relazioni amicali ed affettive reali. Perfino la Coca Cola se n’è accorta!
 (https://www.youtube.com/watch?v=_u3BRY2RF5I)

Tralasciando il discorso sulla schiavitù che il mercato impunemente inocula, di dover sempre esibire l’ultimo modello dell’aggeggio tecnologico di turno, c’è una questione a nostro parere ben più importante che tocca direttamente il rapporto tecnologia/famiglia, ed è proprio l’isolamento a cui essa inevitabilmente può condurre anche dentro le mura domestiche.

Ormai nelle case - anche la nostra - quasi ognuno ha un suo PC, chi lo usa per lavoro, chi per studio. Va bene. Ma ci pare importante comunque vigilare e far sì che si continui a parlare, confrontarsi, condividere momenti semplici, in cui si vive - e possibilmente si gusta - l ’unità familiare, alimentata anche dalla comunicazione.

Tutto ciò che non è vissuto quando l’occasione si presenta va perduto per sempre, dai momenti unici legati all’infanzia dei nostri figli,  in su. E chissà quanti momenti di vita vera ci perdiamo, solo perché dedichiamo la nostra attenzione e il nostro tempo a stare davanti a uno schermo, grande o piccolo che sia.
C’è un giovane poeta inglese che ha riflettuto su questo aspetto, vi proponiamo la sua Look up.

http://youtu.be/Db6jwTW-s8M

venerdì 6 giugno 2014

Noi donne in TV

Lo confessiamo: guardiamo ormai sempre meno televisione, fatta eccezione per qualche TG, pochi programmi di informazione e un film di tanto in tanto. Il motivo che genera in me, Daniela, l’istintivo rifiuto a prendere in mano il telecomando  è il fatto che mi sento offesa da un certo modo di fare TV, che ormai impera da anni. Mi riferisco in particolare a come la donna è rappresentata e considerata nella quasi totalità dei programmi di intrattenimento, ma anche in tante fiction, film, ecc.

Non capisco perché noi donne, nel contesto mediatico, dobbiamo necessariamente essere presenze decorative quando va bene, o oggetto di desiderio e consumo, nella quasi totalità degli altri casi.
Mi chiedo: Perché mai una donna non può comparire in TV senza dover mostrare interi metri quadrati di carne, e in determinati punti? Perché mai, a una certa età, deve poi deformare artificialmente se stessa per poter continuare a ad essere presente sullo schermo?

Ecco, è questo che trovo profondamente offensivo: la donna sembra valere solo per la propria esteriorità, per l’esibizione del proprio corpo, e – a quanto insegna la TV – non ha bisogno di fare altro. Non le sono richiesti requisiti di intelligenza, di sensibilità, di virtù o abilità particolari. Fatta salva qualche rarissima eccezione.

Non mi sento affatto rappresentata da tutte quelle donne, anche giovanissime, che accettano questo svilente ruolo, senza rivendicare null’altro che potersi mostrare in pubblico. Non importa a che prezzo. Non importa se la dignità personale viene calpestata. Non importa se questo può implicare il dover mortificare le qualità di cui sicuramente sono portatrici, oltre l’eventuale avvenenza.

Non sono certo qui ad esaltare la mortificazione del corpo, o la castrazione della bellezza. Semplicemente ho in mente un concetto di femminilità differente rispetto ai canoni correnti. Credo che questa possa, debba parlare della sua essenziale, innata regalità, in quanto figlia di Dio e donatrice di vita.

E allora non c’è bisogno di ricorrere a grottesche deformazioni e camuffamenti, alla volgare esibizione della propria nudità, è sufficiente essere donna, pienamente, con coraggio, fino in fondo.
Da mamma, penso alle tante bambine davanti alla TV che incamerano inconsapevolmente un modello di donna a cui si ispireranno, pensando che sia giusto e normale conformarsi ad esso. Lo faranno, se non avranno davanti agli occhi altri modelli, altri tipi di donna, se non ci saranno madri che faranno crescere in loro il giusto senso critico, il sacrosanto sentimento di ribellione verso tutto ciò che lede la loro vera bellezza e che le aiuteranno a edificare un’identità femminile che esprima la loro altissima dignità.

La giornalista Lorella Zanardo ha trattato con lucida consapevolezza il tema della strumentalizzazione del corpo femminile nei media, con particolare riferimento alla televisione. Segnaliamo i suoi due libri “Il corpo delle donne” e “Senza chiedere il permesso”, pubblicati da Feltrinelli.

sabato 31 maggio 2014

La Provvidenza, questa sconosciuta

Quando ci capita di parlare delle nostre esperienze legate alla Provvidenza e in particolare al  nostro abbandono fiducioso ad essa, cogliamo quasi sempre espressioni di stupore e più spesso di scetticismo.
I giovani per lo più non sanno definirla o ne hanno al massimo una sfocata memoria manzoniana, gli adulti invece, quando va bene, la abbinano ai frati, che notoriamente vivono di Provvidenza, altrimenti la reputano una forma di ingenuità.

Cos’è di fatto? Senza scomodare la teologia, nel concreto è lo sguardo di un Dio che in quanto padre vede prima di noi i nostri bisogni, materiali e spirituali, le nostre debolezze, i nostri rischi di caduta e - nella misura in cui glielo chiediamo con fiducia nella preghiera, anche attraverso la Sua e nostra dolce Madre - agisce, interviene con premura per il nostro bene.  E lo fa con sollecitudine, spesso in modo veramente “creativo”.

Come famiglia abbiamo sperimentato il suo pronto intervento fin dai primi anni del nostro matrimonio. Spesso, chiedendo aiuto o ancor più rinunciando in cuor nostro a qualcosa per amore, abbiamo visto arrivare improvvisamente ciò di cui avevamo bisogno o ciò di cui eravamo disposti a fare a meno.
Ricordiamo quell’anno in cui, dopo aver individuato una piccola baita in montagna per qualche giorno di vacanza, avevamo dovuto rinunciarvi, a causa di una spesa imprevista. Ebbene, dopo pochi giorni è arrivato inaspettatamente un rimborso Irpef concernente i contributi versati qualche anno prima, dell’importo dell’affitto della baita, più diecimila lire. Il buon Dio ci aveva pure offerto il gelato, ci eravamo detti.
Ricordiamo anche le volte in cui come coppia siamo entrati in difficoltà e, chiedendo aiuto e luce, sempre si è affiancata a noi qualche persona che con la sua parola o il suo esempio ci ha aiutato a superare il momento di crisi.

Di esempi ne abbiamo tanti e anche i nostri figli hanno fatto molte volte esperienza di Provvidenza e hanno imparato a riconoscerne i segni.
Certo, ogni dono della Provvidenza può essere interpretato come evento fortuito e casuale, tuttavia noi non crediamo al caso. Crediamo piuttosto alle parole del buon Dio che ci ha detto:

"Non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? (...) Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri".(Mt 6,25)

Sarebbe bello se ci fosse qualcuno, tra coloro che incappano in questo blog, che raccontasse, lasciando un commento, qualche esperienza di Provvidenza vissuta...
Ci sembra importante - in questo tempo in cui impera il disincanto - testimoniare che, volendo, non siamo soli nell'arrabattarci per le vie del mondo!
Diciamo grazie in anticipo a chi vorrà fare questo dono di condivisione!

domenica 25 maggio 2014

Tutta salute...?

Ci ha sempre accompagnato la convinzione che nutrire i nostri figli con cibi  semplici e naturali sia un investimento per la loro salute attuale futura. Per questo, ad esempio, abbiamo sempre cercato di evitare di comprare loro caramelle, chewingum, snack, patatine, bibite. Casa nostra è sempre stata per lo più sprovvista di tutto ciò. Certo, questo non è stato senza conseguenze: quando da piccoli i nostri ragazzi venivano invitati alle feste di compleanno, erano tra quelli che si piazzavano davanti al tavolino delle vivande e si rimpinzavano gagliardamente e a piene mani con tutto ciò che si parava loro davanti…

Altre volte, quando al supermercato concedevamo loro di poter prendere un pacchetto di caramelle – trattandosi di una straordinaria eccezione – si mettevano a saltare letteralmente di gioia alla cassa, gridando: “Grazie, grazie, grazie!”, con sommo sconcerto della cassiera e delle signore in fila dietro di noi, che proprio non riuscivano a cogliere il motivo di tanta manifesta felicità. Non vi dico lo stupore quando spiegavamo: “Sa, ha potuto prendere un pacchetto di caramelle…”.

Ci ha colpito la recente notizia relativa ad uno screening per la glicemia effettuato in una città del Nord Italia, Verona, da cui è emerso che il 50% della popolazione locale è a rischio diabete (fonte: quotidianosanità). A riguardo è stata espressa grande preoccupazione, perché questo dato è verosimilmente proiettabile sulla popolazione nazionale, e ciò conferma che - anche nel nostro Paese, come in buona parte dei Paesi ricchi - vige in molte famiglie uno scorretto stile di vita, caratterizzato da un’alimentazione in cui sono presenti diversi cibi-spazzatura, bibite dolcificate e poca attività fisica.

Un’altra notizia legata ai cibi spazzatura (cibi ad alto contenuto calorico e scarso valore nutrizionale) riporta la proposta di un’associazione salutista inglese, di vietare la pubblicità di snack, patatine, bibite gassate, merendine, cibi ipercalorici, fast food, ecc. fino alle 21.00 di sera, con la motivazione che questi cibi danneggiano gravemente la salute dei bambini, a causa della gran quantità di grassi saturi, conservanti e coloranti che contengono.

E’ ormai attestato che un’alimentazione in cui sono presenti questi cibi spazzatura trasforma il bambino e il ragazzo, nel medio e lungo periodo, in probabile paziente con malattie cardiovascolari, diabete e obesità. Altri studi attestano anche che mangiare troppo spesso al fast food può aumentare fino al 39% i sintomi delle allergie, peggiorando asma, eczema, rinite e congiuntivite nei bambini allergici (fonte: lifestyle).

Come genitori dovremmo dedurre che tutte le volte che concediamo ai nostri figli questo tipo di cibo con l'intento di farli felici, più che nutrirli, li stiamo avvelenando! I bambini e i giovani hanno disimparato in molti casi ad alimentarsi in modo sano, semplice e naturale. Spesso disdegnano frutta, verdura, cibi fatti in casa, l’acqua naturale come bevanda, gradendo solo determinate categorie di alimenti e bevande (fatalità quelle incriminate!). Viva allora le mamme che, potendo, fanno torte, propongono la frutta a merenda o un panino con la marmellata, che non organizzano la festa di compleanno al Mc Donald! Quelle mamme avranno verosimilmente benefici immediati (nel portamonete) e futuri, nella salute dei loro figli!
Diversi sono i siti che sostengono questa politica familiare, come ad esempio

http://www.cibosostenibile.it
http://www.ilfattoalimentare.it/argomenti/nutrizione

martedì 20 maggio 2014

Educare alla bellezza

Di recente, per via di un film italiano, si è nominata spesso. Ma ancor prima e forse più autorevolmente, Dostoewskij affermava nel suo romanzo L’idiota che “La bellezza salverà il mondo”. Sarà vero? Viene da chiederselo però: quale concetto di bellezza prevale oggi?

Nell’immaginario collettivo attuale la bellezza è ormai per lo più monodimensionale, artificiale, di superficie. Non più portatrice di senso, dunque.
E pensare che nel pensiero cristiano la bellezza è legata alla santità, in quanto attributo di Dio, non certo alla ricchezza, al lusso o alla sensualità di un corpo.

Ci vengono in mente alcune riflessioni di Papa Francesco, che richiamano spesso la triade bene, bello e vero, come un tutto inscindibile. Allora può diventare importante trasmettere il senso del bello, e conseguentemente del vero e del buono, alle nuove generazioni, educandole ad affinare una sensibilità che vada oltre un'estetica da vetrina. Pensiamo per contro a quanto i bambini, fin da piccolissimi, sono bersagliati da immagini orribili, raffigurazioni di mostri, dèmoni, attraverso giocattoli, cartoni animati, giochi elettronici e quant’altro. Cosa entra in quelle piccole anime attraverso gli occhi e i sensi?

Come genitori, abbiamo sempre sentito forte il compito di educare i nostri figli alla bellezza, e l’abbiamo fatto così come abbiamo potuto, in base alle possibilità del momento. Fin da piccoli li abbiamo portati a vedere città d’arte, musei, castelli – perché la bellezza è anche nell’arte – e abbiamo scelto luoghi di villeggiatura in cui poter godere della magnificenza della natura, al mare o in montagna, evitando località troppo turistiche e bombardate da sollecitazioni di  altro tipo.

Ci pare che oggi, ormai grandi, abbiano imparato a ricercarla e riconoscerla da soli.

Certo, poi la bellezza è nell’uomo e va scoperta, perché spesso è nascosta, o sepolta, o inconsapevole. E’ lì, come immagine riflessa dell’anima, di quei doni che il buon Dio ha posto in ogni sua creatura in modo originale e unico. Questo è da ricercare, da valorizzare, da promuovere.

La bellezza allora, nella sua vera natura ed essenza, non è certo qualcosa di effimero e vacuo, ma qualcosa che emerge dal profondo e che ha in sé l’impronta dell’Eterno.

martedì 13 maggio 2014

Divorzio breve. Vera soluzione?

E' già passata alla Camera la proposta di legge sul divorzio breve. Ci chiediamo se i nostri politici pensano così di aiutare le coppie in difficoltà a risolvere più velocemente i loro problemi...

Giorni fa al supermercato ho incontrato casualmente una mia coetanea, madre di due figli, che mi ha confidato di essere in procinto di separarsi dal marito, a causa delle troppe incomprensioni e problemi di relazione che durano ormai da qualche anno. Ho letto nei suoi occhi una grande pena. Le ho chiesto come immaginava la sua vita dopo la separazione o il divorzio, e s’intuiva dalle sue parole che attendeva quel momento con la speranza di uscire finalmente dai suoi problemi e dalle sue sofferenze.

Questo incontro ha innescato in noi una serie di riflessioni, e il desiderio di entrare un po’ di più in quell’abisso di dolore, che purtroppo accomuna molte donne e molti uomini del nostro tempo e, di riflesso, i loro figli. Senza entrar nel merito di singoli casi, ci pare in generale che chi fa una scelta di unione stabile è chiamato a sposare “tutto” l’altro, non solo i suoi pregi. La cosa del resto è reciproca: ci si aspetta che l’altro ci accolga e ci ami così come siamo. Certo non è facile. La cultura attuale non aiuta. Estende l’approccio consumistico - prima usa, e poi getta - anche ai rapporti interpersonali e alla mia amica vorrebbe certo far credere che la separazione sia la migliore soluzione ad un rapporto che fa soffrire, è insoddisfacente o non fa sentire realizzati.

Anche eventuali supporti psicologici alla coppia spesso spingono a eliminare la fonte della nostra infelicità, quindi - se questa è nostro marito o nostra moglie - a liberarcene, a prescindere dal fatto che così facendo potremo generare infelicità a nostra volta (nei figli, nel coniuge, nelle famiglie d’origine, ecc). La cultura dominante, quand’è così, ci spinge ad assecondare il nostro egoismo, a mettere il nostro benessere psichico al primo posto, senza tener conto delle conseguenze anche gravissime che ciò può generare.

Parlando con le persone, sorprende cogliere come sia pensiero comune, che la separazione cancelli tutte le tensioni e le cause dell’ infelicità, come un colpo di spugna. Non sembra esserci consapevolezza che questa è la più grossa illusione in cui si può cadere. Ci sono anche coloro che pensano che separarsi sia un’esperienza effettivamente dolorosa, ma solo di breve durata, e che porterà una maggior felicità nel lungo periodo, che offra una seconda possibilità. Una sorta di male necessario, dunque. In realtà è ormai comprovato da migliaia di persone separate e divorziate, che la stragrande maggioranza delle coppie non superano neanche nel lungo periodo le cicatrici di una rottura definitiva del rapporto coniugale, anche perché una separazione complica enormemente la vita di due ex coniugi. Molti sperano di trovare una relazione più soddisfacente, un partner più “idoneo”, o comunque di raggiungere una maggior serenità con meno fastidi, tensioni, intrusioni ecc. Pochi sanno bene cosa li aspetta, quando decidono di separarsi: la maggior parte dei separati si ritrova, di fatto, a mantenere un rapporto centrale con l’altro, spesso a causa dei figli da gestire - quindi non ci si “libera” affatto dell’altro- e i conflitti con lui/lei, anziché dissolversi, non venendo integrati, si acuiscono, e generano ancor più rabbia e frustrazione.

Una riflessione a parte la meritano i figli dei separati, che vedono sgretolarsi la struttura interiore su cui tentano di costruire la propria identità e il proprio equilibrio: l’amore tra mamma e papà. Si sentono spesso responsabili della rottura tra i genitori, nascono sensi di colpa, o si sentono rifiutati, perché è stata violata la legge non scritta per cui dovrebbero essere i genitori a sacrificarsi per i figli e non viceversa. Altri figli tengono per anni nascosta la propria ira per la delusione che i genitori hanno generato, che poi sfocia in forme di violenza e ribellione, che tanti giovani oggi manifestano. Anche se i genitori fanno di tutto per continuare a rendersi presenti, il rapporto genitori-figli è alterato per sempre, e quei figli – poiché siamo creature di memoria e di relazione - porteranno per sempre dentro di sé le ferite e il dolore della relazione spezzata.

Spesso ci sono conseguenze negative anche dal punto di vista finanziario. Le mamme, che nella maggior parte dei casi ottengono l’affidamento dei figli, spesso faticano nel lungo periodo a mantenere un tenore di vita sufficiente a garantire serenità e tempo da dedicare ai bisogni di presenza dei figli. Vien proprio da pensare che non esistano separazioni in cui “vissero tutti felici e contenti”. E’ una scelta che genera effetti negativi che perdurano, perché la vita dopo la separazione sarà sempre influenzata da tutto ciò che l’ha preceduta. I ricordi e i sentimenti continuano ad abitare la mente e il cuore dei separati. Alla fine di queste riflessioni, ci siamo chiesti: forse che allora la separazione può avere un prezzo ben più alto della ferma decisione a superare i problemi che l’hanno determinata con un colpo di spugna?

Tutto questo avrei voluto dire alla mia amica, lì, fuori dal supermercato, con le borse della spesa in mano. Di fatto, invece l’ho solo abbracciata, dicendole: Se e quando vuoi, noi ci siamo, ma soprattutto, non dimenticare che il Signore c’è sempre per te, per voi, e non esiste problema o sofferenza che Lui non possa trasformare con il Suo amore!

sabato 3 maggio 2014

L'umorismo fa la differenza

Forse anche a voi, quando camminate per strada o viaggiate in macchina, capita di osservare i volti delle persone, e di cercare, più o meno consapevolmente, un sorriso. Personalmente gioiamo in cuor nostro tutte le volte che vediamo qualcuno che ride o ha comunque un’espressione allegra. La cosa più bella è cogliere un momento di serenità e letizia in un contesto familiare: un papà che scherza con il proprio figlio, una mamma che ride di gusto guardando i suoi bambini, una coppia che sorride scambievolmente.

Per contro, suscita molta pena cogliere la cupezza e durezza nei volti – diverse dall’eventuale sofferenza – il nervosismo con cui tante mamme, specie al mattino, quando si fa tutto nella frenesia e nella fretta, trattano i loro figli, a volte ricoprendoli di rimproveri o addirittura insulti. Negli occhi di quei bambini spesso c’è mortificazione, tristezza, sconforto o rabbia. Di fatto, è una scelta, quella di instaurare in casa un clima di serenità, di buonumore, di pace. Dicono che mangiare a tavola abitati da sentimenti negativi renda difficoltosa la digestione. Per questo consigliano, ad esempio, di non ascoltare il telegiornale, mangiando!
Ecco che allora può fare la differenza, specie a tavola, optare per argomenti di conversazione edificanti, orientando positivamente e in modo costruttivo  i sentimenti che li accompagnano. La positività del resto, come la negatività, è diffusiva. L’abbiamo sperimentato con sorprendente puntualità. Questo non significa fingere o non dire quel che va detto. Significa semplicemente che - se riteniamo doveroso riprendere qualcuno - possiamo scegliere il momento più adatto, il tono più giusto, aspettare lo stato d’animo più conciliante. Evitando magari di reagire in modo spontaneistico (le volte che ci è capitato, abbiamo fatto più danni che altro!).

Dell’impegno alla positività, in genere tutti in famiglia sono interiormente grati. Del resto, se il clima in casa è leggero, condito magari da qualche battuta, scherzo, risata grassa, i nostri cari, figli in testa, saranno più invogliati a restare, e calerà il desiderio di fuga o rifugio in altri contesti, almeno apparentemente meno pesanti. L’assenza da casa spesso è inversamente proporzionale all’accoglienza e all’amabilità dell’atmosfera familiare.  La famiglia davvero è il campo in cui ciascuno può mettere in gioco il meglio, come anche il peggio, di sé.  Cosa tirar fuori e donare agli altri è una scelta che determina la qualità del nostro stare insieme e dei rapporti di interdipendenza che caratterizzano ogni nucleo familiare.

Tra i ricordi legati alla famiglia, sopravvivono più tenacemente quelli in cui qualcuno, bontà sua, ha fatto ridere qualcun altro, come quando da piccola trovavo un pezzo di corda o di carta, assieme al prosciutto, nel panino preparato da mio padre, o come quella volta in cui uno dei nostri ragazzi  ha trovato nell’armadio della nonna un sacchetto con delle vecchie parrucche...