lunedì 19 luglio 2021

Il sapiens è colui che accumula. Niente di più?


Qualche sera fa, in una nota località balneare, ci è capitato di imbatterci in un evento all’aperto il cui ospite d’onore era il geologo Mario Tozzi, che ben conosciamo come conduttore di programmi a divulgazione scientifica. Volentieri ci siamo fermati ad ascoltarlo. Focus della serata era la salute del pianeta, e conseguentemente la salute sociale. 

Nulla da dire sulle sue competenze legate al vasto tema dell’ecologia globale, tant'è, il suo intervento è stato piacevole, a tratti financo istruttivo. Solo i suoi rimandi alla definizione di uomo, il “sapiens”, hanno suscitato in noi alcune perplessità. 

Il geologo ha affermato solennemente che siamo tutti scimpanzé – sarà presunzione, ma personalmente fatico ad autodefinirmi tale - e che l’unico aspetto che contraddistingue il sapiens – quindi noi - dagli altri esseri viventi è il fatto che tendiamo all’accumulo, mentre tutte le altre specie non lo fanno.  

Che l’uomo tenda all’accumulo è indubbiamente vero, che ciò sia causa di tanti problemi ambientali, lo è altrettanto. 

Che questa però sia l’unica discriminante, l’unico suo tratto distintivo rispetto alle altre specie viventi, è un’affermazione quanto meno riduttiva, o meglio, ci pare lo sia il pensiero antropologico che ne sta alla base, tanto più  che poco prima il signor Tozzi aveva contraddittoriamente riconosciuto che lo sciamanesimo ha origini lontanissime.

Le impronte delle mani associate alle pitture rupestri scoperte in diverse parti del pianeta, di cui l’amico Tozzi ha proiettato le immagini, stanno a testimoniare che l’impulso dell’uomo a mettersi in contatto con la/le divinità, o ente superiore, è antico quanto l’uomo stesso. 

Bene, perché, dunque, non riconoscere serenamente e apertamente questa ulteriore, forse sostanziale e fondante differenza tra l’uomo e tutti gli altri esseri viventi, nella libertà da qualsivoglia approccio ideologico? 

E non c'è bisogno di negare gli elementi che il sapiens ha in comune con le altre specie animali e vegetali, pensiamo all’intelligenza, che suscita tanto stupore e meraviglia, così come la capacità di adattamento alle condizioni ambientali… 

Resta il fatto che, da che mondo è mondo, – oltre all’uomo, che pure è accumulatore – nessun altro essere vivente concepisce il trascendente e la conseguente possibilità di pregare! Che poi scelga o meno di rivolgersi alla divinità, fa parte della sua capacità di discernimento. 

mercoledì 12 maggio 2021

La sfida di educare nella prospettiva di fede


Molti genitori comprendono il valore del sacramento del Battesimo - che trasforma le creature in figli del Padre e destinatari della salvezza eterna – e comprendono parimenti che il catechismo e l’oratorio sono ambienti sani, in cui i propri figli possono respirare un clima positivo e valori cristiani

Tuttavia, ci pare che educare i figli a partire dalla prospettiva di fede sia un atto d’amore che non può ridursi a battezzarli e mandarli al catechismo fino a una certa età, corrisponde semmai a uno stile di vita familiare, che riguarda stabilmente ogni ambito e contesto quotidiano. 

Trasmettere la fede ai figli per osmosi è indubbiamente una sfida e implica l’opzione, la scelta di vivere in prima persona quanto andiamo predicando, non in qualità di genitori perfetti (niente di peggio e di più illusorio), ma come persone sulla via, in cammino, che quando sbagliano lo ammettono e chiedono perdono (a Dio e a chi ha subito il torto), che ricercano sempre il bene in ogni situazione, che si fidano e affidano a quel Padre che è presenza interattiva e benedicente nella vita di famiglia.

Tutto questo, in una fondamentale e sostanziale prospettiva di libertà. Lo abbiamo capito ascoltando tanti genitori, estenuati da una battaglia che percepiscono come persa con i figli che a un certo punto non ne vogliono più sapere di fede e chiesa. E l’abbiamo vissuto in prima persona: imporre ai figli la pratica di fede senza darne ragione, magari facendo leva sul senso di colpa, è infruttuoso e ha pure diverse controindicazioni. 

I nostri figli avevano 7 o 8 anni, quando una domenica ci dissero – a distanza di 4 anni l’uno dall’altra, ma con identico cipiglio – “Non voglio venire a messa”.  “Ok” - avevamo risposto, con argomentazioni simili per entrambi – “Ci dispiace che tu non venga, ma ovviamente sei libera/o. Porta pazienza, resterai a casa da sola/o, noi ci teniamo ad andare da Gesù, per incontrarlo. Ci vediamo tra un’ora”.

Al nostro ritorno, stessa scena con tutti e due. Nostra domanda davanti alla loro espressione seria: “Cosa c’è? Sei dispiaciuta/o di essere rimasta/o a casa?” Cenno affermativo con la testa, occhi lucidi. “Guarda, se vuoi stasera c’è un’altra messa, uno di noi può accompagnarti”. Altro cenno, molto più vistoso. 

Da allora e fino ad oggi - ormai sono grandi - hanno continuato il loro cammino e la loro vita restando dentro la prospettiva della fede, coltivando il rapporto con quel Padre di cui hanno imparato a fidarsi. 

Guardando indietro, non sapremmo dire precisamente cosa li abbia portati a questo. Abbiamo provato, giorno dopo giorno, con successi e fallimenti, a lasciare cadere nel loro cuore piccoli semi, con la speranza che il Signore della vita li facesse germogliare, cercando, negli anni, la modalità più giusta per far comprendere la vitale importanza di custodire e/o ripristinare la grazia sacramentale, condividendo fin da piccoli dei momenti di preghiera; compiendo assieme a loro qualche gesto di carità verso i bisognosi; cercando di godere con loro della bellezza in ogni sua forma, nella natura, nelle arti; affidandoci alla Provvidenza in ogni circostanza, accogliendo con gioia e senza dare per scontato ogni dono della vita… 

Adesso, c'è tanta gratitudine nel vedere che vivono con fede a prescindere da noi. 

lunedì 29 marzo 2021

Dal Triduo, Buona Pasqua di Risurrezione!

Questa marmaglia aizzata contro di me

ignora tutto di te, di me, dello Spirito

non conosce nemmeno il motivo dello scandalo,

ha solo in corpo un furore distruttivo da sfogare.

Sono anche questo gli uomini a cui tu mi hai mandato…

Questa brutalità mi è nuova.

Il divino che è in me, vogliono uccidere

Questa bramosia li eccita.

Sfogare sopra un misero

e indifeso corpo umano

che hanno nelle loro mani, l’astio

di un antico e inconfessato paragone

con la divinità, questo li esalta.

Ma altri, Padre, odiano in me la mia pochezza,

maledicono l’umiltà che ho messo nell’essere tuo figlio,

profanando la grandezza nella quale ti pensano.

 

Eppure abbi pietà, perdonali.

 

Gesù è morto.

Il cielo si oscura, l’aria si ottenebra,

un boato immane, un sussulto spaventoso, il terremoto scuote e squarcia la terra.

La vita si ritrae in sé, rientra nelle sue latebre, nei suoi ricoveri.

 

Sabato è passato.

Presto nella mattina vanno alla tomba le donne portando aromi,

ma trovano il macigno rotolato via lontano,

entrano nel sepolcro ma Gesù non c’è.

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”

 

Dal sepolcro la vita è deflagrata.

La morte ha perduto il duro agone.

Comincia un’era nuova:

l’uomo riconciliato nella nuova alleanza sancita dal tuo sangue

ha dinnanzi a sé la via.

Difficile tenersi in quel cammino.

La porta del tuo regno è stretta.


Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,

ora sì che invochiamo il tuo soccorso,

tu, guida e presidio, non ce lo negare.

L’offesa del mondo è stata immane.

Infinitamente più grande è stato il tuo amore.

Noi con amore ti chiediamo amore.

Amen.

 

(Da La Passione, di Mario Luzi)



                         Di cuore, 

BUONA PASQUA  A TUTTI !

                     daniela e marco

lunedì 1 marzo 2021

Come mangiamo? Ordine e disordine del comportamento alimentare

Alimentarsi, di per sé, è la cosa più naturale di questo mondo, eppure non è cosa scontata avere con il cibo un rapporto adeguato, ordinato, forse perché il cibo ha anche valore simbolico, oltre che culturale.
Cosa, come, quanto e quando mangiamo fa la differenza. Le possibili problematiche legate all’assunzione di alimenti non riguardano solo quelle adolescenti e giovani convinte che magrezza coincida con bellezza, ma coinvolgono sempre più spesso bambini come adulti, e non solo di genere femminile. 

Si dispone ormai di un’ampia letteratura e di numerosi studi, ad esempio, sull’anoressia e bulimia nervose, sull’alimentazione incontrollata, su chi adotta diete drastiche fino al digiuno prolungato, su chi soffre di attacchi di fame, su chi si svuota forzatamente lo stomaco. 

Anche i media parlano frequentemente di disturbi del comportamento alimentare, di dipendenza da cibo e delle conseguenti implicazioni sulla salute, mentre la sanità, sia pubblica che privata, se ne fa carico attraverso campagne di informazione, percorsi di rieducazione, centri di cura specializzati. Ed esistono, inoltre, gruppi di mutuo autoaiuto, come ad esempio OA (Overeaters anonymous), che offrono programmi di accompagnamento e recupero a persone con disturbi alimentari di diverso tipo. 

Ma cosa c’è dietro il rifiuto del cibo, o la sua ricerca ossessiva? Renate Göckel, psicologa e autrice di Donne che mangiano troppo e di Finalmente liberi dal cibo, afferma che si tratta sempre di segnali di allarme, che mostrano come una persona, per motivi che variano a seconda dei casi, non sia in armonia con se stessa. L’autrice riporta diverse testimonianze e i percorsi di guarigione di persone da lei incontrate. Si tratta di storie molto diverse tra loro, tuttavia alcuni tratti si presentano con frequenza. 

Prima ancora di un rapporto faticoso con uno o entrambi i genitori, ritorna infatti, in diversi casi, il senso di vuoto esistenziale e di solitudine (che con il cibo si cerca di colmare), l’incapacità gestire lo stress, la fatica a metabolizzare una sofferenza (il cibo qui funge da anestetico e il grasso che si accumula diventa una corazza difensiva), una bassa autostima o una scarsa auto-accettazione, la mancata elaborazione di stati d’animo come rabbia, senso di impotenza, vergogna o senso di colpa, il rifiuto del proprio aspetto per principio, la paura di essere disapprovati…


Che cosa spinge a modificare un comportamento alimentare compulsivo? Dipende. Può trattarsi del superamento di un certo limite o di un evento a forte impatto emotivo, in ogni caso, a un certo punto la persona decide che è tempo di cambiare rotta, in un certo senso, sceglie di rinascere

In questa fase è fondamentale avere un supporto in un percorso terapeutico, soprattutto per non scoraggiarsi di fronte alle ricadute e non cadere in dipendenze o comportamenti diversi ma ancora dannosi per la persona (bere alcolici, assumere sonniferi o altre sostanze, fumare, fare acquisti compulsivi, ecc.), per ricevere forza da chi già ce l’ha fatta, per riacquistare fiducia in se stessi, e recuperare il proprio equilibrio e la gioia di vivere. 

Non è una chimera, è possibile! Prova ne è il fatto che molti,  una volta terminato un programma di aiuto, sono in grado di affiancare e supportare altre persone in percorsi analoghi.

sabato 9 gennaio 2021

La difficile arte di educare


Siamo la civiltà più istruita della storia, abbiamo a disposizione un mare di dati e nozioni, testi, corsi di formazione, guide di esperti, e il campo dell’educazione e della pedagogia non fa eccezione. Tant'è, c’è chi parla di eccesso di cognitività. 

Di fatto, però, siamo anche la civiltà più fragile e insicura, e genitori ed educatori non hanno mai faticato tanto a fare il loro mestiere. Forse perché si corre più facilmente il rischio di sostituire l’azione educativa con la teoria, almeno nella misura in cui ci si limita ad enunciare principi e regole senza agire conseguentemente e congruamente.

Allora partiamo da un’ovvietà neanche tanto ovvia. Un conto è allevare un figlio, altra cosa è ben-educarlo. Da tempo si denuncia un generale stato di carenza o, peggio, di emergenza educativa. Non si entra nel merito, né si mette in discussione il bene che ogni genitore vuole ai e per i propri figli. Ma possiamo chiederci semmai quali comportamenti educativi questo bene deve innescare, perché le due cose non sempre vanno assieme.

Alla domanda “Cosa significa educare un figlio?” i più dotti citerebbero l’origine etimologica del termine e-ducere, vale a dire tirar fuori le loro risorse personali, qualcuno tirerebbe in ballo la trasmissione dei valori, altri assocerebbero l’educazione alla libertà, altri ancora porrebbero l’accento sull’importanza dei desideri dei figli, pochi forse sottolineerebbero l’importanza di educare al sacrificio e ad affrontare le difficoltà della vita.

Vediamo solo qualche aspetto.

L’azione educativa nei confronti dei figli non può ridursi alla trasmissione dei valori sul piano cognitivo. Tutti siamo d’accordo sulla bellezza e bontà dei valori, il genitore però è chiamato ancor prima a trasmettere con l’esempio le virtù, che sono la concretizzazione di ciò che è buono e giusto, offrendo contemporaneamente ai figli occasioni per tradurre i valori in comportamenti corrispondenti

Se manca questo passaggio, anche il più assiduo bombardamento verbale di ciò che è doveroso, buono, giusto risulterà scarsamente efficace, sul piano educativo. In pratica, i figli devono allenarsi, esercitarsi a fare il bene, vedendo che i genitori fanno lo stesso.

Se parliamo poi di educare alla libertà, è opportuno accordarsi sul suo significato, tutt’altro che univoco. Sì, perché la libertà non può essere intesa solo come spontaneità (la sua estremizzazione porterebbe al comportamento animale), o come arbitrio decisionale (giacché non si può prescindere dalle conseguenze del proprio agire), o come autodeterminazione (ogni scelta va sempre ricondotta alla relazione con gli altri). Non che queste dimensioni non siano componenti della libertà, ma essa ha una connotazione ben più profonda.

La libertà va intesa, infatti, come capacità di scegliere tutto ciò che corrisponde al bene, proprio e altrui, a partire dal riconoscimento della dignità dell’essere umano. E qui andrebbe aperta una parentesi sull’educazione al rispetto di ogni persona e di ciò che lo circonda

Educare non può prescindere poi dal concetto di limite. La pratica del disagio giovanile lo dimostra: laddove non c’è stato un accompagnamento all’accettazione - e anche alla frustrazione del limite - tutto per il figlio diventa lecito, indifferentemente opzionale, nel bene e anche nel male. 

E, infine, non serve sottolineare la differenza tra genitore autoritario e genitore autorevole, sappiamo che solo quest’ultimo ha chance di centrare il bersaglio educativo: è infatti colui che sa dire, senza bisogno di urlare, dei sacrosanti e salvifici no, ed è anche colui che per primo vi si sottomette. 

Tutto questo allo scopo di aiutare il figlio a governare al meglio i propri desideri e a saper scegliere ciò che davvero nella vita merita la sua scelta.


venerdì 18 dicembre 2020

Natale diverso


Certo, questo sarà un Natale diverso, per tanti di noi, e per tanti motivi. 

Stiamo pensando a chi lo trascorrerà in solitudine, magari pure alle prese con il peso e l’elaborazione di un lutto. 

O a chi è malato e in ospedale - non solo per covid - e cercherà un po’ di calore e rassicurazione negli sguardi del personale sanitario.

Stiamo pensando anche a tutti quelli che a Natale lavoreranno per qualcun altro. 

E ai detenuti in carcere, ai ragazzi nelle comunità terapeutiche, ai senzatetto, agli anziani nelle RSA, alle famiglie con cronici conflitti al loro interno....

Forse ha senso ricordare che quel Gesù - di cui a Natale festeggiamo la venuta nel mondo (pure nel nostro personale, volendo) - si è identificato dichiaratamente in ognuno di questi soggetti, carcerati compresi (ok nei poveri, sofferenti, malati, ma i carcerati!), compresi cioè quelli che hanno fallito nella vita.

Ecco. L’augurio che facciamo in questo Natale 2020 è di accogliere il Bambino che viene a noi, proprio dentro al nostro micro-mondo riconoscendolo in ogni situazione e circostanza, in ogni volto,  conosciuto e amato e non.

Al di là della frenesia decorativa, dei pranzi infiniti, dei regali d’obbligo, che consuetudinariamente riempivano - e magari un po' ingolfavano - la nostra quotidianità festaiola, oggi restano probabilmente poche cose essenziali, come piccole, rare perle: 

le relazioni a cui teniamo, 
la nostra creatività d’amore che le alimenta, 
e quel poco o molto di fede

in quel Bambino che può illuminare, intenerire, consolare e colmare più di tante altre cose.



Buon Natale e un "meravigliosamente ordinario" 2021!  


daniela e marco

giovedì 26 novembre 2020

Isolamento e distanziamento sociale. Dolore mentale e ri-bilanciamento


Sull’esperienza pandemica si sta riflettendo e dicendo molto, quanto a ripercussioni e conseguenze nel breve, medio e lungo termine. Conseguenze economiche, anzitutto. Ma saranno le più incisive?

Sappiamo che nulla di ciò che la vita ci porta ad affrontare è neutro per noi; gli avvenimenti, infatti, ricadono positivamente o negativamente nel nostro vissuto a seconda di come li ri-leggiamo e interiorizziamo.

E' ormai conclamato che esperienze come il distanziamento sociale e l’isolamento - a cui il covid-19 ci ha costretto - hanno un impatto psico-emotivo tale da rendere necessaria l’acquisizione di nuove categorie di pensiero e strumenti di comprensione per rielaborarne fruttuosamente i contenuti.

Ora, se consideriamo il fatto che la nostra quotidianità è un sistema bilanciato assestato su una certa routine, constatiamo  anche che, quando sopraggiunge qualcosa di destabilizzante come la pandemia, ci ritroviamo a dover gestire uno squilibrio percepibile a livello di corpo, mente, e/o spirito.

E diversi sono i fattori che contribuiscono a generare quello squilibrio che identifichiamo genericamente con lo stress, e che Dario Donei, psicologo e psicoterapeuta, in un ciclo di incontri su questo tema ha definito dolore mentale*.

Pensiamo al bombardamento massmediatico di dati e statistiche cui siamo sottoposti ogni giorno e da mesi, dati che ciascuno interpreta a partire dalle proprie conoscenze o dalla propria ignoranza, dalle proprie certezze o dalle proprie paure, e che, per la loro complessità o contraddittorietà, anziché aiutarci nella capacità critica, aumentano la nostra confusione e, conseguentemente, il nostro dolore mentale appunto. 

Pensiamo ancora ai problemi generati dall’isolamento e dal distanziamento: abbiamo meccanismi interni per cui la vicinanza dell’altro infonde in noi sicurezza, ancor più quando siamo in crisi. La vicinanza fisica invia infatti un messaggio mentale che rassicura. Quando ci è stato detto #restateacasa abbiamo aggiunto alla paura della malattia il peso psicologico della lontananza imposta.

Instabilità cognitiva e affettiva, imprevedibilità, insicurezza per gli esiti futuri della pandemia, senso di impotenza, sospetto verso l’altro, coscienza della propria vulnerabilità, sovraccarico lavorativo o mancanza di impiego, tensioni relazionali, sono solo alcuni degli effetti nel breve periodo dello stress individuale e collettivo che richiedono un ri-bilanciamento.

Si parla anche di sintomi individuali e collettivi a medio e lungo termine legati alla pandemia: aumento di ansia, paura, irritabilità, insonnia, rigidità, fissità acritica rispetto alle norme, confusione mentale, disturbi cognitivi connessi a disattenzione e incapacità a concentrarsi, aumento dipendenze (che hanno funzione consolatoria), comportamenti disfunzionali come aggressività o violenza.

A quali strumenti ricorrere per trovare un nuovo equilibrio? Come far volgere questa esperienza in un’opportunità? Come trasformare la fatica, il dolore mentale, in risorsa interiore? In primis dando tempo alla riflessione, possibilmente comunitaria, e contemporaneamente mantenendo vive e dando qualità alle close relationships, alle nostre relazioni più significative, familiari, amici, fino a Dio. Chi coltiva infatti la dimensione spirituale sa di poter attingere sapienza e forza dai Sacramenti, dalle Sacre Scritture, che hanno la capacità di fornire categorie di senso a tutto ciò che viviamo. 

Solo un esempio. “Di tutto questo non resterà pietra su pietra… badate che nessuno vi inganni”, Gesù esorta a non confidare tanto sulle sicurezze materiali (scienza, tecnologia), quanto piuttosto a osservare la realtà, a saper discernere e ci educa ad accettare la nostra vulnerabilità, a stare nell’insicurezza e nel disequilibrio senza paura. Perché? Perché possiamo attraversare ogni evento della vita sapendo di non essere orfani: abbiamo un Dio che ci è Padre e una Chiesa che è fatta di persone e che - loro malgrado - è Santa, perché tempio della Sua Presenza. 

* Ciclo di incontri "Leggere insieme l'esperienza del Covid-19" (Guarda i video su www.bereshit.it)