lunedì 29 marzo 2021

Dal Triduo, Buona Pasqua di Risurrezione!

Questa marmaglia aizzata contro di me

ignora tutto di te, di me, dello Spirito

non conosce nemmeno il motivo dello scandalo,

ha solo in corpo un furore distruttivo da sfogare.

Sono anche questo gli uomini a cui tu mi hai mandato…

Questa brutalità mi è nuova.

Il divino che è in me, vogliono uccidere

Questa bramosia li eccita.

Sfogare sopra un misero

e indifeso corpo umano

che hanno nelle loro mani, l’astio

di un antico e inconfessato paragone

con la divinità, questo li esalta.

Ma altri, Padre, odiano in me la mia pochezza,

maledicono l’umiltà che ho messo nell’essere tuo figlio,

profanando la grandezza nella quale ti pensano.

 

Eppure abbi pietà, perdonali.

 

Gesù è morto.

Il cielo si oscura, l’aria si ottenebra,

un boato immane, un sussulto spaventoso, il terremoto scuote e squarcia la terra.

La vita si ritrae in sé, rientra nelle sue latebre, nei suoi ricoveri.

 

Sabato è passato.

Presto nella mattina vanno alla tomba le donne portando aromi,

ma trovano il macigno rotolato via lontano,

entrano nel sepolcro ma Gesù non c’è.

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”

 

Dal sepolcro la vita è deflagrata.

La morte ha perduto il duro agone.

Comincia un’era nuova:

l’uomo riconciliato nella nuova alleanza sancita dal tuo sangue

ha dinnanzi a sé la via.

Difficile tenersi in quel cammino.

La porta del tuo regno è stretta.


Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,

ora sì che invochiamo il tuo soccorso,

tu, guida e presidio, non ce lo negare.

L’offesa del mondo è stata immane.

Infinitamente più grande è stato il tuo amore.

Noi con amore ti chiediamo amore.

Amen.

 

(Da La Passione, di Mario Luzi)



                         Di cuore, 

BUONA PASQUA  A TUTTI !

                     daniela e marco

lunedì 1 marzo 2021

Come mangiamo? Ordine e disordine del comportamento alimentare

Alimentarsi, di per sé, è la cosa più naturale di questo mondo, eppure non è cosa scontata avere con il cibo un rapporto adeguato, ordinato, forse perché il cibo ha anche valore simbolico, oltre che culturale.
Cosa, come, quanto e quando mangiamo fa la differenza. Le possibili problematiche legate all’assunzione di alimenti non riguardano solo quelle adolescenti e giovani convinte che magrezza coincida con bellezza, ma coinvolgono sempre più spesso bambini come adulti, e non solo di genere femminile. 

Si dispone ormai di un’ampia letteratura e di numerosi studi, ad esempio, sull’anoressia e bulimia nervose, sull’alimentazione incontrollata, su chi adotta diete drastiche fino al digiuno prolungato, su chi soffre di attacchi di fame, su chi si svuota forzatamente lo stomaco. 

Anche i media parlano frequentemente di disturbi del comportamento alimentare, di dipendenza da cibo e delle conseguenti implicazioni sulla salute, mentre la sanità, sia pubblica che privata, se ne fa carico attraverso campagne di informazione, percorsi di rieducazione, centri di cura specializzati. Ed esistono, inoltre, gruppi di mutuo autoaiuto, come ad esempio OA (Overeaters anonymous), che offrono programmi di accompagnamento e recupero a persone con disturbi alimentari di diverso tipo. 

Ma cosa c’è dietro il rifiuto del cibo, o la sua ricerca ossessiva? Renate Göckel, psicologa e autrice di Donne che mangiano troppo e di Finalmente liberi dal cibo, afferma che si tratta sempre di segnali di allarme, che mostrano come una persona, per motivi che variano a seconda dei casi, non sia in armonia con se stessa. L’autrice riporta diverse testimonianze e i percorsi di guarigione di persone da lei incontrate. Si tratta di storie molto diverse tra loro, tuttavia alcuni tratti si presentano con frequenza. 

Prima ancora di un rapporto faticoso con uno o entrambi i genitori, ritorna infatti, in diversi casi, il senso di vuoto esistenziale e di solitudine (che con il cibo si cerca di colmare), l’incapacità gestire lo stress, la fatica a metabolizzare una sofferenza (il cibo qui funge da anestetico e il grasso che si accumula diventa una corazza difensiva), una bassa autostima o una scarsa auto-accettazione, la mancata elaborazione di stati d’animo come rabbia, senso di impotenza, vergogna o senso di colpa, il rifiuto del proprio aspetto per principio, la paura di essere disapprovati…


Che cosa spinge a modificare un comportamento alimentare compulsivo? Dipende. Può trattarsi del superamento di un certo limite o di un evento a forte impatto emotivo, in ogni caso, a un certo punto la persona decide che è tempo di cambiare rotta, in un certo senso, sceglie di rinascere

In questa fase è fondamentale avere un supporto in un percorso terapeutico, soprattutto per non scoraggiarsi di fronte alle ricadute e non cadere in dipendenze o comportamenti diversi ma ancora dannosi per la persona (bere alcolici, assumere sonniferi o altre sostanze, fumare, fare acquisti compulsivi, ecc.), per ricevere forza da chi già ce l’ha fatta, per riacquistare fiducia in se stessi, e recuperare il proprio equilibrio e la gioia di vivere. 

Non è una chimera, è possibile! Prova ne è il fatto che molti,  una volta terminato un programma di aiuto, sono in grado di affiancare e supportare altre persone in percorsi analoghi.

sabato 9 gennaio 2021

La difficile arte di educare


Siamo la civiltà più istruita della storia, abbiamo a disposizione un mare di dati e nozioni, testi, corsi di formazione, guide di esperti, e il campo dell’educazione e della pedagogia non fa eccezione. Tant'è, c’è chi parla di eccesso di cognitività. 

Di fatto, però, siamo anche la civiltà più fragile e insicura, e genitori ed educatori non hanno mai faticato tanto a fare il loro mestiere. Forse perché si corre più facilmente il rischio di sostituire l’azione educativa con la teoria, almeno nella misura in cui ci si limita ad enunciare principi e regole senza agire conseguentemente e congruamente.

Allora partiamo da un’ovvietà neanche tanto ovvia. Un conto è allevare un figlio, altra cosa è ben-educarlo. Da tempo si denuncia un generale stato di carenza o, peggio, di emergenza educativa. Non si entra nel merito, né si mette in discussione il bene che ogni genitore vuole ai e per i propri figli. Ma possiamo chiederci semmai quali comportamenti educativi questo bene deve innescare, perché le due cose non sempre vanno assieme.

Alla domanda “Cosa significa educare un figlio?” i più dotti citerebbero l’origine etimologica del termine e-ducere, vale a dire tirar fuori le loro risorse personali, qualcuno tirerebbe in ballo la trasmissione dei valori, altri assocerebbero l’educazione alla libertà, altri ancora porrebbero l’accento sull’importanza dei desideri dei figli, pochi forse sottolineerebbero l’importanza di educare al sacrificio e ad affrontare le difficoltà della vita.

Vediamo solo qualche aspetto.

L’azione educativa nei confronti dei figli non può ridursi alla trasmissione dei valori sul piano cognitivo. Tutti siamo d’accordo sulla bellezza e bontà dei valori, il genitore però è chiamato ancor prima a trasmettere con l’esempio le virtù, che sono la concretizzazione di ciò che è buono e giusto, offrendo contemporaneamente ai figli occasioni per tradurre i valori in comportamenti corrispondenti

Se manca questo passaggio, anche il più assiduo bombardamento verbale di ciò che è doveroso, buono, giusto risulterà scarsamente efficace, sul piano educativo. In pratica, i figli devono allenarsi, esercitarsi a fare il bene, vedendo che i genitori fanno lo stesso.

Se parliamo poi di educare alla libertà, è opportuno accordarsi sul suo significato, tutt’altro che univoco. Sì, perché la libertà non può essere intesa solo come spontaneità (la sua estremizzazione porterebbe al comportamento animale), o come arbitrio decisionale (giacché non si può prescindere dalle conseguenze del proprio agire), o come autodeterminazione (ogni scelta va sempre ricondotta alla relazione con gli altri). Non che queste dimensioni non siano componenti della libertà, ma essa ha una connotazione ben più profonda.

La libertà va intesa, infatti, come capacità di scegliere tutto ciò che corrisponde al bene, proprio e altrui, a partire dal riconoscimento della dignità dell’essere umano. E qui andrebbe aperta una parentesi sull’educazione al rispetto di ogni persona e di ciò che lo circonda

Educare non può prescindere poi dal concetto di limite. La pratica del disagio giovanile lo dimostra: laddove non c’è stato un accompagnamento all’accettazione - e anche alla frustrazione del limite - tutto per il figlio diventa lecito, indifferentemente opzionale, nel bene e anche nel male. 

E, infine, non serve sottolineare la differenza tra genitore autoritario e genitore autorevole, sappiamo che solo quest’ultimo ha chance di centrare il bersaglio educativo: è infatti colui che sa dire, senza bisogno di urlare, dei sacrosanti e salvifici no, ed è anche colui che per primo vi si sottomette. 

Tutto questo allo scopo di aiutare il figlio a governare al meglio i propri desideri e a saper scegliere ciò che davvero nella vita merita la sua scelta.


venerdì 18 dicembre 2020

Natale diverso


Certo, questo sarà un Natale diverso, per tanti di noi, e per tanti motivi. 

Stiamo pensando a chi lo trascorrerà in solitudine, magari pure alle prese con il peso e l’elaborazione di un lutto. 

O a chi è malato e in ospedale - non solo per covid - e cercherà un po’ di calore e rassicurazione negli sguardi del personale sanitario.

Stiamo pensando anche a tutti quelli che a Natale lavoreranno per qualcun altro. 

E ai detenuti in carcere, ai ragazzi nelle comunità terapeutiche, ai senzatetto, agli anziani nelle RSA, alle famiglie con cronici conflitti al loro interno....

Forse ha senso ricordare che quel Gesù - di cui a Natale festeggiamo la venuta nel mondo (pure nel nostro personale, volendo) - si è identificato dichiaratamente in ognuno di questi soggetti, carcerati compresi (ok nei poveri, sofferenti, malati, ma i carcerati!), compresi cioè quelli che hanno fallito nella vita.

Ecco. L’augurio che facciamo in questo Natale 2020 è di accogliere il Bambino che viene a noi, proprio dentro al nostro micro-mondo riconoscendolo in ogni situazione e circostanza, in ogni volto,  conosciuto e amato e non.

Al di là della frenesia decorativa, dei pranzi infiniti, dei regali d’obbligo, che consuetudinariamente riempivano - e magari un po' ingolfavano - la nostra quotidianità festaiola, oggi restano probabilmente poche cose essenziali, come piccole, rare perle: 

le relazioni a cui teniamo, 
la nostra creatività d’amore che le alimenta, 
e quel poco o molto di fede

in quel Bambino che può illuminare, intenerire, consolare e colmare più di tante altre cose.



Buon Natale e un "meravigliosamente ordinario" 2021!  


daniela e marco

giovedì 26 novembre 2020

Isolamento e distanziamento sociale. Dolore mentale e ri-bilanciamento


Sull’esperienza pandemica si sta riflettendo e dicendo molto, quanto a ripercussioni e conseguenze nel breve, medio e lungo termine. Conseguenze economiche, anzitutto. Ma saranno le più incisive?

Sappiamo che nulla di ciò che la vita ci porta ad affrontare è neutro per noi; gli avvenimenti, infatti, ricadono positivamente o negativamente nel nostro vissuto a seconda di come li ri-leggiamo e interiorizziamo.

E' ormai conclamato che esperienze come il distanziamento sociale e l’isolamento - a cui il covid-19 ci ha costretto - hanno un impatto psico-emotivo tale da rendere necessaria l’acquisizione di nuove categorie di pensiero e strumenti di comprensione per rielaborarne fruttuosamente i contenuti.

Ora, se consideriamo il fatto che la nostra quotidianità è un sistema bilanciato assestato su una certa routine, constatiamo  anche che, quando sopraggiunge qualcosa di destabilizzante come la pandemia, ci ritroviamo a dover gestire uno squilibrio percepibile a livello di corpo, mente, e/o spirito.

E diversi sono i fattori che contribuiscono a generare quello squilibrio che identifichiamo genericamente con lo stress, e che Dario Donei, psicologo e psicoterapeuta, in un ciclo di incontri su questo tema ha definito dolore mentale*.

Pensiamo al bombardamento massmediatico di dati e statistiche cui siamo sottoposti ogni giorno e da mesi, dati che ciascuno interpreta a partire dalle proprie conoscenze o dalla propria ignoranza, dalle proprie certezze o dalle proprie paure, e che, per la loro complessità o contraddittorietà, anziché aiutarci nella capacità critica, aumentano la nostra confusione e, conseguentemente, il nostro dolore mentale appunto. 

Pensiamo ancora ai problemi generati dall’isolamento e dal distanziamento: abbiamo meccanismi interni per cui la vicinanza dell’altro infonde in noi sicurezza, ancor più quando siamo in crisi. La vicinanza fisica invia infatti un messaggio mentale che rassicura. Quando ci è stato detto #restateacasa abbiamo aggiunto alla paura della malattia il peso psicologico della lontananza imposta.

Instabilità cognitiva e affettiva, imprevedibilità, insicurezza per gli esiti futuri della pandemia, senso di impotenza, sospetto verso l’altro, coscienza della propria vulnerabilità, sovraccarico lavorativo o mancanza di impiego, tensioni relazionali, sono solo alcuni degli effetti nel breve periodo dello stress individuale e collettivo che richiedono un ri-bilanciamento.

Si parla anche di sintomi individuali e collettivi a medio e lungo termine legati alla pandemia: aumento di ansia, paura, irritabilità, insonnia, rigidità, fissità acritica rispetto alle norme, confusione mentale, disturbi cognitivi connessi a disattenzione e incapacità a concentrarsi, aumento dipendenze (che hanno funzione consolatoria), comportamenti disfunzionali come aggressività o violenza.

A quali strumenti ricorrere per trovare un nuovo equilibrio? Come far volgere questa esperienza in un’opportunità? Come trasformare la fatica, il dolore mentale, in risorsa interiore? In primis dando tempo alla riflessione, possibilmente comunitaria, e contemporaneamente mantenendo vive e dando qualità alle close relationships, alle nostre relazioni più significative, familiari, amici, fino a Dio. Chi coltiva infatti la dimensione spirituale sa di poter attingere sapienza e forza dai Sacramenti, dalle Sacre Scritture, che hanno la capacità di fornire categorie di senso a tutto ciò che viviamo. 

Solo un esempio. “Di tutto questo non resterà pietra su pietra… badate che nessuno vi inganni”, Gesù esorta a non confidare tanto sulle sicurezze materiali (scienza, tecnologia), quanto piuttosto a osservare la realtà, a saper discernere e ci educa ad accettare la nostra vulnerabilità, a stare nell’insicurezza e nel disequilibrio senza paura. Perché? Perché possiamo attraversare ogni evento della vita sapendo di non essere orfani: abbiamo un Dio che ci è Padre e una Chiesa che è fatta di persone e che - loro malgrado - è Santa, perché tempio della Sua Presenza. 

* Ciclo di incontri "Leggere insieme l'esperienza del Covid-19" (Guarda i video su www.bereshit.it)

martedì 27 ottobre 2020

Risanare l'amore ferito

Continuiamo la nostra riflessione sulla guarigione interiore seguendo L’arte di guarire, di Fabio Rosini. Egli afferma che ciò che in primis va curato in noi è l’amore ferito. Ma da dove inizia la guarigione? 

E' paradigmatica la vicenda dell’emorroissa, che troviamo nel Vangelo di Marco. Si tratta di una donna che soffre di emorragia da anni, che ha speso tutto con guaritori incompetenti, e che decide di toccare Gesù, avendo fede di essere da Lui guarita. Notiamo che la sua guarigione inizia dall’ascolto: “…udito parlare di Gesù…”. Strano, ma non illogico. Il cuore è intessuto di quelle parole che uno si porta dentro. Le parole possono contaminarci, danneggiarci, ferirci se sono menzogne e se dicono il non-amore, oppure sanarci, edificarci, se sono di verità e veicolano autentico bene. 

Certo, non è facile distinguerle, filtrarle. Siamo costantemente bombardati da parole e messaggi! Ecco allora l’importanza di fare anzitutto silenzio. Silenzio nella mente e nel cuore, così da poter prendere distanza dai nostri sillogismi o ragionamenti, perché se restiamo in balia del nostro know-how rimarremo sempre nello stesso buco nero. 

Atto intelligente è allora aprirci ai nuovi input che ci dà la Parola più alta, quella che rivolge Gesù, persona viva, per guarire il nostro cuore e la nostra storia personale. Come avviene questo? Pian piano. Anzitutto prendendo coscienza di tutto il bene e della bellezza di cui siamo portatori in esclusiva. Ed è proprio la Parola che aiuta a farli brillare nuovamente, a rimetterli in circolo. Si può iniziare, ad esempio, dalle parole del Credo. Credo in Dio Padre… 

Molti dei nostri problemi affettivi, dice Rosini, derivano dal vivere cercando di darci un’identità da soli, tentando di guadagnarci il diritto di esistere solo sulla base delle nostre qualità, ritrovandoci così nella voragine delle nostre insufficienze. E viviamo da orfani

Se tu sapessi che Dio Padre ha un piano di salvezza su di te…che c’è qualcosa di bello che Dio Padre vuole fare con te!” Non siamo stati creati e voluti da un estraneo orologiaio massonico o da uno Zeus minaccioso, ma dal Padre. Questa è la prima Parola da far entrare nel silenzio del cuore. 

Non c’è da chiedersi se siamo amati, c'è semplicemente da lasciarci amare, da accettare di essere amati tanto poveri. E’ a noi che fa problema, non a Lui, afferma l'autore.

Di fatto, lo avremo sentito milioni di volte, Lui è amore e non è compatibile con la nostra paura, che diventa subdolamente sistema di pensiero, visione religiosa, modo di vivere, regola delle relazioni (specie in questo tempo), lettura del futuro, precomprensione di ogni atto altrui

Credo nel Signore nostro Gesù Cristo… Qui val la pena fare un check, giusto per vedere se ci sono altri signori nella nostra vita che spadroneggiano, per capire chi o cosa comanda nella nostra esistenza... magari è quel che pensano gli altri di noi. Può essere che incensiamo idoli vari che ci rubano la libertà. Di fatto, Gesù è colui che vuole la nostra libertà. Ed è disposto ad essere nostro, a manifestarsi a noi. E lo fa non asfaltando la nostra anima, ma amandoci.

Credo nello Spirito Santo... Ecco colui che ha il potere di visitare la nostra storia (come ha fatto con Maria) e portarci dentro Cristo. Val la pena dirgli: “Vieni, ti accolgo”, perché sa trasformare ciò che rifiutiamo di noi, gli sbagli, le ingiustizie subite, anche i peccati, in luogo benedetto. 


venerdì 28 agosto 2020

Guarigione, sintomi e paure. C'è correlazione?

In L’arte di guarire Fabio Rosini affronta il tema della guarigione con quello sguardo e quello stile trasversali che gli sono propri, e lo fa a partire dall’episodio evangelico dell’emorroissa, una donna che soffre da 12 anni di perdite continue di sangue e che, dopo aver speso tutto e invano per curarsi, cerca di toccare Gesù per essere da Lui guarita.

È interessante il percorso che, pagina dopo pagina, l’autore ci porta a compiere. Un viaggio che, di fatto, è una discesa nella nostra interiorità: ci invita a metterci in ascolto di eventuali sintomi, del nostro dolore, così da individuare il male da cui scaturiscono, con l’obiettivo di arrivare fino alle sue radici.

E’ possibile compiere fruttuosamente da soli questo viaggio in noi stessi per guarire da ciò che ci affligge? Pare di no. Dobbiamo tenere la mano a Qualcuno, dobbiamo proprio toccarlo, fissando senza paura il nostro sguardo nel Suo.

Ma prima di far questo, è bene fare alcune premesse. Rosini afferma: “… nella vita di una persona ci possono essere degli aspetti isolati che girano bene, ma questo non significa che tutto funzioni. Si può essere lavorativamente affermati, e magari il resto è grigio e senza sapore. Ci sono persone con una salute di ferro e una vita infelice. … Tante volte ci si può ingannare continuando a farsi il trailer delle cose riuscite per cercare di sopravvivere alle zone vuote.

Perché? Forse perché come la donna sanata, abbiamo delle zone della nostra vita che non hanno mai smesso di sanguinare. Si tratta di ferite intime, legate al nostro mondo affettivo, relazionale. Che sintomi possono dare? Diversi. Insoddisfazione, vergogna di sé, chiusura, possessività, ricerca di compensazioni, manipolazione degli altri, violenza, permalosità, vittimismo, bisogno di sedurre, aggressività, diffidenza, esibizionismo, solo per dirne alcuni.

L’importante è comprendere che si tratta appunto di sintomi, non del male che li scatena. Questo male, al livello più profondo, è sempre riconducibile a un’unica discriminante fondamentale: la paura, come realtà interiore opposta all’amore.

Non abbiamo altro problema e altra soluzione che l’amore. Tutto dipende dall’amore: se siamo amati davvero o per finta. Se l’amore è mancato nella nostra infanzia, tutto ne è stato segnato. Se abbiamo fatto un gesto di amore vero, gratuito, tutta la vita ne è illuminata. Allora i miei sintomi sono riconducibili a una sola malattia: tutto l’amore che mi manca o che non ho dato. ...E il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura.”

Le paure sono sempre frutto del proprio vissuto, vale a dire hanno una loro logica, un loro contenuto. Facciamo qualche esempio. La paura di deludere, normalmente alimentata dalla superbia, genera chiusura e diffidenza, porta a non aprirsi o a non sbilanciarsi mai, fa evitare i conflitti, impedisce di manifestarsi per ciò che si è realmente.
La paura di perdere il controllo è sorella dell’avarizia e rende irascibili, insicuri, possessivi, ossessionati per la propria incolumità.
La paura di non essere perfetti rende incapaci di chiedere aiuto, suscettibili alle critiche, porta a “vendere” una immagine falsa di sé, ad invidiare gli altri.
La paura di non avere importanza è alimentata dal proprio orgoglio e induce a entrare in competizione, a denigrare gli altri, a manipolare i racconti, a pavoneggiarsi dei propri successi, fa temere enormemente le umiliazioni.
La paura di soffrire fa cadere in alcune dipendenze, spesso da cibo e/o da sesso, porta a esorcizzare il dolore cercando il piacere, e rende avidi, ingordi.

La paura è convinzione di qualcosa. Le persuasioni contenute nelle paure sono fortissime in noi”.  Il problema è che non corrispondono a verità, sono sganciate dalla realtà. Il brano biblico in Genesi 3 del dialogo tra Eva e il serpente e la trasgressione che ne segue, è un paradigma calzante, perché rivela che il male – in ogni sua forma - lavora insinuando delle falsità al pensiero; questo si traduce in scelte e atti che producono una paura distruttiva e assolutizzante, che diventa a sua volta patologia nelle relazioni.

Come riconoscere questi pensieri neri? Beh, normalmente sono tristi, autocommiserativi perché – ecco la menzogna più subdola del serpente - ci inducono a credere che “diventerete come Dio”, vale a dire che dovremmo e potremmo essere altro da noi stessi. E si insinua la falsa convinzione che allora siamo imperfetti, incompiuti, che c’è di meglio, e “si pianta nell’anima la vergogna, l’insoddisfazione verso di sé” assieme all’aspettativa assurda di deificare noi stessi.

Ma torniamo all’emorroissa. Prima di rivolgersi a Gesù aveva speso tutti i suoi averi rivolgendosi a molti medici, che, anziché guarirla, ne avevano aggravato le sofferenze. Questo capita anche oggi: ci si affida a “esperti”, con poderosa dispersione di tempo e risorse fisiche, mentali e pecuniarie, inseguendo l’illusione di trovare strategie risolutive per i nostri mali, salvo poi ritrovarci depauperati e peggiori di prima.

Questo, ad esempio, è ciò che accade a chi si affida ai guru del salutismo, del guarire mangiando, del corpo-che-non-avrai-mai. Molto o tutto si è disposti a sacrificare su questi altari, salvo poi accorgersi, a volte troppo tardi, dell’entità del prezzo pagato, in senso stretto e in senso lato.

Queste convinzioni si rivelano soluzioni fuori mira, hanno il volto delle tre tentazioni classiche. La prima è edonistica, porta a credere di poter trasformare le pietre in panini: è l’ansia di appagamento, di assumere, di assimilare qualcosa, portando a una “infinita fase orale esistenziale”. La seconda è legata al possesso, al potere, che implicano penosi compromessi, perdita di libertà, laceramento delle relazioni fondamentali. La terza è idealistica, narcisista, e ottunde la mente, induce a pensare che ci si salva grazie ai propri progetti, alle proprie pianificazioni.

È a questo punto che possiamo farci qualche domanda, magari mettendola nella preghiera:

Ho seguito qualche strategia sbagliata? 
Di quali “esperti” mi sto fidando? 
Quanto mi sta costando?

Se nel rispondere mi irrigidisco, scalpito e mi arrabbio, questo è un buon segno rivelatore.
È da queste risposte che inizia la guarigione vera.

(continua...)