martedì 22 ottobre 2019

Qual è la natura del male?

Lungi da noi il pensare di poter trattare la questione del male in chiave filosofica o teologica. Vorremmo solo abbozzare qualche considerazione guardando la realtà che ci circonda, a partire dalla prospettiva delle persone comuni, quali noi siamo.

Da genitori, ci colpisce dolorosamente l’efferatezza di certi atti perpetrati da adolescenti e giovani verso coetanei o a danno di categorie di persone deboli. Pensiamo alla violenza agita in famiglia, soprattutto nei confronti di donne e bambini. O consideriamo ogni personale o collettiva manifestazione di odio - come quello raziale, ad esempio – odio che per sua natura è distruttivo e omicida.

Se guardiamo poi alla modalità con cui nella nostra società si cerca di gestire i casi come quelli a cui stiamo accennando, notiamo che gli interventi di contrasto si incentrano sugli effetti, si opera cioè a valle del problema, per lo più con l’applicazione di norme sanzionatorie.

Certo, bisogna riconoscere che si pongono talvolta in essere anche interventi correttivi miranti a riabilitare la persona, ricorrendo a discipline come la psicologia, la sociologia, la pedagogia o la scienza medica. Si agisce comunque per rimediare alle conseguenze di ciò che è già stato compiuto. Sulle cause scatenanti, sulle origini di un disagio, si ragiona poco o in maniera non incisiva. Forse è per questo che le attività di contrasto danno esiti non risolutivi.

Ci siamo chiesti perché, e una risposta ci è arrivata. Poiché ci pare plausibile, condividiamo il sillogismo che ne sta alla base.
L’assunto di partenza è che la natura del male è, in ultima analisi, spirituale. Vale a dire, le sue radici affondano nel terreno dell’anima di ogni uomo. Se ne deduce che il male, in quanto tale, può essere più efficacemente contrastato nell’ambito della coscienza di chi lo esercita.

In questa prospettiva, ci pare entri in gioco, oltre al relativismo, il virus culturale più diffuso e meno combattuto del nostro tempo. Si tratta di quella visione antropologica che concepisce l’uomo unicamente come corpo e psiche, praticamente deprivato dell’anima, vale a dire della sua componente spirituale.

Il limite di questa visione si coglie meglio nelle sue conseguenze: nessuna etica o debole morale di riferimento, oblio della coscienza e rifiuto della realtà di un Dio a cui render conto delle proprie scelte e azioni, nessuna salvezza o vita eterna da accogliere.

È chiaro che il nesso tra questo virus e la nostra ipotesi di partenza ha a che fare con l’impossibilità di riconoscere la natura spirituale del male e, conseguentemente, con la difficoltà a combatterlo adeguatamente, ad armi pari. A titolo di esempio, la psicologia è un importante strumento per gestire i disagi mentali, ma può fare poco o nulla, per guarire le malattie dell’anima.

Non è uguale crescere e educare un figlio tenendo conto che quest’ultimo ha un’anima, oltre che un corpo e una mente da nutrire. Questo implica, tra le altre cose, trasmettergli una serie di valori e principi che fungano da strumenti di discernimento (tra bene e male) e da riferimenti interiori nella sua vita futura. Se, per contro, viene trascurata e ignorata la natura anche spirituale di un figlio, sarà più facile per lui incappare e soccombere nelle dinamiche del male, perché povero di strumenti di contrasto.

Ci pare significativa, allora, la responsabilità di porre attenzione e mettersi in ascolto della propria e altrui dimensione più profonda, a beneficio del singolo e dell’intero assetto societario.

giovedì 5 settembre 2019

Da cittadina europea, da madre

Sinceramente, non posso non restare sconcertata di fronte all’omissione silente rispetto a quanto ormai da tempo accade nelle carceri libiche (chi ne esce testimonia visibilmente torture, trattamenti brutali, violenze gratuite) mentre i campi di accoglienza, come quelli in Grecia, sono al collasso.

La comunità internazionale, ma ancor prima l’opulenta Europa praticamente tace, non si muove, sembra fare una gran fatica ad accogliere, redistribuendole, qualche centinaia di persone. Mi chiedo, a livello di coscienza collettiva, che differenza c’è tra l’attuale situazione e quella delle deportazioni avvenute nel secondo conflitto mondiale?

Al di là degli avvicendamenti politici interni, da cittadina di un’Europa dichiaratamente emancipata ed evoluta, quindi garante dei fondamentali diritti umani, mi aspetto da tempo prese di posizioni coerenti e fattive.

Non posso sposare l’idea che in Europa si incentivi la libera circolazione delle merci e del danaro, e certo, anche delle persone - ma solo quelle di un certo rango, vale a dire di un certo status sociale, di una certa provenienza. Non posso sposare l’idea che si classifichino persone di serie A, di serie B, e anche di serie C.

E non sto ragionando da cristiana, ovviamente, che il salto sarebbe eccessivo forse per alcuni e implicherebbe ulteriori considerazioni. Parlo da semplice madre. Se ci fosse uno dei miei figli, in carcere in Libia o in uno dei tanti campi di accoglienza disseminati sul territorio internazionale, mi tremerebbero le vene ai polsi.

Del resto, se fossimo nati in una zona di guerra o, ad esempio, nell’area subsahariana, dove le prospettive di vita sono basse, dove la vita è minacciata e vale poco, auspicherei senz’altro per i nostri figli la possibilità di sopravvivenza prima, e di realizzazione poi. Senza grandi pretese, solo che potessero vivere in pace e dignitosamente. Desidererei per loro che trovassero altre persone che non li facessero sentire soli al mondo, che li facessero sentire, se non benvoluti, quanto meno accolti, rispettati. Farei di tutto, per offrire loro questa opportunità.

E di fatto molte madri, molte famiglie ci provano, lo sappiamo. Con grandi sacrifici raccolgono tutto il denaro che possono, per far arrivare i propri figli nella terra che notoriamente garantisce pace e rispetto dei diritti fondamentali. Sarebbe l’Europa, nel loro immaginario.

Da cittadina europea, da madre, da cristiana, vorrei che a quei figli non venisse negata la vita e che il valore di quest’ultima fosse riconosciuto come universale, a-territoriale, senza condizioni.

giovedì 13 giugno 2019

Il ruolo non facile del terzo genitore

Se fino a qualche decennio fa la tradizione culturale e l’impianto legislativo erano orientati a preservare l’integrità dell’istituzione familiare, oggi le famiglie continuano a costituirsi, ma poi una parte di esse si sgretola per ricomporsi sulla base di nuovi assetti relazionali.

Da tempo la scena sociale fa i conti con la presenza delle famiglie allargate o miste, come frutto di nuove unioni, a cui uno o entrambi i partner approdano portando con sé i figli nati da precedenti rapporti.  Le nuove reti relazionali diventano complesse, a volte problematiche, perchè intersecate e a più livelli.

Come acutamente osserva Anna Oliverio Ferraris, in Il terzo genitore, non è prerogativa della sola coppia neocostituita l’impegno di edificare la relazione con l’altro, questo tocca giocoforza anche ai figli dei due. Quando i figli sono piccoli, l’accettazione del nuovo partner di mamma o papà è relativamente semplice. Quando però si tratta di adolescenti le cose possono complicarsi. Un figlio adolescente, di solito, ha avuto il tempo di edificare la propria identità sulle fondamenta di un contesto familiare considerato affettivamente certo e definito da determinate abitudini, rituali, dinamiche relazionali, codici comunicativi interni. Non è automatico né semplice rinunciarvi e sostituire tutto ciò con qualcosa di diverso.

In ogni nuova unione, in pratica,  i bisogni emotivi, le aspettative e le difficoltà, i sentimenti e il vissuto dei due partner vanno a sommarsi a quelli dei rispettivi figli – e, aggiungiamo, dei nonni e affini; questo impone a ciascuno di trovare soluzioni, di assestarsi su rinnovati equilibri, da incastrare spesso anche con le conflittualità che hanno caratterizzato i rapporti precedenti e che mai si cancellano con un colpo di spugna, anzi, tante volte proseguono, pur se con altre modalità.

Ricordiamo poi che ogni figlio guarda naturalmente e istintivamente al genitore dello stesso sesso, elevandolo, più o meno consciamente, a modello di riferimento nel percorso di crescita. Nel momento in cui l’altro genitore cambia partner, al figlio risulta complesso gestire l’affiancamento di una nuova figura-specchio, specie se le due sono molto diverse tra loro.

La posizione del terzo genitore all’interno della nuova famiglia esige diplomazia, delicatezza, spirito di adattamento, pazienza, lungimiranza e tanta capacità di amare, perché da un lato non può esimersi dall’assumere delle responsabilità nei confronti dei figli del partner, ad esempio quando quest’ultimo si assenta per vari motivi, dall’altro non può prescindere dalle altre figure di riferimento. Non è infrequente che si ritrovi a cozzare contro un’iniziale diffidenza, l'ostilità o il rifiuto.

Il genitore aggiunto si ritrova ad assumere, anche contemporaneamente, ruoli diversi e di non immediata definizione: patrigno/matrigna, papà/mamma di rincalzo, amico/a, rivale, usurpatore… In ogni caso, dovrà fare i conti con la figura del genitore biologico, con il quale verrà inevitabilmente messo a confronto.

Tutto ciò rappresenta, con i debiti distinguo, lo scenario in cui una nuova coppia può ritrovarsi immersa, malgrado le aspettative e le premesse di felicità futura. Sono sempre la maturità nel ricercare il massimo bene possibile per ciascuno, l' equilibrio psicologico e una buona comunicazione a fare la differenza.

Accanto a questi, ci sono anche casi in cui è prevalsa la scelta di ricostruire il proprio vissuto familiare originario affrontando la crisi.
,
Molte sono le coppie che testimoniano che questa scelta si è rivelata inaspettatamente più fruttuosa del suo abbandono.


martedì 4 giugno 2019

I matrimoni di tendenza? Quelli solidali

Si è cominciato, diversi anni fa, con le prime liste di nozze solidali, in cui gli invitati al matrimonio potevano donare in beneficienza il corrispettivo del regalo scelto a qualche ente o realtà dedicata a categorie svantaggiate.

Oggi questa felice tendenza si è consolidata, tanto da rientrare tra le proposte dei wedding planner di ultima tendenza: gli sposi, organizzando il loro giorno più bello, possono finanziare un progetto solidale, ricorrere a servizi “etici” di associazioni senza scopo di lucro o scegliere per il loro banchetto prodotti derivanti da filiere di produzione fattivamente opposte allo sfruttamento dell'uomo e dell'ambiente.

Basta poco, dunque: si può optare per bomboniere e partecipazioni realizzate da disabili o persone svantaggiate, organizzare la luna di miele scegliendo itinerari o località rientranti nel turismo consapevole (www.lunadimielesolidale.it), contemplare una quota per progetti nel Terzo Mondo tra i costi per video e foto della cerimonia; persino l'abito della sposa può essere acquistato di seconda mano, essere realizzato da donne svantaggiate o profughe (es. marchio Indossostorie) o fatto con tessuti naturali come il lino grezzo.

Anche la location non è più necessariamente il ristorante che propone il classico banchetto sfarzoso e luculliano: c’è chi opta per un contesto informale, come ad esempio una sala parrocchiale o una casa montana, ricorrendo a una cooperativa di catering e banqueting che assuma persone diversamente abili per la realizzazione e il servizio dei pasti.

Tra i futuri sposi sta emergendo sempre più la tendenza a far spazio alla sobrietà, alla solidarietà, alla condivisione. In Italia, soprattutto al Nord e in alcune regioni come la Toscana, si è diffuso ormai il trend contrario al lusso e agli eventi organizzati in pompa magna.

Sul web si trovano, senza fatica, piattaforme che intercettano e mettono in rete diversi operatori dell'ambito solidale. I responsabili  di 'matrimonisolidali.org', per dirne uno, offrono una gamma di proposte sostenibili che uniscono la qualità a tante positive ricadute sociali, ambientali e culturali.

Non si contano le associazioni e aziende che collaborano per dare agli sposi la possibilità di fare del bene su più fronti. Tra queste l'Associazione Libera, che, con il logo "Sposa la legalità", presenta progetti di elevata sostenibilità proprio per le nozze.

Oggi dunque è possibile, anzi facile far sì che il proprio matrimonio diventi un dono, sia per sé stessi che per gli altri, specie se meno fortunati.

domenica 14 aprile 2019

Quella luce che sfolgora

Risurrezione - Marko Ivan Rupnik
Possa questo Tempo portare la luce sfolgorante della Risurrezione a chiunque senta il bisogno

di essere preso per mano, 
compreso nel profondo, 
consolato da certe ostinate tristezze
o guarito da ferite,
vecchie e nuove. 

Dopodichè, uno tsunami di gioia possa inondare il cuore di tutti!

Buona Settimana Santa e buona Pasqua!

daniela e marco  

sabato 30 marzo 2019

Violenza, uomini maltrattanti e contraltari culturali

Non è operazione frequente, quella di ragionare sulla violenza sulle donne dalla prospettiva degli uomini maltrattanti. Normalmente ci si concentra, come è logico e istintivo, sulla parte colpita. Ma chi, come Alessandra Pauncz – psicologa che dal 1995 si occupa di maltrattamenti e violenza sulle donne - ha provato a mettersi in attento ascolto anche degli uomini che hanno usato violenza, scopre che questo modo di agire è tipico, paradossalmente, di chi è fragile e insicuro, di chi ha paure profonde, di chi si percepisce disprezzato o senza speranza di migliorare.

Non serve, crediamo, ribadire che la violenza non è mai giustificabile: quando il maltrattamento non sopprime fisicamente, uccide comunque gli affetti e le relazioni fondate sulla fiducia, rovinando l’esistenza propria e altrui. Beninteso, non esiste solo la violenza dei lividi, dei traumi nascosti, degli occhi neri, c’è anche quella delle parole, degli atteggiamenti denigratori o umilianti. Esiste dunque la violenza fisica, ma anche il maltrattamento psicologico, ben più difficile da riconoscere.

Apriamo una breve parentesi, quanto meno sulla spettacolarizzazione e banalizzazione della violenza nell’industria cinematografica, e ancor prima in quella dell’intrattenimento per l’infanzia (cartoni animati, videogiochi, giocattoli).  In ogni epoca i bambini hanno giocato a cowboy contro indiani con fuciletti ed archi, oggi, tuttavia, dobbiamo fare i conti con una cultura placidamente permeata, o meglio, bombardata, dall’idea di una violenza ricreativa, normativa, che porta a ignorarne la gravità e le conseguenze. 

Alessandra Pauncz, che ha fondato in Italia il primo Centro per il lavoro con uomini autori di violenze e accompagna giornalmente esperienze di violenza, agita e subita, sostiene infatti: “la violenza è principalmente un problema culturale e sociale”, per questo è riduttivo e non risolutivo “darne esclusivamente una lettura individuale, relazionale e familiare, senza tener conto dei fattori comunitari, sociali e storici”. La violenza riguarda tutti, e ne siamo in qualche modo assuefatti. E’ dentro le nostre narrazioni, nel nostro linguaggio, è parte di ciò che guardiamo, leggiamo e pensiamo.

Sta a noi bonificare, sostituire, assumerne e diffondere, specie tra le nuove generazioni, i contraltari culturali, quali la mitezza, la gentilezza, la dolcezza, la tutela, il rispetto, la bellezza delle relazioni positive.

venerdì 15 febbraio 2019

Riconoscere i segni dei tempi

Non c’è dubbio, anche i più distratti si stanno accorgendo che siamo in un tempo caratterizzato da cambiamenti, e di varia natura. Nella società, nella cultura, nella dimensione di fede. C’è chi l’aveva previsto parecchio tempo fa. Tra questi, Romano Guardini.

È affascinante la sua analisi storico-culturale che fotografa il puntuale alternarsi di epoche organiche a epoche critiche. Epoche della durata di secoli, che hanno traghettato nella storia anche la Chiesa.

In ogni periodo organico prevale la vita come paradigma di ogni sapere e norma. Quanto all’ambito della fede, nelle epoche organiche la centralità è data a Cristo, che è Vita, oltre che Via e Verità. Nell'arte, poi, domina il simbolo come veicolo espressivo, anzichè il canone.
In Europa l'ultima epoca organica è stata quella che ha constrassegato l’Alto Medioevo.

Al tramonto di un’epoca organica, dopo un periodo di transizione, si fa spazio un’epoca critica, in cui sono la ragione, la norma, il metodo a scandire e regolare la vita. La centralità è data all’individuo, con tutto ciò che questo comporta.

L’ultima epoca critica, in l’Occidente, avviata dall’Illuminismo, ha visto il suo crepuscolo nel secolo scorso e oggi ci troviamo nella fase di passaggio, caratterizzata necessariamente -  sostiene Guardini - da forti spaccature, in ogni ambito, e da una generale, profonda crisi.

A ben guardare, possiamo constatarlo: ciò che prima risultava rispondente agli intenti e agli interessi comuni - anche dentro la Chiesa - oggi manifesta il suo fallimento, confermato, nella società, da netti segnali di rifiuto. Pensiamo alle sorti e alla storia del Cristianesimo in Europa.

L’Europa oggi non si riconosce più in esso, da tempo ne respinge il contenuto rifiutandone i metodi e gli approcci alla pastorale. Fino al secolo scorso, la regola morale e la dottrina dettavano le prassi di vita, l’elaborazione intellettuale della fede ne determinava la sua pratica. Tutto ciò ormai non dà più frutti spirituali.

Secondo questa analisi interpretativa della storia, dunque, siamo a metà del guado: c’è ancora qualche strascico dell'epoca critica, trattenuta da chi cerca di perpetuarne i presupposti. Ma ci sono anche evidenti segni di apertura al cambiamento verso l’organico, mosso da chi sente di dover mettere nuovamente al centro la Vita, con la sua sacralità, con il suo naturale tendere all'unità come frutto della relazione, e - relativamente alla fede - si fa spazio allo Spirito Santo, da cui la vita stessa trae ispirazione, luce e forza.

Non ci devono dunque spaventare i segni contraddittori di questi tempi; siamo semmai chiamati a scorgere i segni positivi, e – per chi lo ritiene buona cosa – sostenere la vita in ogni sua fase e forma, difendendone la dignità, la bellezza, anche recuperandone la  fondante dimensione relazionale, che fa riconoscere nell'altro non più l'antagonista, il nemico da cui difendersi, ma un compagno di viaggio. L'altro, a partire dal più vicino, diventa anzitutto un volto, che è simbolo di un altro volto, quello di Cristo.