sabato 9 gennaio 2021

La difficile arte di educare


Siamo la civiltà più istruita della storia, abbiamo a disposizione un mare di dati e nozioni, testi, corsi di formazione, guide di esperti, e il campo dell’educazione e della pedagogia non fa eccezione. Tant'è, c’è chi parla di eccesso di cognitività. 

Di fatto, però, siamo anche la civiltà più fragile e insicura, e genitori ed educatori non hanno mai faticato tanto a fare il loro mestiere. Forse perché si corre più facilmente il rischio di sostituire l’azione educativa con la teoria, almeno nella misura in cui ci si limita ad enunciare principi e regole senza agire conseguentemente e congruamente.

Allora partiamo da un’ovvietà neanche tanto ovvia. Un conto è allevare un figlio, altra cosa è ben-educarlo. Da tempo si denuncia un generale stato di carenza o, peggio, emergenza educativa. Non si entra nel merito, né si mette in discussione il bene che ogni genitore vuole ai e per i propri figli. Ma possiamo chiederci semmai quali comportamenti educativi questo bene deve innescare, perché le due cose non sempre vanno assieme.

Alla domanda “Cosa significa educare un figlio?” i più dotti citerebbero l’origine etimologica del termine e-ducere, vale a dire tirar fuori le loro risorse personali, qualcuno tirerebbe in ballo la trasmissione dei valori, altri assocerebbero l’educazione alla libertà, altri ancora porrebbero l’accento sull’importanza dei desideri dei figli, pochi forse sottolineerebbero l’importanza di educare al sacrificio e ad affrontare le difficoltà della vita.

Vediamo solo qualche aspetto.

A pensarci, l’azione educativa nei confronti dei figli non può ridursi alla trasmissione dei valori sul piano cognitivo. Tutti siamo d’accordo sulla bellezza e bontà dei valori, il genitore però è chiamato ancor prima a trasmettere con l’esempio le virtù, che sono la concretizzazione del bene, offrendo contemporaneamente ai figli occasioni per incarnare nel quotidiano, così da far sì che impari a tradurre i valori in comportamenti

Se manca questo passaggio, anche il più assiduo bombardamento verbale di ciò che è doveroso, buono, giusto risulterà scarsamente efficace, sul piano educativo. In pratica, i figli devono allenarsi, esercitarsi a fare il bene vedendo che i genitori fanno lo stesso.

Se parliamo poi di educare alla libertà, è opportuno accordarsi sul suo significato, tutt’altro che univoco. Sì, perché la libertà non può essere intesa solo come spontaneità (la sua estremizzazione porterebbe al comportamento animale), o come arbitrio decisionale (giacchè non si può prescindere dalle conseguenze del proprio agire), o come autodeterminazione (ogni scelta va sempre ricondotta alla relazione con gli altri). Non che queste dimensioni non siano componenti della libertà, ma essa ha una connotazione ben più profonda.

La libertà va intesa, infatti, come capacità di scegliere il bene. Essa corrisponde in ultima analisi alla scelta di agire nel bene, e questo a partire dal riconoscimento della dignità dell’essere umano. 

Educare alla e nella libertà insomma non può che portare il figlio ad assumere comportamenti rispettosi della dignità, propria e altrui. E qui andrebbe aperta una parentesi sull’educazione al rispetto di ogni persona e di ciò che lo circonda

Educare non può prescindere poi dal concetto di limite. La pratica del disagio giovanile lo dimostra: laddove non c’è stato un accompagnamento all’accettazione - e anche alla frustrazione del limite - tutto per il figlio diventa lecito, indifferentemente opzionale, nel bene e nel male. 

E qui non serve quasi sottolineare la differenza tra genitore autoritario e genitore autorevole, solo quest’ultimo ha chance di centrare il bersaglio: è infatti colui che sa dire, senza bisogno di urlare, dei sacrosanti e salvifici no, ed è anche colui che per primo vi si sottomette. 

Tutto questo allo scopo di aiutare il figlio a governare al meglio i propri desideri e a saper scegliere ciò che davvero nella vita merita la scelta.


venerdì 18 dicembre 2020

Natale diverso


Certo, questo sarà un Natale diverso, per tanti di noi, e per tanti motivi. 

Stiamo pensando a chi lo trascorrerà in solitudine, magari pure alle prese con il peso e l’elaborazione di un lutto. 

O a chi è malato e in ospedale - non solo per covid - e cercherà un po’ di calore e rassicurazione negli sguardi del personale sanitario.

Stiamo pensando anche a tutti quelli che a Natale lavoreranno per qualcun altro. 

E ai detenuti in carcere, ai ragazzi nelle comunità terapeutiche, ai senzatetto, agli anziani nelle RSA, alle famiglie con cronici conflitti al loro interno....

Forse ha senso ricordare che quel Gesù - di cui a Natale festeggiamo la venuta nel mondo (pure nel nostro personale, volendo) - si è identificato dichiaratamente in ognuno di questi soggetti, carcerati compresi (ok nei poveri, sofferenti, malati, ma i carcerati!), compresi cioè quelli che hanno fallito nella vita.

Ecco. L’augurio che facciamo in questo Natale 2020 è di accogliere il Bambino che viene a noi, proprio dentro al nostro micro-mondo riconoscendolo in ogni situazione e circostanza, in ogni volto,  conosciuto e amato e non.

Al di là della frenesia decorativa, dei pranzi infiniti, dei regali d’obbligo, che consuetudinariamente riempivano - e magari un po' ingolfavano - la nostra quotidianità festaiola, oggi restano probabilmente poche cose essenziali, come piccole, rare perle: 

le relazioni a cui teniamo, 
la nostra creatività d’amore che le alimenta, 
e quel poco o molto di fede

in quel Bambino che può illuminare, intenerire, consolare e colmare più di tante altre cose.



Buon Natale e un "meravigliosamente ordinario" 2021!  


daniela e marco

giovedì 26 novembre 2020

Isolamento e distanziamento sociale. Dolore mentale e ri-bilanciamento


Sull’esperienza pandemica si sta riflettendo e dicendo molto, quanto a ripercussioni e conseguenze nel breve, medio e lungo termine. Conseguenze economiche, anzitutto. Ma saranno le più incisive?

Sappiamo che nulla di ciò che la vita ci porta ad affrontare è neutro per noi; gli avvenimenti, infatti, ricadono positivamente o negativamente nel nostro vissuto a seconda di come li ri-leggiamo e interiorizziamo.

E' ormai conclamato che esperienze come il distanziamento sociale e l’isolamento - a cui il covid-19 ci ha costretto - hanno un impatto psico-emotivo tale da rendere necessaria l’acquisizione di nuove categorie di pensiero e strumenti di comprensione per rielaborarne fruttuosamente i contenuti.

Ora, se consideriamo il fatto che la nostra quotidianità è un sistema bilanciato assestato su una certa routine, constatiamo  anche che, quando sopraggiunge qualcosa di destabilizzante come la pandemia, ci ritroviamo a dover gestire uno squilibrio percepibile a livello di corpo, mente, e/o spirito.

E diversi sono i fattori che contribuiscono a generare quello squilibrio che identifichiamo genericamente con lo stress, e che Dario Donei, psicologo e psicoterapeuta, in un ciclo di incontri su questo tema ha definito dolore mentale*.

Pensiamo al bombardamento massmediatico di dati e statistiche cui siamo sottoposti ogni giorno e da mesi, dati che ciascuno interpreta a partire dalle proprie conoscenze o dalla propria ignoranza, dalle proprie certezze o dalle proprie paure, e che, per la loro complessità o contraddittorietà, anziché aiutarci nella capacità critica, aumentano la nostra confusione e, conseguentemente, il nostro dolore mentale appunto. 

Pensiamo ancora ai problemi generati dall’isolamento e dal distanziamento: abbiamo meccanismi interni per cui la vicinanza dell’altro infonde in noi sicurezza, ancor più quando siamo in crisi. La vicinanza fisica invia infatti un messaggio mentale che rassicura. Quando ci è stato detto #restateacasa abbiamo aggiunto alla paura della malattia il peso psicologico della lontananza imposta.

Instabilità cognitiva e affettiva, imprevedibilità, insicurezza per gli esiti futuri della pandemia, senso di impotenza, sospetto verso l’altro, coscienza della propria vulnerabilità, sovraccarico lavorativo o mancanza di impiego, tensioni relazionali, sono solo alcuni degli effetti nel breve periodo dello stress individuale e collettivo che richiedono un ri-bilanciamento.

Si parla anche di sintomi individuali e collettivi a medio e lungo termine legati alla pandemia: aumento di ansia, paura, irritabilità, insonnia, rigidità, fissità acritica rispetto alle norme, confusione mentale, disturbi cognitivi connessi a disattenzione e incapacità a concentrarsi, aumento dipendenze (che hanno funzione consolatoria), comportamenti disfunzionali come aggressività o violenza.

A quali strumenti ricorrere per trovare un nuovo equilibrio? Come far volgere questa esperienza in un’opportunità? Come trasformare la fatica, il dolore mentale, in risorsa interiore? In primis dando tempo alla riflessione, possibilmente comunitaria, e contemporaneamente mantenendo vive e dando qualità alle close relationships, alle nostre relazioni più significative, familiari, amici, fino a Dio. Chi coltiva infatti la dimensione spirituale sa di poter attingere sapienza e forza dai Sacramenti, dalle Sacre Scritture, che hanno la capacità di fornire categorie di senso a tutto ciò che viviamo. 

Solo un esempio. “Di tutto questo non resterà pietra su pietra… badate che nessuno vi inganni”, Gesù esorta a non confidare tanto sulle sicurezze materiali (scienza, tecnologia), quanto piuttosto a osservare la realtà, a saper discernere e ci educa ad accettare la nostra vulnerabilità, a stare nell’insicurezza e nel disequilibrio senza paura. Perché? Perché possiamo attraversare ogni evento della vita sapendo di non essere orfani: abbiamo un Dio che ci è Padre e una Chiesa che è fatta di persone e che - loro malgrado - è Santa, perché tempio della Sua Presenza. 

* Ciclo di incontri "Leggere insieme l'esperienza del Covid-19" (Guarda i video su www.bereshit.it)

martedì 27 ottobre 2020

Risanare l'amore ferito

Continuiamo la nostra riflessione sulla guarigione interiore seguendo L’arte di guarire, di Fabio Rosini. Egli afferma che ciò che in primis va curato in noi è l’amore ferito. Ma da dove inizia la guarigione? 

E' paradigmatica la vicenda dell’emorroissa, che troviamo nel Vangelo di Marco. Si tratta di una donna che soffre di emorragia da anni, che ha speso tutto con guaritori incompetenti, e che decide di toccare Gesù, avendo fede di essere da Lui guarita. Notiamo che la sua guarigione inizia dall’ascolto: “…udito parlare di Gesù…”. Strano, ma non illogico. Il cuore è intessuto di quelle parole che uno si porta dentro. Le parole possono contaminarci, danneggiarci, ferirci se sono menzogne e se dicono il non-amore, oppure sanarci, edificarci, se sono di verità e veicolano autentico bene. 

Certo, non è facile distinguerle, filtrarle. Siamo costantemente bombardati da parole e messaggi! Ecco allora l’importanza di fare anzitutto silenzio. Silenzio nella mente e nel cuore, così da poter prendere distanza dai nostri sillogismi o ragionamenti, perché se restiamo in balia del nostro know-how rimarremo sempre nello stesso buco nero. 

Atto intelligente è allora aprirci ai nuovi input che ci dà la Parola più alta, quella che rivolge Gesù, persona viva, per guarire il nostro cuore e la nostra storia personale. Come avviene questo? Pian piano. Anzitutto prendendo coscienza di tutto il bene e della bellezza di cui siamo portatori in esclusiva. Ed è proprio la Parola che aiuta a farli brillare nuovamente, a rimetterli in circolo. Si può iniziare, ad esempio, dalle parole del Credo. Credo in Dio Padre… 

Molti dei nostri problemi affettivi, dice Rosini, derivano dal vivere cercando di darci un’identità da soli, tentando di guadagnarci il diritto di esistere solo sulla base delle nostre qualità, ritrovandoci così nella voragine delle nostre insufficienze. E viviamo da orfani

Se tu sapessi che Dio Padre ha un piano di salvezza su di te…che c’è qualcosa di bello che Dio Padre vuole fare con te!” Non siamo stati creati e voluti da un estraneo orologiaio massonico o da uno Zeus minaccioso, ma dal Padre. Questa è la prima Parola da far entrare nel silenzio del cuore. 

Non c’è da chiedersi se siamo amati, c'è semplicemente da lasciarci amare, da accettare di essere amati tanto poveri. E’ a noi che fa problema, non a Lui, afferma l'autore.

Di fatto, lo avremo sentito milioni di volte, Lui è amore e non è compatibile con la nostra paura, che diventa subdolamente sistema di pensiero, visione religiosa, modo di vivere, regola delle relazioni (specie in questo tempo), lettura del futuro, precomprensione di ogni atto altrui

Credo nel Signore nostro Gesù Cristo… Qui val la pena fare un check, giusto per vedere se ci sono altri signori nella nostra vita che spadroneggiano, per capire chi o cosa comanda nella nostra esistenza... magari è quel che pensano gli altri di noi. Può essere che incensiamo idoli vari che ci rubano la libertà. Di fatto, Gesù è colui che vuole la nostra libertà. Ed è disposto ad essere nostro, a manifestarsi a noi. E lo fa non asfaltando la nostra anima, ma amandoci.

Credo nello Spirito Santo... Ecco colui che ha il potere di visitare la nostra storia (come ha fatto con Maria) e portarci dentro Cristo. Val la pena dirgli: “Vieni, ti accolgo”, perché sa trasformare ciò che rifiutiamo di noi, gli sbagli, le ingiustizie subite, anche i peccati, in luogo benedetto. 


venerdì 28 agosto 2020

Guarigione, sintomi e paure. C'è correlazione?

In L’arte di guarire Fabio Rosini affronta il tema della guarigione con quello sguardo e quello stile trasversali che gli sono propri, e lo fa a partire dall’episodio evangelico dell’emorroissa, una donna che soffre da 12 anni di perdite continue di sangue e che, dopo aver speso tutto e invano per curarsi, cerca di toccare Gesù per essere da Lui guarita.

È interessante il percorso che, pagina dopo pagina, l’autore ci porta a compiere. Un viaggio che, di fatto, è una discesa nella nostra interiorità: ci invita a metterci in ascolto di eventuali sintomi, del nostro dolore, così da individuare il male da cui scaturiscono, con l’obiettivo di arrivare fino alle sue radici.

E’ possibile compiere fruttuosamente da soli questo viaggio in noi stessi per guarire da ciò che ci affligge? Pare di no. Dobbiamo tenere la mano a Qualcuno, dobbiamo proprio toccarlo, fissando senza paura il nostro sguardo nel Suo.

Ma prima di far questo, è bene fare alcune premesse. Rosini afferma: “… nella vita di una persona ci possono essere degli aspetti isolati che girano bene, ma questo non significa che tutto funzioni. Si può essere lavorativamente affermati, e magari il resto è grigio e senza sapore. Ci sono persone con una salute di ferro e una vita infelice. … Tante volte ci si può ingannare continuando a farsi il trailer delle cose riuscite per cercare di sopravvivere alle zone vuote.

Perché? Forse perché come la donna sanata, abbiamo delle zone della nostra vita che non hanno mai smesso di sanguinare. Si tratta di ferite intime, legate al nostro mondo affettivo, relazionale. Che sintomi possono dare? Diversi. Insoddisfazione, vergogna di sé, chiusura, possessività, ricerca di compensazioni, manipolazione degli altri, violenza, permalosità, vittimismo, bisogno di sedurre, aggressività, diffidenza, esibizionismo, solo per dirne alcuni.

L’importante è comprendere che si tratta appunto di sintomi, non del male che li scatena. Questo male, al livello più profondo, è sempre riconducibile a un’unica discriminante fondamentale: la paura, come realtà interiore opposta all’amore.

Non abbiamo altro problema e altra soluzione che l’amore. Tutto dipende dall’amore: se siamo amati davvero o per finta. Se l’amore è mancato nella nostra infanzia, tutto ne è stato segnato. Se abbiamo fatto un gesto di amore vero, gratuito, tutta la vita ne è illuminata. Allora i miei sintomi sono riconducibili a una sola malattia: tutto l’amore che mi manca o che non ho dato. ...E il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura.”

Le paure sono sempre frutto del proprio vissuto, vale a dire hanno una loro logica, un loro contenuto. Facciamo qualche esempio. La paura di deludere, normalmente alimentata dalla superbia, genera chiusura e diffidenza, porta a non aprirsi o a non sbilanciarsi mai, fa evitare i conflitti, impedisce di manifestarsi per ciò che si è realmente.
La paura di perdere il controllo è sorella dell’avarizia e rende irascibili, insicuri, possessivi, ossessionati per la propria incolumità.
La paura di non essere perfetti rende incapaci di chiedere aiuto, suscettibili alle critiche, porta a “vendere” una immagine falsa di sé, ad invidiare gli altri.
La paura di non avere importanza è alimentata dal proprio orgoglio e induce a entrare in competizione, a denigrare gli altri, a manipolare i racconti, a pavoneggiarsi dei propri successi, fa temere enormemente le umiliazioni.
La paura di soffrire fa cadere in alcune dipendenze, spesso da cibo e/o da sesso, porta a esorcizzare il dolore cercando il piacere, e rende avidi, ingordi.

La paura è convinzione di qualcosa. Le persuasioni contenute nelle paure sono fortissime in noi”.  Il problema è che non corrispondono a verità, sono sganciate dalla realtà. Il brano biblico in Genesi 3 del dialogo tra Eva e il serpente e la trasgressione che ne segue, è un paradigma calzante, perché rivela che il male – in ogni sua forma - lavora insinuando delle falsità al pensiero; questo si traduce in scelte e atti che producono una paura distruttiva e assolutizzante, che diventa a sua volta patologia nelle relazioni.

Come riconoscere questi pensieri neri? Beh, normalmente sono tristi, autocommiserativi perché – ecco la menzogna più subdola del serpente - ci inducono a credere che “diventerete come Dio”, vale a dire che dovremmo e potremmo essere altro da noi stessi. E si insinua la falsa convinzione che allora siamo imperfetti, incompiuti, che c’è di meglio, e “si pianta nell’anima la vergogna, l’insoddisfazione verso di sé” assieme all’aspettativa assurda di deificare noi stessi.

Ma torniamo all’emorroissa. Prima di rivolgersi a Gesù aveva speso tutti i suoi averi rivolgendosi a molti medici, che, anziché guarirla, ne avevano aggravato le sofferenze. Questo capita anche oggi: ci si affida a “esperti”, con poderosa dispersione di tempo e risorse fisiche, mentali e pecuniarie, inseguendo l’illusione di trovare strategie risolutive per i nostri mali, salvo poi ritrovarci depauperati e peggiori di prima.

Questo, ad esempio, è ciò che accade a chi si affida ai guru del salutismo, del guarire mangiando, del corpo-che-non-avrai-mai. Molto o tutto si è disposti a sacrificare su questi altari, salvo poi accorgersi, a volte troppo tardi, dell’entità del prezzo pagato, in senso stretto e in senso lato.

Queste convinzioni si rivelano soluzioni fuori mira, hanno il volto delle tre tentazioni classiche. La prima è edonistica, porta a credere di poter trasformare le pietre in panini: è l’ansia di appagamento, di assumere, di assimilare qualcosa, portando a una “infinita fase orale esistenziale”. La seconda è legata al possesso, al potere, che implicano penosi compromessi, perdita di libertà, laceramento delle relazioni fondamentali. La terza è idealistica, narcisista, e ottunde la mente, induce a pensare che ci si salva grazie ai propri progetti, alle proprie pianificazioni.

È a questo punto che possiamo farci qualche domanda, magari mettendola nella preghiera:

Ho seguito qualche strategia sbagliata? 
Di quali “esperti” mi sto fidando? 
Quanto mi sta costando?

Se nel rispondere mi irrigidisco, scalpito e mi arrabbio, questo è un buon segno rivelatore.
È da queste risposte che inizia la guarigione vera.

(continua...)

martedì 21 luglio 2020

Filologia familiare

Cari amici,
intanto vi auguriamo una buona estate, senza distanziamenti, almeno del cuore.
E, se mai ce ne fosse bisogno, vi auguriamo anche di tenere sempre viva la consapevolezza che la famiglia che abbiamo, ovviamente non perfetta, a volte caotica a volte troppo silenziosa, resta comunque la nostra più grande ricchezza, la nostra risorsa, fosse solo per imparare ad amare sul serio.

Così vi dedichiamo una poesia della giovane Veronica Làzzari (clicca qui per ascoltarla recitata da lei).

Filologia familiare

Famiglia: che cos’è
io ancora non l’ho capito
famiglia è una mano
tu sei il dito
famiglia un giardino
tu il fiore
famiglia un orologio
tu le ore
famiglia un tavolo
sempre apparecchiato
tu a volte cuoco
a volte invitato

famiglia che ferisce
famiglia che guarisce
famiglia che sostiene
anche quando non capisce

famiglia come un filo
che non si taglia
che non ho scelto
a volte un nodo largo
a volte un nodo stretto

è un filo misterioso
tutto aggrovigliato
a volte mi ci aggrappo
a volte toglie il fiato

eppure collega tutti
anche se diversi
anche se lontani
anche se dispersi

perché lungo questo filo
ci si può venire incontro
a proprio modo, a proprio tempo
quando uno si sente pronto

perché l’amore muove
è questa la meraviglia
l’amore cammina
fa chilometri
fa miglia.

venerdì 26 giugno 2020

Esiste un rapporto tra attaccamento dell’infanzia e legame di coppia?

Che il legame sviluppato nella prima infanzia con la madre (o con altra figura di accudimento) sia determinante per ogni persona - almeno da quando John Bowlby, intorno agli anni ’30, ha formulato la teoria dell’attaccamento - è cosa risaputa e comunemente accettata nella comunità scientifica. Che il tipo di attaccamento sviluppato nei primi anni di vita possa estendersi alla relazione di coppia è argomento supportato da numerosi studi di settore. 

Ma facciamo un passo alla volta. Cosa si intende per attaccamento? È la tendenza a cercare e mantenere contatto anche affettivo con la persona di riferimento. L’attaccamento implica la ricerca della vicinanza fisica, fornisce benessere e sicurezza, produce ansia da separazione.

Secondo Bowlby, il bambino nei primi anni di vita sviluppa uno specifico stile di attaccamento, che dipende dal comportamento e dalla modalità di cura dell’adulto di riferimento e, conseguentemente, dal tipo di rapporto che si instaura con esso.

Esiste un attaccamento sicuro. E’ quello, ad esempio, del bambino cresciuto con una madre sensibile e disponibile: egli sviluppa autostima, ha fiducia negli altri, costruisce aspettative positive nei confronti delle relazioni interpersonali.  Esistono però anche stili di attaccamento insicuri (ambivalenti, evitanti o disorganizzati). Sono quelli dei bambini che hanno avuto a che fare con figure di accudimento incerte, incostanti o inadeguate. Questi bimbi sviluppano un’autostima limitata o discontinua, la sfiducia negli altri e aspettative negative nei confronti delle relazioni interpersonali.

E da adulti? In effetti, le persone adulte spesso ricercano partner che replichino gli stili relazionali che hanno interiorizzato da bambini.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento sicuro diventano adulti fiduciosi, in grado di stabilire rapporti significativi, sono pronti all’impegno, all’accettazione dell’interdipendenza reciproca. Sanno edificare relazioni basate sull’empatia, con confini appropriati. Se entrambi i partner si sentono sicuri, godranno della reciproca compagnia e sapranno comunicare con onestà. Si sentiranno a proprio agio nel condividere pensieri, sentimenti e spazi, ma sapranno agire anche separatamente.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento evitante diventano adulti distaccati, insofferenti rispetto alle relazioni troppo strette e alla possibilità di interdipendenza. Instaurano relazioni rigide e distanti, spesso caratterizzate da mancanza di fiducia ed inflessibilità. Per le coppie evitanti l’intimità è vissuta come un rischio e c’è una forma di paura nella relazione (si sentono esposti e vulnerabili). Temono il conflitto. Lasciano spesso che sia il partner a prendere decisioni e rinunciano ad esprimere i loro desideri. Tendono a non condividere le proprie emozioni e a sentirsi soli.

Bambini che hanno sviluppato un attaccamento ambivalente diventano adulti preoccupati di non essere amati, incerti, ansiosi e manifestano il desiderio di fondersi con il partner. Vivono relazioni ansiose ed insicure, basate su comportamenti controllanti ed imprevedibili (es. incolpare o accusare). Una persona con attaccamento ambivalente può cercare di cambiare l’altro partner, controllare le sue azioni o persino i suoi pensieri (con chi parla, cosa fa, come passa il suo tempo, ecc).

I bambini dall’attaccamento disorganizzato da adulti vivono relazioni ansiose, insensibili, caotiche ed esplosive (un po’ come se la relazione fosse bipolare). La persona con attaccamento disorganizzato mostra caratteristiche simili a quelle di attaccamento evitante ed ambivalente combinate insieme. Infatti, in queste relazioni ci sono di solito molti alti e bassi e si sperimenta una quota elevata di angoscia.

A questo punto possiamo chiederci: Lo stile di attaccamento è immutabile o può variare nel tempo? Può cambiare. Ciò che favorisce il processo di cambiamento è partire da noi stessi, evitando di gettare addosso al partner le nostre aspettative. Possiamo, ad esempio, provare a gestire diversamente i conflitti, ponendoci delle domande, provando a parlarne con la persona amata.
  • Tendiamo ad evitare il conflitto?
  • Diventiamo facilmente aggressivi o cerchiamo di avere sempre ragione?
  • Riusciamo ad ascoltare o tendiamo a sovrastare la conversazione senza lasciar terminare?
  • Individuiamo motivi profondi che ci portano a reagire in un certo modo?

Può giovare al benessere della coppia anche un aiuto esterno, qualora le competenze ordinarie della coppia si rivelino inefficaci o insufficienti.